Teatro Stabile di Bolzano
presenta


LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
di William Shakespeare
traduzione Angelo Dallagiacoma

con
PATRIZIA MILANI
CARLO SIMONI
ANTONIO SALINES

e con
Eric Alexander, Alberto Astorri, Alvise Battain,
Antonio Caldonazzi, Maurizio Cardillo, Massimo
Cattarizza, Francesca Cimmino, Alessandra
Limetti, Loredana Martinez, Mario Pachi, Maurizio
Ranieri, Libero Sansavini, Riccardo Zini

regia di
Marco Bernardi

scene Gisbert Jaekel
costumi Roberto Banci


Ho scelto di inaugurare con Le allegre comari di Windsor la prima stagione del Teatro Stabile di Bolzano nella nuova struttura progettata da Marco Zanuso nell'intento di stimolare un senso di festa del teatro, di primordiale rituale del comico grazie ad un testo che ha un sapore sanguigno e scatenato di beffa nordica e mediterranea allo stesso tempo. Inoltre Shakespeare è uno dei più forti simboli della cultura occidentale, lo dimostrano, se ce ne fosse bisogno, anche le recenti riscoperte cinematografiche e non. Questa commedia dallo spirito a tratti farsesco racconta la vita di una città di provincia, una città qualunque che potrebbe benissimo essere Bolzano come Vicenza o Udine. Una provincia che mi fa pensare all'umore amaro di certo cinema italiano come / Vitelloni o Amici Miei o i film di Germi, dove la cattiveria isterica con la quale si mettono in scena certi scherzi di dubbio gusto tradisce molta della claustrofobia sociale di comunità urbane relativamente piccole ma benestanti. Ancora una volta il teatro può farsi specchio, con divertimento critico, della comunità che lo esprime. C'è in Shakespeare, in questa che è la sua commedia più commedia, "quella costruzione intesa a celebrare il più puro demone del divertimento" (Gabriele Baldini), uno sguardo di distacco ironico che ricorda quello di Ariosto o di Goldoni e che gli consente di non prendere posizione, sul piano etico, tra l'ego mostruosamente spropositato di un Falstaff vecchio e in declino e le banali, ovvie "buone ragioni" dei borghesi di Windsor/Bolzano/Vicenza/Udine. Anche per questo ho sentito il bisogno di collocare la storia più vicina a noi, in un ipotetico, indeterminato secondo dopoguerra, perché mi sembra di poterla raccontare meglio attraverso personaggi di questo secolo, del tutto simili a noi. L'altra forzatura che mi sono concesso, è quella di ambientare cinque ottavi della commedia nella Locanda della Giarrettiera nel tentativo di dare maggiore unità drammaturgica alla struttura della vicenda ed anche un'accelerazione alla scansione
della maggior parte delle scene, come in un "hotel del libero scambio" dove spesso, nelle nostre città, avvengono gli incontri, le congiure, le bevute, gli amori, gli affari e il gioco... Tra l'altro mi diverte molto l'idea che Shakespeare negli stessi mesi in cui cono cepiva Amleto sentisse il bisogno di distrarsi scrivendo in quattordici giorni Le allegre comari per obbedire alla regina Elisabetta che depressa dalla morte di Falstaff nell'Enrico V ne aveva ordinato l'immediata resurrezione. Evidentemente la terapia del riso di cui tanto si parla oggi era già conosciuta e praticata ai tempi del "bardo". Un'altra delle ragioni della scelta di questa commedia per l'inaugurazione del nuovo, importante teatro di Bolzano è il desiderio di offrire una prova corale alla compagnia di bravi e affiatati attori che hanno collaborato con me in questi ultimi anni: da Patrizia Milani a Carlo Simoni, da Antonio Salines ad Alvise Battain, da Mario Pachi a Loredana Martinez, da Libero Sansavini a Massimo Cattaruzza... Ho voluto unirli per celebrare questo rito di riscoperta di una commedia dalla teatralità prepotente ma decisamente trascurata dal repertorio italiano degli ultimi decenni. Falsaff è ciascuno di noi. È l'eccesso: il bere e le donne e i soldi. Infantile, immaturo, pusillanime, ladro ma simpatico e pieno di spudorata vitalità. Gli altri sono i borghesi con i loro "vorrei ma non posso", in tutti i sensi. Anche se sappiamo benissimo che, dal punto di vista della legge morale, hanno ragione loro. Falstaff è libertà. Una cosa che mi chiedo sempre, leggendo Le allegre comari, è se ciò che accade nel quinto atto nel parco di Windsor sia la realtà della messa in scena dei borghesi o il sogno dell'ubriacone Falstaff. Un incubo spaventoso in cui il grassone, in preda ai fumi dell'alcool e ai relativi sensi di colpa, creda davvero di essere finito all'inferno. Ecco, un dubbio atroce tra una messa in scena e un sogno mi sembra uno dei modi possibili per incominciare a pensare ad un nuovo spettacolo e per tentare di definire il senso (la magia) del Teatro.
Marco Bernardi

Questa traduzione delle Allegre comari di Windsor mi è stata chiesta da Marco Bernardi per lo spettacolo d'inaugurazione della nuova sede del Teatro Stabile di Bolzano. Se l'apertura di un nuovo teatro è sempre una festa per la collettività, Le allegre comari è una commedia che tra i suoi vari e molti pregi, ha anche quello di essere una festa del linguaggio. Il testo originale è scritto quasi tutto in prosa, cioè per i nove decimi. Caso unico nelle 37 opere teatrali del canone shakespeariano dove generalmente predominano i versi o comunque la prosa non supera la metà del testo. Un'altra peculiarità di questo testo è che ci presenta una galleria di personaggi, di differenti stature ma quasi tutti raffigurati nelle dimensioni della comicità, tra i quali anche le miniature sono semplimente indimenticabili. E tutti attingono forma e energia da un dialogo che si basa fondamentalmente su tre registri linguistici. Ed è altrettanto evidente che all'interno di ognuno di questi registri ogni personaggio distacca la propria voce dalle altre modulando le proprie note caratteristiche in modo inconfondibile. Più traduco per il teatro opere di Shakespeare e più mi rendo conto della sua capacità, unica e insuperata, nell'uso della lingua. Tra tragedie, commedie e drammi storici, Le allegre comari è la mia diciottesima traduzione shakespeariana e posso dire che in tutte ho trovato il contrappunto dei registri linguistici, ma in ogni opera la musica cambia. Come ogni altro elemento strutturale di ogni singolo testo shakespeariano, anche il contrappunto dei registri linguistici non è un elemento formale che agisce per conto suo, nel senso che il tono e il timbro delle varie voci non sono una patina data con abilità sui personaggi ma sono, o sembrano essere, una qualità naturale e sorprendente del loro rilievo psicologico e della loro sostanza teatrale. Nel mio viaggio di scoperta nel territorio dei linguaggi shakespeariani, iniziato con la traduzione di Re Lear per Giorgio Strehler e Amleto per Maurizio Scaparro, il regista insieme al quale ho fatto il percorso più lungo è Marco Bernardi. Quando nel 1980 assunse la direzione artistica del Teatro Stabile di Bolzano, il primo testo che mise in scena fu Romeo e Giulietta. Nel giro di pochi anni fecero seguito Pene d'amore perdute e Sogno di una notte d'estate. E ora Le allegre comari di Windsor. Un fatto molto utile per esplorare l'evoluzione dello stile in Shakespeare è stato che la successione cronologica degli allestimenti di Bernardi rispecchia quella in cui questi testi furono scritti tra il 1594 e il 1600, quindi negli anni che precedono il periodo cosiddetto della maturità di Shakespeare che arriva al 1607 e comprende una serie di capolavori assoluti quali Amleto, Otello, Re Lear, Macbeth, Antonio e Cleopatra. Parlando in generale del come impostare una traduzione, la questione del tradurre fedele alla lettera o allo spirito del testo è un falso problema. Non si può tradurre alla lettera perché non si può leggere alla lettera. Detto ciò, ho sempre tenuto conto dei consigli che Amleto (Atto III, sc. II) da agli attori su come si deve interpretare un testo. Mutato ciò che c'è da mutare, Shakespeare dice ai traduttori:
1) traducetelo, il testo, vi prego, come io ve l'ho scritto con scioltezza. Non caricatelo.
2) Servitevi di tutto con lucidità: il pubblico deve capire.
3) Vorrei vedere frustato il traduttore che non si accontenta di fare Shakespeare ma lo strafà: fa Shakespeare più di Shakespeare. Per favore evitatelo.
4) Non siate neppure troppo addomesticati, ma lasciatevi guidare dal gusto.
5) Accordate la parola al contesto.
6) Non aggiungete parole al testo. È segno di una misera ambizione nell'imbecille che se ne serve.
Nelle Allegre comari i registri linguistici sono: quello comico per eccellenza, con cui si esprimono i personaggi dell'intreccio principale, centrato sulla beffa ordita dalle allegre comari ai danni di Falstaf; quello del sentimento amoroso degli innamorati, che tra loro parlano sempre in versi; quello del realismo farsesco di tutti gli altri personaggi. La traduzione naturalmente tiene conto del cambiamento d'epoca previsto dalla regia. E bernardi, che nelle sue regie ha sempre dato prova di amare la parola, mi ha chiesto di mantenere in italiano, il più possibile, la ricchezza e la diversificazione delle voci del testo originale; di essere filologicamente corretto e nello stesso tempo "moderno come lo è Shakespeare". In questa direzione mi sono mosso e credo di essere giunto ad alcuni esiti positivi. Il testo della traduzione è stato accuratamente rivisto insieme a Bernardi e agli attori, ai quali va il mio ringraziamento.
Angelo Dallagiacoma