Il Resto del Carlino, Lunedì 5 Marzo 2000
De Simone conquista il Pergolesi

Jesi - "L'opera buffa del giovedì santo", spettacolo scritto e diretto da Roberto De Simone è andato in scena l'altra sera al Teatro Pergolesi (seconda e ultima replica oggi alle 17), potrebbe anche essere definito una specie di opera lirica contemporanea per l'importanza primaria che vi riveste la componente musicale e per lo spessore di profonda cultura che lo pervade. In questo senso e per come è strutturalmente concepito, gli si adatterebbe anche l'appellativo di poema in scene e musica. Comunque lo si voglia definire, il lavoro del grande artista partenopeo è in ogni caso un capolavoro di armonia stilistica nonostante le molteplici contaminazioni estetiche che vi compaiono. Denso di analisi storica sulla Napoli del Settecento, ma anche fitto di metafore che trascendono quel luogo e quel tempo, lo spettacolo presenta scorci poeticamente narrati come in un grande politico. Vita napoletana del XVIII secolo intesa tra realtà e mito; in un avvicendarsi di scene sulla vita dei conservatori di allora, sullo squallore tragicomico del mondo dei pezzenti, su piccoli e meno piccoli personaggi della malavita, sull'ambiente del teatro intriso di corruzione, sulla rivoluzione mancata infine, e sulla stagnazione che ne è derivata. La città del Vesuvio, che pur con le sue miserie aveva acquisito nel Settecento la dignità di capitale di livello europeo, si è poi adagiata nell'inerzia, non riuscendo a conoscere una vera risurrezione, dopo il suo giovedì di passione. Superlativi tutti i componenti della Compagnia.
Alberto Pierucci

Corriere Adriatico, Lunedì 5 Marzo 2000
"L'opera buffa" incanta il pubblico del Pergolesi
Magia napoletana. Grande regia di De Simone. E oggi si replica

Jesi - Quando Roberto De Simone mise mano, penna e cervello ala stesura de "L'opera buffa del Giovedì Santo" aveva in testa, secondo noi, due cose ben precise: la flessibilità della storia quando passa da Napoli e l'università della Musica. Perché in questo straordinario canovaccio, appeso fra i balconi delle vecchie case del Rione Sanità o dei Quartieri che si affacciano sul fumo del Vesuvio ('a muntagna), si specchia la vita stessa, palpitante ironia e sberleffo ma anche attenta, molto attenta, a quello che la Storia fa muovere intorno a quello che fa accadere. In questo grande panno appeso fra due mondi che si avvicinano, quello dei poveracci che inventano situazioni e quello dei Signori che non le subiscono se non come estremo sberleffo, si muove questo lavoro che è una delle opere (intesa in senso assolutamente molto lato), più belle, interessanti, spontanee viste al Pergolesi in questi ultimi anni. Quattro quadri in tre atti, scenari diversi (il primo è il Conservatorio dei Poveri di Gesù, il secondo Santa Maria di Loreto, il terzo il Teatro Nuovo, il quarto in piazza del Mercato, ad un anno della fine di secolo) con una "unità di tempo" scandita quel Giovedì Santo che preconizza la resurrezione. Una resurrezione che non arriverà mai. E nella sua attesa, Napoli è in fermento, dal popolo del Conservatorio, dove i giovani emigrati da povere campagne, aspirano ad una vita meno drammatica, disposti pure alla castrazione per diventare sopranisti di vaglia, alle zone malferme dove vige il diritto ad esistere dei bordelli e delle maitresse, dove convogliano quelli che sono attratti dal mito della grande città. In questa situazione si muove questo mondo di sottocultura, contrapposto alla corte napoletana, dove - come ovunque, del resto - vigevano intrighi, protezioni, raccomandazioni e privilegi. Infine un teatro, in cui si rappresenta un melodramma che inneggia ad una rivoluzione che non accadrà mai. Un panorama, dunque, decisamente interessante per quanto hanno voglia di inserire il loro occhio scrutatore dentro alle pieghe di analogie e comparizioni fra vite parallele che non si incontreranno mai. In questo grande filo conduttore, dove vivono e muoiono, dicono e contraddicono personaggi e personalità, che vestono panni e menti differenti da popolani a Re Ferdinando e Donna Carolina, si svolge l'idea di una rivoluzione che non avverrà, una rivalsa contro la castrazione (simbolica) delle voci e delle menti illuminate, in attesa di una risurrezione (non solo di Cristo, ma anche popolare) che diventa una tappa della Passione, scandita dallo Stabat Mater. Gli oltre cinquanta personaggi-interpreti che si muovono, dunque, in questo straordinario mondo di una Napoli che emana profumo di pomodoro e basilico, riescono a rendere lo spettacolo di una magia assoluta. Tutti i numerosi interpreti di questo "capolavoro", nato su ceneri diverse di quelle che permisero la creazione de "La Gatta Cenerentola" da parte dello stesso autore, permeato di stili musicali e di una ridondante affabulazione sorta nei vecchi vicoli, fra bassi dove prospera la prostituzione ed il contrabbando, seno da elogiare, così come l'orchestra in buca, diretta da Domenico Virgili. Grande la regia di De Simone, che ci ha regalato uno spettacolo, seppure talvolta in dialetto napoletano strettissimo di grande raffinatezza. Si replica oggi pomeriggio alle 17.
Giovanni Filosa