Il Giorno, Mercoledì 11 Marzo 1998
Al Piccolo teatro fino al 29
Lella Costa, ovvero l'assolo intelligente.
Milano - Tutti convinti, da Gengis Khan a Napoleone, che storia non si fa con i se. Lella Costa - sola in scena al Piccolo, fino al 29 - non la pensa così. Un se può essere il granello di sabbia che inceppa la grande macchina della storia. Per esempio: se Tenco, anziché uccidersi dopo Sanremo, presa una bella sbornia avesse deciso di andare in America e sulla nave avesse incontrato l'allora cantante confidenziale Silvio Berlusconi, e l'avesse convinto che il suo futuro era quello di fare il cantante da basamento invece di darsi all'edilizia, allo sport e alla politica, allora…. Il gioco dei se continua: se la logica del terrorismo avesse risparmiato Moro e Moro fosse andato con un autoambulanza a soccorrere Berlinguer colto da mortale malore…. C'è una piccola morale, in questo gioco dei se: niente determinismi, niente conformismo, la storia siamo noi e, per buttarla più grossa con una citazione da Goethe, immaginare la storia aiuta a sbarazzarci del passato. Ma attenzione: il monologo di Lella Costa, due ore di tirate mozzafiato, è allegria, humour, ironia, poesia senza alcunché di pedantesco o di didascalico. Il suo pregio è proprio questo: di fare della satira con pie leggero. Per tale lodevole scopo si è messo al lavoro un gruppetto di giovani cultori dello sberleffo colto - Bruno Agostini, Massimo Cirri, Sergio Ferrentino, Piergiorgio Paterlin - rotti alle malizie del postideologico, svelti a citare Calvino e Baricco. Lella Costa, "recita" da virtuosa situazioni e personaggi, orchestra voci, gestualità, ritmi scenici dando sfogo alla sua vena caricaturale, con geniale levità, senza un tempo morto. Si pongono dubbi sulla virilità di Apollo e ci si domanda se la sua ultima incarnazione sia Lo Caprio; si raccontano le favotette nere sulla straviziata jeunesse che getta sassi sulle autostrade ("Poverino, non si sarà fatto male?") e conclude il "ciclo del benessere" dei genitori ammazzandoli ("Adesso che abbiamo un sacco di soldi che cosa aspetta per ammazzarci?"). Può capitare per una volta che lo spettatore teleintonnto esca dal teatro sentendosi un po' intelligente. La performance di Lella Costa è uno di questi casi.
Ugo Ronfani

La Repubblica, Mecoledì 04 Marzo 1998
L'attrice da stasera al Piccolo Teatro in "Un'Altra storia" nuovo monologo sulle domande che ci pone la vita.
Lella Costa: "Per voi giovani".
Con quelli del pool, come li chiama lei, che poi sarebbero i suoi autori-amici-collaboratori di sempre - Bruno Agostini, Massimo Cirri, Sergio Ferrentino, Piergiorgio Paterlini e Gabriele Vacis, anche regista - Lella Costa stavolta ha davvero ideato "Un'altra storia". Ufficialmente questo è il titolo del suo nuovo spettacolo che da stasera è in scena al Piccolo, nella storica sede di via Rovello 2 (repliche fino al 29 marzo). E ufficialmente in scena c'è sempre lei, Lella Costa, eccellente, imperdibile monologante, c'è la sua energica vitalità, la sua dolcezza anche, ci sono gli oggetti-scenografia che Vacis le mette attorno, diapositive, molta buona e bella musica da Tom Waits ai Blues Brothers. Ma c'è anche qualcosa di diverso rispetto agli spettacoli: diverso e non nuovo, precisa lei. "Diciamo la verità: si raccontano sempre le stesse storie. Vai al cinema e vedi una storia dove sai già che la nave va giù. Io vengo da uno spettacolo "Stanca di guerra" che parlava della guerra anche nelle sue accezioni più quotidiane. Ora non c'è un argomento così forte e universale da scandagliare mentre in giro, mi pare, ci siano molte domande e molti dubbi del primo, del secondo, del terzo tipo. Allora abbiamo fatto uno spettacolo di domande". Come sarebbe a dire? "Già i bambini vengono subissati di domande. Prendiamo il rito del battesimo: il prete gli chiede "rinunci a Satana?" che a un neonato fa ridere. E quante domande idiote, ridicole facciamo e ci facciamo nel corso della vita? Io dico: parliamone". Un'altra storia ne parla entrando e uscendo da svariate storie, animate da personaggi che Lella Costa caratterizza a modo suo e che fanno da filo conduttore dello spettacolo dove c'è molta carne al fuoco: una seconda parte sui finali dei grandi classici (Shakespeare, Cechov) cambiati. Truffaut, il "gioco dei se": ....se non fosse morto Luigi Tenco, se Aldo Moro fosse stato liberato dalle Br, se John Lennon non fosse morto...., come a ricostruire una contro-Storia paradossale ma seria nei principi e nella visione etica. È uno spettacolo politico? "Non come sattira. L'attualità mi serve più come ragionamento su quello che sta avvenendo.… Poi certo lo considero uno spettacolo profondamente politico perché parla ai giovani: investe sulla Storia ma guardando avanti, cercando di fare capire le possibili risposte alle grandi domande, magari attraverso un pezzo "rubato" a Baricco su Palomar di Calvino, come faccio io nel finale".
Anna Bandettini

La Repubblica, Venerdì 20 Marzo 1998
Il nuovo monologo dell'attrice al Piccolo di Milano
I miti e i santi laici di Lella Costa
Milano - Arrivato negli anni Ottanta a teatro, provenendo per di più dalla comicità immediata del cabaret, il monologo è diventato con il tempo un genere teatrale vero e proprio, che interpreta in maniera molto caratteristica la funzione originale e permanente del teatro, quel discorso ininterrotto che la città rivolge a se stessa attraverso gli attori, per chiarirsi su storie esemplari e comprendersi per immagini. Il monologo è, di sua natura, un genere postmoderno, che mescola in maniera intrigante pensiero dell'attore e discorso del personaggio, finzione e cronaca, gioco e denuncia, memoria e racconto, invenzione e testimonianza. La sua efficacia consiste in un complesso gioco di specchi, che unificano e distinguono pubblico, personaggio, attore, contesto sociale, rifrangendo i ruoli e dando però insieme l'illusione di una delega, di una proiezione, di una militanza. Di questo genere complesso Lella Costa è una maestra sicura: per le sue doti tecniche, per quelle umane di simpatia e di impegno politico e sociale, per la Iella drammaturgia. Dato che il monologo è essenzialmente gioco drammaturgico, questo è probabilmente l'elemento centrale: la bravura di Lella Costa, alla guida di una squadra vasta di collaboratori, sta da anni nella costruzione di una scrittura evocativa, associativa, eppure precisissima e spesso tagliente. mescolano Del genere Costa ha anche seguito le vicissitudini, da una prima fase di puro divertimento giovanilistico alla denuncia e alla "resistenza umana" degli anni di Craxi, all'impegno di lotta del tempo di Mani Pulite e della "discesa in campo' di Berlusconi. Il suo ultimo spettacolo parlava di guerra, quando la Bosnia ci obbligò a capire quanto vecchio e pericoloso fosse il "nuovo ordine mondiale". E ora? Capire cosa dice Lella Costa non vuol dire solo comprendere dove va il monologo, ma anche confrontarsi con uno dei pochi diari in pubblico di un periodo povero di memoria e di riflessione etica non episodica. Ora, ci dice Lella Costa con lo spettacolo in scena al Piccolo Teatro di Milano, tocca a un'altra storia, non è possibile continuare sulla strada del passato. Non perché ci siano nuovi temi e nuovi argomenti all'ordine del giorno della sua attenzione e della sua coscienza (che naturalmente è molto diversa dalle prime pagine del giornali). Esattamente per il motivo opposto, perché questi argomenti di speranza e di indignazione mancano. Maastricht e l'Euro, D'Alema e le sue cose, la politica italiana e quella mondiale non forniscono temi di speranza e di mobilitazione, almeno non tali da occupare il centro di uno spettacolo. E per converso, fortunatamente, non ci sono neanche motivi di allarme o di indignazione: Bossi e il Cavaliere si meritano appena qualche sfottò, quasi sottinteso. E dunque, malinconia. Una malinconia che si colora di ricordo: la memoria è il grande motore di questo spettacolo, il luogo delle passioni e degli affetti: l'infanzia, le trasgressioni dell'adolescenza, lo studio, la maternità si mescolano in un gioco complesso di ruoli e di ricordi incrociati. E poi un po' di ucronia: se Tenco invece di suicidarsi avesse convinto Berlusconi a battere il guinness dei primati del cantante di transatlantico, senza scendere mai; se Luciani non avesse fatto il prete, se Moro non fosse stato ucciso, se Berlinguer fosse sopravvissuto all'ictus... Sono miti generazionali, piccoli atti di culto dei nostri santi laici, questi brani scritti da Costa con Agostini, Cirri, Ferrentino, Paterlini e Vacis, benissimo messi in scena da Gabriele Vacis con la collaborazione musicale e iconografica di Diana e Tarasco: gesti venati di ironia, anzi di autoironia, ma pieni della piccola gioia del gioco, non solo di malinconia. Ma è questa, dell'imperfetto e del futuro anteriore, la sola strada che la fantasia può ancora percorrere? Sono la memoria privata e l'illusione collettiva la sola "altra storia disponibile"? Se fosse così il sintomo sarebbe triste: non solo per il monologo.
Ugo Volli

L'Unita, Venerdì 6 Marzo 2001
Costa a Milano con il nuovo spettacolo
Nei sogni di Lella storie di attesa e languide utopie
Milano - Eccola qui Gabriella "Lella" Costa. Come una sciamana rovescia sulla platea, a velocità vertiginosa, un fiume di parole, apparentemente in libertà, in realtà guidate e tenute insieme da una portentosa presenza di spirito. Siamo al Piccolo Teatro, dove si presenta il suo nuovo spettacolo. Naturalmente si parla di donne, grandi e piccole, ma anche di uomini. E della fragilità delle une e degli altri e dei molti, difficili modi in cui si può leggere la grande storia dentro la quale pulsano le piccole storie che sono la nostra vita. Storie che ci appassionano, che ci divertono, che ci commuovono: ragione e sentimento. La spinta iniziale di "Un 'altra storia", scritto con i compagni di strada di sempre Bruno Agostini, Massimo Cirri, Sergio Ferrentino, Piergiorgio Paterlini, l'attrice stessa, Gabriele Vacis che dello spettacolo è anche il multiforme regista, con la "partecipazione straordinaria" di Alessandro Baricco e del suo "Il racconto dell'osservatorio", è l'attesa di un'alba che deve venire. Alba anche di un futuro sognato e forse possibile, di una storia civile costellata di dolori e di tragedie, che si mescola ai miti di un'adolescenza mai interrotta. Una storia scritta all'incontrario, con i famosi "se" con i quali ci hanno sempre spiegato che non si può fare. "Se" le Brigate rosse non avessero ucciso Moro, "se" Enrico Berlinguer non si fosse sentito male durante quel comizio, "se" Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri avessero continuato a suonare sulle navi; ma anche "se" Luigi Tenco non si fosse ucciso e John Lennon non fosse stato ucciso, "se" improvvisamente Adriano Sofri diventasse un primo ministro e Silvia Baraldini (alla quale Lella dedica la serata dell'8 marzo) un suo ministro... Incorreggibile Lella Costa che continua a credere nei sogni non per stupidità, ma perché, vuoi mettere, come sarebbe triste e inutile la vita senza un'utopia, senza una speranza? E allora, ripercorriamo con lei una storia di attesa di quell'alba che deve arrivare, di tante piccole vicende umane costellate da tante inutili, continue, domande. Anzi lo spettacolo comincia proprio con una domanda, quella che al battesimo si fa alla neonata: "rinunci a Satana?". Ovviamente la piccola non può rispondere e per lei lo fanno i padrini, ma non si può certo evitare che da qui partano una serie di interrogativi che la gorgogliarne infante si pone... L'alba della vita, dunque, va di pari passo con l'attesa del sorgere del giorno per una bambina nella paura dell'oscurità della notte e delle ombre della casa mentre i genitori e la sorella grande sono fuori. E le domande incalzano insieme ai tormentoni di Lella che si sente strana come "un fuoristrada a Gubbio" e che continua a chiedersi se è possibile essere felici, che cosa significa ricordare, come nascono e tramontano le città, magari rivivendo la storia di Cortes e Montezuma come l'epocale incontro, fra "gabine" e finto nuovo, di un comandante supremo che assomiglia tanto a Bossi in canottiera, accompagnato dal luogotenente El Formentero (leggi Formentini ex sindaco leghista di Milano) che fa terra bruciata di Montezuma e del suo paese inteso come Milano, Italia. In un intreccio esilarante di voci Lella Costa, su e giù per una specie di podio mentre alle sue spalle, sull'onda di una continua colonna musicale (di Lucio Diana e Roberto Tarasco), si alternano immagini e scritte, diventa un padre filosofo che cerca di addormentare il figlio in quel momento in cui la notte è madre del giorno, di ragazzetti assatanati di rumore, di una signora sola dall'accento bresciano, che soffrendo d'insonnia e di tristezza, ricorda la sua vita, le amiche della sua adolescenza e si pone tanti quesiti sul senso della cose (la domanda, insegnava Lacan, è il veicolo del desiderio), per poi arrivare alla sconsolata "madre di tutte le domande": ne valeva la pena? Essendo una, nessuna e centomila, Lella Costa, che in certi momenti ricorda tanto la mitica Franca Valeri, nella sua maniera esagerata e totalizzante, andando apparentemente e continuamente fuori dal seminato, ci paria di sé e di noi. Impagabile Lella.
Maria Grazia Gregori