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Ho scelto di inaugurare con Le allegre comari di Windsor la prima stagione
del Teatro Stabile di Bolzano nella nuova struttura progettata da Marco
Zanuso nell'intento di stimolare un senso di festa del teatro, di primordiale
rituale del comico grazie ad un testo che ha un sapore sanguigno e scatenato
di beffa nordica e mediterranea allo stesso tempo. Inoltre Shakespeare
è uno dei più forti simboli della cultura occidentale, lo dimostrano,
se ce ne fosse bisogno, anche le recenti riscoperte cinematografiche
e non. Questa commedia dallo spirito a tratti farsesco racconta la vita
di una città di provincia, una città qualunque che potrebbe benissimo
essere Bolzano come Vicenza o Udine. Una provincia che mi fa pensare
all'umore amaro di certo cinema italiano come / Vitelloni o Amici Miei
o i film di Germi, dove la cattiveria isterica con la quale si mettono
in scena certi scherzi di dubbio gusto tradisce molta della claustrofobia
sociale di comunità urbane relativamente piccole ma benestanti. Ancora
una volta il teatro può farsi specchio, con divertimento critico, della
comunità che lo esprime. C'è in Shakespeare, in questa che è la sua
commedia più commedia, "quella costruzione intesa a celebrare il più
puro demone del divertimento" (Gabriele Baldini), uno sguardo di distacco
ironico che ricorda quello di Ariosto o di Goldoni e che gli consente
di non prendere posizione, sul piano etico, tra l'ego mostruosamente
spropositato di un Falstaff vecchio e in declino e le banali, ovvie
"buone ragioni" dei borghesi di Windsor/Bolzano/Vicenza/Udine. Anche
per questo ho sentito il bisogno di collocare la storia più vicina a
noi, in un ipotetico, indeterminato secondo dopoguerra, perché mi sembra
di poterla raccontare meglio attraverso personaggi di questo secolo,
del tutto simili a noi. L'altra forzatura che mi sono concesso, è quella
di ambientare cinque ottavi della commedia nella Locanda della Giarrettiera
nel tentativo di dare maggiore unità drammaturgica alla struttura della
vicenda ed anche un'accelerazione alla scansione
della maggior parte delle scene, come in un "hotel del libero scambio"
dove spesso, nelle nostre città, avvengono gli incontri, le congiure,
le bevute, gli amori, gli affari e il gioco... Tra l'altro mi diverte
molto l'idea che Shakespeare negli stessi mesi in cui cono cepiva Amleto
sentisse il bisogno di distrarsi scrivendo in quattordici giorni Le
allegre comari per obbedire alla regina Elisabetta che depressa dalla
morte di Falstaff nell'Enrico V ne aveva ordinato l'immediata resurrezione.
Evidentemente la terapia del riso di cui tanto si parla oggi era già
conosciuta e praticata ai tempi del "bardo". Un'altra delle ragioni
della scelta di questa commedia per l'inaugurazione del nuovo, importante
teatro di Bolzano è il desiderio di offrire una prova corale alla compagnia
di bravi e affiatati attori che hanno collaborato con me in questi ultimi
anni: da Patrizia Milani a Carlo Simoni, da Antonio Salines ad Alvise
Battain, da Mario Pachi a Loredana Martinez, da Libero Sansavini a Massimo
Cattaruzza... Ho voluto unirli per celebrare questo rito di riscoperta
di una commedia dalla teatralità prepotente ma decisamente trascurata
dal repertorio italiano degli ultimi decenni. Falsaff è ciascuno di
noi. È l'eccesso: il bere e le donne e i soldi. Infantile, immaturo,
pusillanime, ladro ma simpatico e pieno di spudorata vitalità. Gli altri
sono i borghesi con i loro "vorrei ma non posso", in tutti i sensi.
Anche se sappiamo benissimo che, dal punto di vista della legge morale,
hanno ragione loro. Falstaff è libertà. Una cosa che mi chiedo sempre,
leggendo Le allegre comari, è se ciò che accade nel quinto atto nel
parco di Windsor sia la realtà della messa in scena dei borghesi o il
sogno dell'ubriacone Falstaff. Un incubo spaventoso in cui il grassone,
in preda ai fumi dell'alcool e ai relativi sensi di colpa, creda davvero
di essere finito all'inferno. Ecco, un dubbio atroce tra una messa in
scena e un sogno mi sembra uno dei modi possibili per incominciare a
pensare ad un nuovo spettacolo e per tentare di definire il senso (la
magia) del Teatro.
Marco Bernardi
Questa traduzione delle Allegre comari di Windsor mi è stata chiesta
da Marco Bernardi per lo spettacolo d'inaugurazione della nuova sede
del Teatro Stabile di Bolzano. Se l'apertura di un nuovo teatro è sempre
una festa per la collettività, Le allegre comari è una commedia che
tra i suoi vari e molti pregi, ha anche quello di essere una festa del
linguaggio. Il testo originale è scritto quasi tutto in prosa, cioè
per i nove decimi. Caso unico nelle 37 opere teatrali del canone shakespeariano
dove generalmente predominano i versi o comunque la prosa non supera
la metà del testo. Un'altra peculiarità di questo testo è che ci presenta
una galleria di personaggi, di differenti stature ma quasi tutti raffigurati
nelle dimensioni della comicità, tra i quali anche le miniature sono
semplimente indimenticabili. E tutti attingono forma e energia da un
dialogo che si basa fondamentalmente su tre registri linguistici. Ed
è altrettanto evidente che all'interno di ognuno di questi registri
ogni personaggio distacca la propria voce dalle altre modulando le proprie
note caratteristiche in modo inconfondibile. Più traduco per il teatro
opere di Shakespeare e più mi rendo conto della sua capacità, unica
e insuperata, nell'uso della lingua. Tra tragedie, commedie e drammi
storici, Le allegre comari è la mia diciottesima traduzione shakespeariana
e posso dire che in tutte ho trovato il contrappunto dei registri linguistici,
ma in ogni opera la musica cambia. Come ogni altro elemento strutturale
di ogni singolo testo shakespeariano, anche il contrappunto dei registri
linguistici non è un elemento formale che agisce per conto suo, nel
senso che il tono e il timbro delle varie voci non sono una patina data
con abilità sui personaggi ma sono, o sembrano essere, una qualità naturale
e sorprendente del loro rilievo psicologico e della loro sostanza teatrale.
Nel mio viaggio di scoperta nel territorio dei linguaggi shakespeariani,
iniziato con la traduzione di Re Lear per Giorgio Strehler e Amleto
per Maurizio Scaparro, il regista insieme al quale ho fatto il percorso
più lungo è Marco Bernardi. Quando nel 1980 assunse la direzione artistica
del Teatro Stabile di Bolzano, il primo testo che mise in scena fu Romeo
e Giulietta. Nel giro di pochi anni fecero seguito Pene d'amore perdute
e Sogno di una notte d'estate. E ora Le allegre comari di Windsor. Un
fatto molto utile per esplorare l'evoluzione dello stile in Shakespeare
è stato che la successione cronologica degli allestimenti di Bernardi
rispecchia quella in cui questi testi furono scritti tra il 1594 e il
1600, quindi negli anni che precedono il periodo cosiddetto della maturità
di Shakespeare che arriva al 1607 e comprende una serie di capolavori
assoluti quali Amleto, Otello, Re Lear, Macbeth, Antonio e Cleopatra.
Parlando in generale del come impostare una traduzione, la questione
del tradurre fedele alla lettera o allo spirito del testo è un falso
problema. Non si può tradurre alla lettera perché non si può leggere
alla lettera. Detto ciò, ho sempre tenuto conto dei consigli che Amleto
(Atto III, sc. II) da agli attori su come si deve interpretare un testo.
Mutato ciò che c'è da mutare, Shakespeare dice ai traduttori:
1) traducetelo, il testo, vi prego, come io ve l'ho scritto con scioltezza.
Non caricatelo.
2) Servitevi di tutto con lucidità: il pubblico deve capire.
3) Vorrei vedere frustato il traduttore che non si accontenta di fare
Shakespeare ma lo strafà: fa Shakespeare più di Shakespeare. Per favore
evitatelo.
4) Non siate neppure troppo addomesticati, ma lasciatevi guidare dal
gusto.
5) Accordate la parola al contesto.
6) Non aggiungete parole al testo. È segno di una misera ambizione nell'imbecille
che se ne serve.
Nelle Allegre comari i registri linguistici sono: quello comico per
eccellenza, con cui si esprimono i personaggi dell'intreccio principale,
centrato sulla beffa ordita dalle allegre comari ai danni di Falstaf;
quello del sentimento amoroso degli innamorati, che tra loro parlano
sempre in versi; quello del realismo farsesco di tutti gli altri personaggi.
La traduzione naturalmente tiene conto del cambiamento d'epoca previsto
dalla regia. E bernardi, che nelle sue regie ha sempre dato prova di
amare la parola, mi ha chiesto di mantenere in italiano, il più possibile,
la ricchezza e la diversificazione delle voci del testo originale; di
essere filologicamente corretto e nello stesso tempo "moderno come lo
è Shakespeare". In questa direzione mi sono mosso e credo di essere
giunto ad alcuni esiti positivi. Il testo della traduzione è stato accuratamente
rivisto insieme a Bernardi e agli attori, ai quali va il mio ringraziamento.
Angelo Dallagiacoma
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