Il Gazzettino, Giovedì 9 Dicembre 1999
In scena al Goldoni "Le allegre comari di Windsor" di Shakespeare in un allestimento che ha mescolato l'attualità con il divertimento più trascinante.
Il paradosso di Falstaff.
Il protagonista (Antonio Salines) in bilico fra incubo e spavalderia.
Venezia - Sulle ali di un successo che sta ricevendo un po' dovunque nuove conferme, è approdato al "Goldoni" il nuovo spettacolo messo in scena nel nuovo teatro progettato dall'architetto Marco Zanuso, intitolato "Le allegre comari di Windsor". Vale a dire il copione che William Shakespeare, al dire degli esperti, avrebbe scritto nel periodo in cui maturava l'Amleto, per soddisfare gli umori della Regina Elisabetta, che non aveva gradito la morte di Falstaff nell'intreccio dell'Enrico V. Un desiderio che il grande classico ha prontamente esaudito in chiave favolisticamente paradossale, con trovate a getto continuo che rendono razione uno stravagante incalzare di fatti approdanti sovente nel riso nemico della malinconia, imperante a corte. Non è il caso di insistere, ma certo che volendo essere rigorosi, a seguire con partecipata attenzione le gesta dello svagato personaggio divenuto occasione di spasso non sempre bonario per chi lo circonda (in particolare le nobildonne oggetto della sua vanagloria), irrompono di continuo folate di amaritudine sugli uomini e le loro crudeltà. Accompagnate da un'ironia che induce alla riflessione sulla meccanica degli istinti in libertà, che condizionano le scelte sia di Falstaff, sia del paesaggio umano nel quale si muove con goffa e infantile spavalderia. Cosi evidente, già subito dopo le prime battute che servono a caratterizzare i vari personaggi in perenne movimento, che si profila in tutta la sua suggestiva evidenza la dimensione paradossale del gioco scenico risolto nella scena finale del bosco. Per il quale assai bene è stato detto che può essere interpretato con sufficiente credibilità, sia come tiro crudele degli amici che non sono tali, sia come una specie d'incubo vissuto dal protagonista dilaniato dalla carica dei suoi appetiti erotici. Passando dalla qualità dell'opera alla messa in scena del regista Marco Bernardi, va precisato che ha cercato di attualizzare la favola, rendendola una specie di gioco alquanto vicino a noi, ambientando gran parte dei fatti in una sorta di albergo del libero scambio, come accadeva sino a ieri nel nostri paesi. Insomma da un lato si muove Falstaff sospinto dalle sue voglie insaziabili e dalla sua carica sanguigna, dall'altro i bravi borghesi che magari vagheggiano la sua libertà, ma poi si bloccano trattenuti dagli scrupoli di carattere morale. Rispetto al testo inglese qualcosa fatalmente è cambiato, tuttavia l'impegno degli attori che hanno prestato un volto ed una voce ai vari personaggi è stato di una forza sorprendente e trascinante. Vale la pena di elogiarli in blocco, da Antonio Salines, credibile Falstaff, a Patrizia Milani a Carlo Simoni ad Alvise Battain a Mario Pachi a Loredana Martinez a Libero Sansavini a Massimo Cattaruzza. Per merito loro il risultato è stato uno spettacolo all'insegna del divertimento più sgolato, che il folto pubblico accorso al "Teatro Goldoni" ha mostrato di gradire a suon di applausi e di chiamate, che hanno coinvolto pure la soluzione scenografica di Gisbert Jaekel, geniale nella scena del gufo sulla quercia. Concludendo, una sera di festa.
G. A. Cibotto

Il Giorno, Domenica 21 Novembre 1999
Al Carcano una bella trasposizione di Shakespeare.
Le allegre comari in riva all'Adige.
Milano - Onore al merito: per inaugurare la prima stagione dello Stabile di Bolzano nella sua nuova, splendida sede, Marco Bernardi - regista scespiriano di lungo corso - ha allestito alla grande "Le allegre comari di Windsor" (in tournée attualmente al Carcano). Un cast di 16 attori di casa allo Stabile altoatesino, fra cui un Antonio Salines che è Falstaff, Patrizia Milani, Carlo Simoni, Loredana Martinez, Alvise Battain e Mario Pachi; un imponente, funzionale, triplice dispositivo scenico di Gisbert Jackel e costumi a pari livello di Roberto Banci: dopo tanti Shakespeare destinati ai capricci di mattatori o registi, uno spettacolo corale, impegnativo, degno di un teatro pubblico. E inoltre non una rivisitazione di maniera: con una scrittura registica il cui nitore rinvia a Copeau, Costa e Vilar, un'ardita trasposizione della vicenda nel secondo dopoguerra, senza fronzoli elisabettiani. Il Tamigi qui è l'Adige, Windsor è Bolzano e dintorni, la locanda della Giarrettiera un albergo altotesino. La svelta farsa scespiriana prende così l'aspetto di un vaudeville alla francese. Bernardi è convinto che nel raccontare la beffa ordita dalle vivaci comari Ford e Page ai danni di quel tronfio spaccone di Falstaff, con doppio contorno dei pettegolezzi dei borghesi di Windsor/Bolzano e delle manovre amorose intorno ad Anne figlia di Page, il "bardo" avesse precorso Feydeau. L'"albergo della Giarrettiera" ha delle rassomiglianze con 1' Hotel du Libre Echange; il cesto della biancheria sporca nel quale Falstaff si sottrae alla gelosia di Mister Page ha la stessa funzione degli armadi per gli adulteri Belle Epoque; i personaggi di contorno sono stupidi come i borghesi di "Monsieur va a la chasse". È il caso di ricordare del resto che Courteline, contemporaneo ed emulo di Feydeau, aveva già scritto (1892) una farsa intitolata "Le allegre comari di Parigi". Bernardi spiega: "Le allegre avventure di Windsor sono di tutti i tempi, Falstaff è ciascuno di noi nella trasgressione, i borghesi sono ciascuno di noi con i nostri 'vorrei ma non posso'". Shakespeare "nostro contemporaneo", insomma, come diceva Jan Kott. Soltanto nella scena finale, con la sarabanda di finte fate e folletti nella foresta intorno a Falstaff trasformato in cervo, ritroviamo Shakespeare in originale: ma non siamo nel sogno-incubo di un ubriaco? Attore di lungo corso che ha lavorato con Strehler, Chéreau e Fo, Salines fa del suo Falstaff uno sbruffone di provincia umorale, sbracato, incline all'autocommiserazione. Patrizia Milani ordisce con l'estro e intelligenza di sempre la beffa della seduzione della signora Ford, e come signora Page Loredana Martinez è in gara di bravura con lei. L'ottusità di Ford è cesellata con professionismo da Carlo Simoni. Dallagiacoma, alla sua diciottesima traduzione scespiriana, dichiara di aver tenuto conto del cambiamento d'epoca. Gli crediamo ma, soprattutto nella prima parte, non sempre la sua versione e la trasposizione registica risultano compatibili: sarà opportuno sfrondare il testo, puntare di più su un adattamento della traduzione.
Ugo Ronfani

L'Unità, Venerdì 26 Novembre 1999
Flastaff, ciccione beffato.
In scena a Milano "Le allegre comari di Windsor"
Milano - Metti Le allegre comari di Windsor del gettonatissimo William Shakespeare e il successo e il divertimento è assicurato anche se non ambientato nell'Inghilterra elisabettiana o giacomiana, ma in un'Inghilterra di fantasia a cavallo fra i Quaranta e i Cinquanta. E, dunque, anche i rapporti fra i personaggi cambiano sia pure mantenendo la comicità che sta alla base di tutti gli intrighi in quell'allegra società senza tempo. Così, invece che all'osteria della Giarrettiera gestita dall'oste e da sua moglie QuickLy (Riccardo Zini e Francesca Cimmino) nello spettacolo messo in scena con palese divertimento e sprezzo del pericolo da Marco Bernardi e tradotto da Angelo Dallagiacoma secondo la chiave modernista del regista, siamo in un albergo quasi compiacente in cui i personaggi vanno e vengono dalla porta girevole, mettendo in campo tutti i possibili inghippi pur di avere ragione della grossolanità di Sir John Falstaff, nel ruolo, in questo caso, di capro espiatorio. Perché grazie all'interpretazione del bravo Antonio Salines, che si è anche messo addosso una bella panciona di gommapiuma, Falstaff è ultrasimpatico e anche tenero e buffo, sicché noi stiamo dalla sua parte con tutta l'indulgenza del caso. Molto meno ci sono simpatiche la signora Ford (la brava Patrizia Milani) e la signora Page (Loredana Martinez) con la loro aria di damazze borghesi anche annoiate e inquiete, pronte a tutto pur di divertirsi alle spalle di un uomo volgare, ubriacone e facile alle passioni amorose come Falstaff. Se la scena da interno borghese e da albergo d'appuntamenti (Gisbert Jaekel) funziona da un certo punto di vista, risulta un po' spiazzante dall'altro: ci riesce difficile pensare che quelle signore con cappello e veletta abbiano difficoltà nei confronti dei propri mariti solo occupati dalle cacce e dalle corna; come è poco credibile, un po' troppo da "promessi sposi", la love story di Annie e di Fenton che ricorrono allo stratagemma di farsi sposare mascherati durante l'ultima beffa o la gran beffa delle beffe ai danni, ovviamente, di Falstaff. Lo spettacolo dello Stabile di Bolzano, in questi giorni al Teatro Carcano e poi in tournée, è comunque piacevole e garantisce un sicuro divertimento, prima di tutto per merito degli attori: a cominciare, oltre a quelli citati, dall'ultrageloso e grintosissimo Carlo Simoni, dal mellifluo Mario Pachi, dal divertente Alvise Battain, dai due ragazzi Anna e Fenton (Alessandra Limetti e Eric Alexander). Il pubblico? Ride.
Maria Grazia Gregori

Corriere della Sera, Mercoledì 24 Novembre 1999
Tenero e ironico il Falstaff di Salines nelle moderne Comari.
Con un balzo di secoli il regista Marco Bernardi ambienta "Le allegre comari, di Windsor" di Shakespeare, nella traduzione di Angelo Dallagiacoma, negli anni '50 e la locanda della Giarrettiera diventa la hall di un albergo di provincia dove si ritrovano i buoni borghesi della città e dove alloggia quella montagna di egocentrismo, di insolenza e di carne che è Sir John Falstaff. Ambientazione che se da un lato accentua il sapore di scherzo stile "Amici miei" della crudele féerie finale nel bosco, e ben si accosta alla vitalità della primissima borghesia rinascimentale un po' corrotta dalla vicinanza della corte, ma allegra senza ombre di rimorsi o di tristezze, dall'altro cozza ineluttabilmente, anche se non disastrosamente, con alcune scene, quale quella della cesta della biancheria in cui viene fatto beffardamente nascondere Sir John dalle due Comari per essere scaricato nelle fredde acque del Tamigi. Ma la nota più interessante di questo spettacolo è la figura di Fatstaff, che Antonio Salines allontana dalla ovvia caricatura del vecchio citrullo, per tingerla di pacatezza, di un velo di ironia e a tratti di una tenerezza che mitiga il ridicolo in cui la magniloquente impunità di Falstaff inesorabilmente e fragorosamente rovina. È un personaggio che ha perso un pò della sua pompa ribalda per acquisire tratti di calda, fragile e come tale simpatica umanità. Brava Patrizia Milani nel tenere la sua signora Ford in bilico tra gusto del gioco e frizzante malizia. Signorilmente malato di gelosia il Ford dell'elegante Carlo Simoni. Bella la prova di Loredana Martinez, che da con misura il dovuto tono di piccante malizia alla signora Page. In una compagnia di buon livello non si possono non citare l'efficace signor Page di Mario Pachi, la furbesca Quickly di Francesco Cimmino, il divertente Don Ugo di Alvise Battain.
Magda Poli