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La Repubblica, 7 Dicembre 1998
Gleijeses rilancia al Biondo "Il figlio di Pulcinella", scritta
da Eduardo nel '58.
Quella maschera intristita contro i "voti" di Achille Lauro.
Catania - Ben venga nel panorama degli spettacoli eduardiani una
quasi novità scritta nel 1958 e messa in scena anche dal suo creatore
solo una paio di volte a breve termine. Non perfettamente riuscita ma
profondamente stimolante. "Il figlio di Pulcinella" - come "L'arte della
commedia" - deve l'immeritata sfortuna italiana (e l'interesse straniero)
proprio alla polemica diretta che il grande attore-autore, sempre profondamente
impegnato, vi conduce contro una triste stagione della politica partenopea,
quella in cui Achille Lauro, strumentalizzando l'idea monarchica, scambiava
"maccheroni elettorali" per voti proprio come il barone da operetta
della commedia. Più che la storia privata di questo personaggio con
una figlia contesa tra un giovane pittore male in arnese e un vecchio
speculatore sponsor del partito corrotto e disposto a comprare la ragazza
ad ogni costo, da respiro al lavoro il recupero del personaggio di Pulcinella
che già Eduardo aveva ripreso come interprete nel repertorio di Petito.
Esiliata in una catapecchia sul terrazzo del Barone, la vecchia maschera
intristita e decrepita viene rimessa a nuovo per molcire il popolo nella
campagna elettorale e con gusto brechtiano sfodera la doppia invenzione
poetica di una lucertola a fargli da coscienza e di un figlio, nato
da un cavolo in un giorno disperato di guerra mirabilmente descritto
e venduto lì per lì in cambio di una lattina americana di carne conservata.
Ora, con equivoci da sceneggiata e soggetti comici che Geppy Gleijeses
nella più matura interpretazione della sua carriera amplifica tra lo
sberleffo e l'elegia, Pulcinella prende la tessera di tutti e tre i
partiti rivali all'insegna della sopravvivenza, quello monarchico da
cui risulta ufficialmente ingaggiato, una viscida invadente Dc e un
demagogico non meno corrivo Pci. E, mentre serve il padrone con clamorosi
gesti pubblici, lo danneggia, accoppiando alla voglia di indipendenza
la nostalgia classica nei riguardi del suo personaggio di "servitore".
E qui interviene, scettico, il moralismo eduardiano, contrapponendogli
un figlio radicale nella sua ribellione che la maschera nera della doppiezza
vorrebbe togliersela dal volto; ma se sotto quella copertura trasparisse
come notava Nicola Chiaromonte, l'alienazione di un giovane individualista
stile yankee? Nello spettacolo, cooprodotto con la compagnia di Gleijeses
dal Teatro Biondo di cui era fino a ieri direttore, Roberto Guicciardini
riversa l'amarezza personale di chi ha pagato sulla propria pelle i
guasti di quel trasformismo nazionale che qui si denuncia. Su un arioso
pendio di terrazze napoletane su molti livelli, ideate da Piero Guicciardini,
con le musiche composte per Eduardo da Roberto De Simone e rielaborate
da Matteo D'Amico, si rivela una recita composita, ricca di tonalità
e di umori, rallentata da qualche compiacimento del testo per certi
dialoghi di ambiente o per un troppo ambizioso e sterile convegno delle
maschere italiane, ma capace di far vibrare la corda malinconica del
ricordo e di esplodere grazie alle trovate anche pirotecniche del protagonista.
Questi ha voluto versare un tributo al teatro napoletano chiamandosi
accanto Regina Bianchi, che ripaga con la sua sensibile presenza un
personaggio di maniera, il bravissimo Antonio Casagrande, il caricaturale
Nunzio Gallo, con la vivace e maliziosa Marilù Prati che pure lavorò
con Eduardo. Ed ecco ancora Viviana Lombardo, coriacea e sinuosa "lucertola",
Luigi Lo Cascio, il figlio americano della Maschera, Alfonso Liguori,
Giovanni Ribò, Luciano D'Amico, il macchiettistico Massimo Cimaglia,
e una esteriore Giada Desideri, la contesa figlia del Barone con fisico
da Blue bell. Grande attenzione per un recupero che non ha perso la
grinta dell'attualità, risate e successo.
Franco Quadri
La Stampa, Giovedì 14 Gennaio 1999
Rara commedia di Eduardo al Colosseo.
Pulcinella, star della politica.
Torino - E chi se l'aspettava un Eduardo così struggente, di così
acuto rovello politico e così proiettato verso l'esterno, lui, che tendeva
a restringere il mondo dentro una stanza? "Il figlio di Pulcinella"
è la commedia dell'Italia elettorale, opportunistica e imbrogliona,
corruttrice eppure desiderosa di rinascita morale. Dopo averla scritta
nel 1958, Eduardo De Filippo la rappresentò una sola volta, nel 1962;
poi la dismise. Dopo di lui, ci furono un paio di compagnie che la allestirono
tra gli Anni 60 e 70, ma senza lasciare particolari tracce. L'attuale
ripresa, in scena al Colosseo fino a domenica, arriva perciò dalla distanza
di un quarto di secolo. Ne sono responsabili lo Stabile di Palermo e
la Gitiesse Spettacoli che, affidando la regia a Roberto Guicciardini
hanno dato vita a uno spettacolo ricchissimo di suggestioni, di spunti
polemici, di favolosità amara, la cui "modernità" s'intreccia con la
tradizione delle maschere e della Commedia dell'Arte. Pulcinella, servitore
del barone Vo Fà Vo fa, vive dentro uno sgabuzzino sopra i tetti d'un
palazzo. È solo, dimenticato. Per non impazzire, dialoga con una lucertola
che lui, a volte, vede trasfigurata in una donna. Ma arriva il momento
in cui il padrone ha bisogno del suo servo. Il barone (che ricorda l'armatore
Achille Lauro) è in corsa per il Parlamento. E poiché Pulcinella è molto
popolare, ne fa il proprio accompagnatore: lo riveste, gli ritinge i
capelli, lo sfama. Ma anche i comunisti vogliono Pulcinella; anche i
democristiani. Pulcinella, in cambio di sostanziosi pacchi-dono, dice
di si a tutti. In piena campagna elettorale, e mentre il racconto teatrale
si dirama in sottoracconti sentimentali e in gustosi, anche se acidi,
spaccati di vita, appare il figlio di Pulcinella, un ragazzo vissuto
fino ad allora in America, evitato dai bianchi per la faccia nera a
metà, ma anche dai neri perché la faccia è bianca a metà. Il giovane
non accetta il servilismo del padre, né la logica dei padroni. Figuratevi
quel che succede quando Pulcinella convoca a Napoli tutte le maschere
italiane per presentar loro quel figlio apparso nel suo cielo opaco
come un sole inatteso. Il ragazzo scappa. Non sopporta di stare fra
tutti quei sevi. Nel suo orizzonte c'è la libertà. Il messaggio e fino
troppo chiaro, ma non è questo che segna il valore della commedia. Il
pregio del "Figlio di Pulcinella" sta nella coesistenza di due mondi
opposti, nell'affettuosità sentimentale che sgretola e addolcisce il
cinismo, l'avidità, i cerchi chiusi delle classi sociali. In questo
senso non si può non apprezzare la leggerezza con cui Roberto Guicciardini
ha dato forma acidula allo spettacolo. Ricreando con lo scenografo Piero
Guicciardini i tre ambienti caratteristici della Commedia dell'arte,
ha montato un'azione di forte presa, orchestrando l'eccellente lavoro
degli attori. A cominciare da quello di Geppy Gleijeses, un Pulcinella
magnifico, diviso tra melanconia, buffoneria e cupo cinismo: una prova
di trascinante livello teatrale. Accanto a lui, l'ottimo Antonio Casagrande
ha disegnato a dovere il personaggio del barone, Regina Bianchi è una
deliziosa baronessa; Nunzio Gallo è il sapido affarista che, con la
forza del proprio denaro, sposa la figlia del barone, una decorativa
e algida Giada Desideri. Viviana Lombardo in guépière e calze verdi
è la lucertola, Vivacissima Marilù Prati nella parte di Annetta. Luigi
Lo Cascio è John Pulcinella. Essi, e tutti gli altri, hanno ricevuto
alla fine l'applauso entusiastico del pubblico.
Osvaldo Guerrieri
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