Il Resto del Carlino, Domenica 20 dicembre 1998
Prima a Bologna della pièce.
Gruppo di famiglia con sbranamento.
Bologna - Parenti serpenti: e non è solo un vecchio adagio. E' anche il titolo di un film di Mario Monicelli del 1991 che trasudava ferocia e humour nero nel ritratto, spolverato d'ipocrisia natalizia, d'una famiglia intenta a sbranarsi e a complottare tra una cena e un brindisi. Alessandro Haber era uno dei figli, e aggiungeva alla sua già ricca galleria l'ennesimo personaggio complessato, umorale e fragile. Proprio Haber, insieme con Michele Placido che lo dirige (prima regia teatrale per l'attore), da un testo vagamente simile si è sentito attratto: anche qui gruppo di famiglia in un interno soffuso di grettezza, acidi risentimenti, egoismi e incomprensioni. Si tratta di Un'aria di famiglia, dei francesi Agnes Jaoui e Jean-Pierre Bacri che ne sono anche stati interpreti prima sulla scena poi nella versione cinematografica. Il debutto è avvenuto all'Arena del Sole come produzione di Nuova Scena, e costituisce dopo lo spettacolo diretto da Carlo Mazzacurati la seconda esperienza stagionale tra teatro e cinema per lo Stabile bolognese. Placido, che prima di avere successo sullo schermo e di mettersi dietro al mirino della macchina da presa il suo battesimo lo aveva comunque avuto in palcoscenico, fa qui doppiamente da orecchiante: sia nei confronti del mezzo espressivo, delle sue soluzioni e dei suoi linguaggi. Sia verso il lavoro dei compagni, agendo più da attore tra gli attori che da demiurgo. La famigliola, zoo di mostri piccolo-borghesi più o meno mascherati, usa riunirsi ogni venerdì sera nel bar della cittadina di provincia in cui tutti vivono. Il locale è gestito da Enrico, uno dei fratelli: con lui, oggetto di tacita riprovazione perché ha sempre combinato poco, c'è l'affermato e vanesio Filippo, carrierista dall'ecocentrismo insopportabile, e la più giovane, ribelle Betty. Se si aggiunge una madre fatua e faziosa, la moglie di Filippo Jolanda alquanto svampita nonché da lui regolarmente maltrattata, e la presenza di Nicola, il barista con la lingua sciolta che fa da catalizzatore, gli umori aspri della serata non possono che fermentare. Tanto più che questo venerdì Enrico è stato piantato dalla moglie, Betty ha mandato in quel paese il superiore di Filippo, e il compleanno della povera Jolanda si festeggia quindi in una specie di polveriera che sta per saltare. Non è neanche una lotta tra cinici e sensibili, perché le attitudini dei personaggi vengono volutamente mescolate dall'agrodolce tendenziosità del testo: il possibile lieto fine è comunque per chi ha avuto il coraggio di levarsi la maschera. Placido non cita il cinema esplicitamente, come aveva fatto Mazzacurati. Il suo adattamento del testo in chiave nostrano (senza cadere negli stereotipi della commedia all'italiana) tiene comunque ritmo spedito e uno sguardo abbastanza attento all''insieme. Che può vantare momenti godibili nella corposa malinconia di Haber, tremolante di tic, impacci, occhiate circospette e vittimistiche implosioni. Ma si fanno apprezzare anche l'odiosa icona del parvenu Paolo Bessegato, il brio davvero stimolante di Susanna Marcomeni, il vuoto garrulo di Olga Gherardi; mentre i giovani Rocco Papaleo e Roberta Sferzi coniugano l'acerba durezza a una sincerità aggressiva.
Sergio Colomba

L'Unità, Domenica 27 Dicembre 1998
Una cena al vetriolo per Placido regista
"Un aria di famiglia" in scena a Bologna.
Bologna - È un teatro di affetti quello che, in questi giorni, è in scena, con successo, all'Arena del Sole. Per il suo debutto nella regia teatrale, infatti, un veterano della scena e del cinema come Michele Placido, ha deciso di "giocare" in famiglia. Nel senso letterale del termine perché lo spettacolo si intitola Un'aria di famiglia e nasce dalla penna di Agnès Jaoui e di Jean-Pierre Bacri, bravi attori oltre che sceneggiatori di successo (per Resnais, ad esempio) e interpreti, non solo dello spettacolo ma anche del delicato, omonimo film di Cédric Klapish transitato velocemente nelle sale. Una famiglia particolare, quella di Jaoui e Bacri, nella quale sentimenti, frustrazioni, egoismi, disinteresse, invidia, si mescolano strettamente, proprio come nella vita, in una miscela di insopportabilità e tenerezza che sembra esplodere da un momento all'altro e che un po' inquieta e un po' diverte. Un testo molto abile che la regia di Placido, che firma anche l'adattamento, asseconda con mano felice. Nel bar di Enrico, uno dei componenti di questa famiglia squinternata ed esemplare, ci si riunisce ogni venerdì, per poi andare al ristorante. Ma questa volta la moglie di Enrico rompe con l'abitudine andandosene da casa, ufficialmente "per pensare". Quelli che restano si dilaniano fra loro sotto gli occhi della madre egoista che considera Enrico un fallito e stravede per Filippo, un dirigente d'assalto, succube con i potenti, bugiardo e volgare con la moglie Jolanda, insofferente con la sorella Betty, una ribelle che sogna l'amore. Nella scena di Leonardo Scarpa, che rappresenta un bar con il suo bancone e i suoi tavolini, con una porta che conduce fuori, verso la vita che va affrontata con coraggio ma senza spavalderia, la verità, da troppo tempo taciuta, viene a galla. Così il rituale familiare si trasforma in un massacro ma anche in una presa di coscienza, grazie alla lucidità e all'umanità del cameriere Nicola, che, dopo il tramonto di sogni rivoluzionari, cerca, almeno, di vivere con dignità. Nello spettacolo di Placido, del resto, sono proprio lui e Betty a cavarsela. Per gli altri tutto continua come prima: Filippo sarà sempre egoista e pavido; Jolanda una consapevole vittima rassegnata; la madre un' impicciona sempre più isterica. E il sipario cala su di una telefonata per Enrico... Così è la vita per Jaoui e Bacri. E Placido lo sottolinea lavorando con profondità e sensibilità su personaggi che richiedono una convinta immedesimazione. Alessandro Haber, al quale si deve anche il primo innamoramento per questo testo visto al cinema, è un Enrico perfetto nella carica di rassegnata mediocrità che si esprime per sottotoni, per inaspettate accelerazioni, in una gestualità spezzata, in quel suo sapere fare vibrare con naturalezza la corda di un disagio esistenziale. Gli fa da contraltare Paolo Bessegato, convincente Filippo malato di prosopopea. La coppia di ribelli con causa è formata dai bravi e azzeccati Rocco Papaleo (Nicola) e Roberta Sferzi (Betty); la madre inquietantemente ottusa è interpretata da Olga Gherardi mentre Susanna Marcomeni è molto giusta nel tratteggiare la figura ironica di una finta nata ieri. Da vedere.
Maria Grazia Gregori

La Stampa, Domenica 03 Gennaio 1999
"Un'aria di famiglia" vince il gioco di squadra.
Riunione fra parenti, dunque argomento adatto alla stagione, Un'aria di famiglia di Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, all'Arena del Sole di Bologna fino al 10. Da questa premiatissima pièce d'Oltralpe fu tratto un film in cui recitavano gli autori, con risultati, mi dicono, molto buoni; in ogni caso il lavoro funziona, anche adattato a un contesto italiano, più che altro a dire il vero nei nomi dei personaggi e nella valuta, lire invece di franchi, per il resto conservando sia una certa acidità gallica, sia certi rapporti sodali più nordici che mediterranei. Nel poco frequentato bar di Enrico si incontrano come ogni venerdì la madre di costui e i suoi due fratelli, maschio e femmina, allo scopo di andare a cena tutti insieme. Stavolta però vibrano più tensioni del consueto, in quanto Enrico è appena stato piantato dalla moglie; Filippo, il fratello di successo, manager in un'azienda, è in ansia circa una sua apparizione televisiva appena avvenuta senza, pare, incidere troppo, e trascura quindi la consorte Jolanda, di cui ricorre il compleanno; la sorella Betty, che ha un flirt segreto e poco soddisfacente con Nicola, il cameriere del bar, ha appena mandato al diavolo un collega di Filippo, per il quale lavora, e quindi sarà licenziata; l'egocentrica madre incede come un elefante, calpestando le frustrazioni di Enrico e ignorando la personalità della nuora, alla quale regala un inservibile cane semiparalizzato. Nei due tempi (50'+50') assistiamo al prima e al dopo della celebrazione, ossia a una sempre rinviata partenza collettiva per il ristorante, e in seguito, a un dopocena nel bar, dove ci si è rassegnati a mangiare, e dove tutti i contrasti esplodono senza più freni. Fra i vari più o meno drammatici convivi di consanguinei affrontati dal cinema recente, ma anche, storicamente, da molto teatro, questo non si distingue per particolare crudeltà, e nemmeno per una comicità particolarmente aggressiva: ma si av vale di un quieto umorismo, e soprattutto della presentazione di sei personaggi vivi e credibili. Commedia di recitazione, che ha bisogno di una scenografia funzionale e non prevaricante per interpreti sobri e convinti, oltre che disposti al gioco di squadra. Grazie alla regia di Michele Placido, anche adattatore della traduzione di Luca Barcellona, li ottiene. L'ambiente di Leonardo Scarpa, illuminato da Andrea Testa, o adeguato, squallido senza esagerazioni, nonché spiritosamente alterato nel secondo atto per mostrarlo da un'altra angolatura; e i sei che vi agiscono sono tutti all'altezza della situazione. Alessandro Haber, il quale avendo offerto in passato altre versioni dell'umiliato Enrico che nessuno prende sul serio avrebbe potuto esporsi alla tentazione di strafare, offre invece una ammirevole dimostrazione di disciplina lasciando spazio al tronfio Filippo di Paolo Bessegato, un belloccio sicuramente più stupido del conculcato fratello, e all'invadente madre di Olga Gherardi, perfettamente vestita da Elena Dal Pozzo. Susanna Marcomeni è una vulnerabile Jolanda, e la quasi esordiente Roberta Sferzi fa un figurone come la insoddisfatta, scontrosa Betty, di cui nessuno si occupa mai. Eccellente, infine, il cameriere Nicola di Rocco Papaleo, unica presenza con risvolto, in quanto alla lunga assume una fisionomia di commentatore di buon senso: la grazia orgogliosa dell'attore rievoca qualcosa del grande Serge Reggiani. Divertito e mol- to plaudente, il pubblico.
Masolino D'Amico

Avvenire
Michele Placido ha avuto buon gioco anche perché s'è trovato al suo servizio un cast di ottimi attori. Mettendosi del tutto dalla loro parte (un merito), ne ha controllato i ritmi e i tempi mai prevaricando e attento a che non si scivolasse troppo sul comico. Primo a imporsi, un corposo Alessandro Haber, sensibilissimo nel cogliere con mimica impagabile tutto l'humor nero che vive nel personaggio del succube Enrico. Paolo Bessegato, quale Filippo, senza fatica mette in mostra tutto ciò che di vanesio vi può essere in un uomo mentre Susanna Marcomeni esprime con brio la vuotaggine della nuora. La solita professionalità di Olga Gherardi gioca tutta a favore di una madre colta nel suo stolto giovanilismo. È successo all'Arena del Sole.
Domenico Rigotti

Corriere della Sera
Soprattutto è un ottimo banco di prova per gli attori (è qui che Placido da il meglio di sé): Alessandro Haber è un nevrotico, spaventato Enrico, Paolo Bessegato il fratello demente (cravatta rosa), Roberta Sferzi la sorella sboccata e "moderna", Olga Gherardi la madre per così dire ingiusta. Rocco Papaleo un barista-filosofo, e Susanna Marcomeni, la migliore tra tutti (la sua prova è strepitosa) è la cretina (per gli altri) di famiglia.
Franco Cordelli

Famiglia Cristiana
... un'amabile commedia, anche divertente, della quale abbiamo soprattutto ammirato gli interpreti: da Paolo Bessegato (Filippo) a Olga Gherardi (la madre), da Susanna Marcomeni (Jolanda) a Roberta Sferzi (Betty), da Rocco Papaleo (il cameriere Nicola) ad Alessandro Haber nella parte del farfugliante e dissestato Enrico. Un bel successo: anche per il regista, s'intende.
Carlo Maria Pensa

Il Giornale
Successo all'Arena del Sole di Bologna per l'allestimento firmato dal popolare attore cinematografico. Nel bar color vinaccia illuminato da luci blu e gestito dal povero Enrico, la vittima per eccellenza che nella bella interpretazione di Alessandro Haber pare uscita dritta dritta dal pianeta teatrale di Eduardo, si da appuntamento ogni venerdì sera la fauna pittoresca di una famiglia-tipo. C'è la mamma vaporosa e isterica di Olga Gherardi, e c'è soprattutto il fratello-modello Filippo (l'ottimo Paolo Bessegato) con sua moglie Jolanda detta Yo-Yo (la sensibile e sofisticata Susanna Marcomeni) che annega lo sconforto nei copiosi brindisi cui si da, la sera del suo compleanno, in compagnia della cognata Betty, sorella dei protagonisti e sempre alla ricerca dell'uomo ideale. (...) Un copione minimalista, come si vede, che l'intelligenza di Placido regista ha mosso sul palcoscenico con mano sicura dislocando in due prospettive divergenti la bella scena di Leonardo Scarpa.
Enrico Groppali