Teatro Di Sardegna
presenta


IL RITORNO A CASA
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra

con
PAOLO BONACELLI
IVANA MONTI

regia di
Guido De Monticelli

scene e costumi Enrico Job
luci Guido Mariani


"Il ritorno a casa" è ormai riconosciuto come uno dei capolavori di Harold Pinter (un pò come i Buddembrook del drammaturgo inglese, secondo un'affermazione di Guido Davico Bonino).
Teddy ritorna con sua moglie Ruth a trovare il padre, lo zio e i due fratelli minori nella sgangherata casa nel nord di Londra.
Lui è un professore di filosofia di una Università Americana, hanno tre magnifici bambini che, per l'occasione, hanno lasciato in America.
Ruth, l'elemento estraneo, ben presto comincia a prendere coscienza dei rapporti all'interno della famiglia e, attraverso lei, tutti ambiguamente si muovono alla disperata ricerca della Verità o dell'Identità.

Ogni singola storia ha lei come centro e se il primo atto è stata l'esemplificazione del dominio del padre, Max, nel secondo atto è Ruth che diventa l'elemento catalizzatore delle esistenze di tutti.
In questa commedia grottesca il più grande autore di teatro vivente, e certamente uno dei grandi del Novecento, disvela le crisi dell'uomo contemporaneo nella famiglia e attraverso la famiglia, orchestrando con un linguaggio ironico fino al sarcasmo gli indimenticabili personaggi di questo viaggio nel profondo della natura umana.


Note di regia di Guido De Monticelli
Se qualcuno potesse per un attimo avvicinare l'orecchio alla porta di Harold Pinter mentro lo scrittore sta componendo una delle sue commedie, sentirebbe provenire da quella porta un rincorrersi di voci, di battute schioccate come fruste, di lunghi sbrodolati discorsi tagliati da improvvisi altrettanto interminabili silenzi. E sentirebbe anche il gorgogliare di risate improvvise e tutta una serie di esclamazioni di divertito e allarmato stupore. Ecco, la famosa stanza pinteriana, il luogo prediletto dei suoi drammi è in primo luogo questo studio carico di voci, di silenzi, di incontenibili risa, lo studio dove incominciano a prender forma e vita gli individui invadenti e spesso reticenti delle sue commedie. Quando scrive, Pinter - è lui stesso a dircelo - parla, parla con la voce dei suoi personaggi, pronuncia ad alta voce ciò che va fissando sulla pagina e spesso si lascia andare a schiette risate con cui accoglie le uscite più stambe delle sue creature. Sarà forse per questo che, una volta uscito da quello studio così popolato e brulicante di voci, una volta data alle stampe e alla scena la sua nuova commedia, Pinter non ama parlarne e soprattutto spiegare le ragioni dei personaggi che si sono a lui stesso rivelati. Perchè qualsiasi definizione unilaterale gli suonerebbe come un possibile tradimento delle creature spesso imprendibili e sfuggenti, ma teatralmente concretissime e vitali che si sono date convegno intorno al suo scrittoio. E Pinter non ha compiuto, nel buttare sulla carta le loro battute, nell'individuare il ritmo e le cadenze delle loro azioni, un atto volontaristico, ma ha semplicemente obbedito a quelle che erano le loro volontà, o meglio le loro necessità.
Se voi chiedete a Pinter perchè un certo personaggio dice in quel momento una certa battuta, vi sentirete rispondere che così era necessario per lui di parlare o di agire in quel momento. Ma poi è anche subito disposto ad andare a vedere quella battuta e a fare delle supposizioni a cui non pretende di dare il crisma della verità: proprio come facciamo noi quando lo mettiamo in scena; perchè il linguaggio dell'attore, quel suo cercare la concreta soluzione scenica e ritmica, quello sì lo affascina (e Pinter ha cominciato il suo lavoro in teatro come attore), e allora, in quella veste ritroverebbe le parole per indagare i segreti dei suoi personaggi e di nuovo riprenderebbe a ridere e a stupirsi di loro.
In questo senso Pinter appartiene a quella schiera di drammaturghi che potremmo definire medianici, come era per esempio da noi Pirandello. Per Pirandello, come per Pinter, i personaggi erano qualcosa di veramente concreto e palpabile e le loro voci si facevano davvero sentire. Per autori di questo genere la sincerità è il primo valore, ma la sincerità si applica in primo luogo nei confronti del personaggio: non bisogna mai sovrapporsi a lui, tradirlo, bisogna innanzi tutto saperlo ascoltare: ecco perchè si è anche il primo dei suoi spettatori e si può stupirsene o riderne come di una creatura perfettamente autonoma.
Lo spunto di partenza de Il Ritorno a Casa, commedia scritta nel 1965, è semplicissimo e apparentemente normale. Il ritorno in famiglia di Teddy, partito anni prima per l'America dove è docente di filosofia in una importante Università.
Teddy torna con la moglie Ruth che ha sposato, poco prima di lasciare Londra, all'insaputa di tutti i familiari.
Non vogliamo svelare a chi non lo conosca, lo svolgimento della trama che riserva imprevedibili colpi di scena nel corso dell'incontro che avrà luogo tra Teddy e i suoi due fratelli, il vecchio padre ex macellaio e lo zio taxista, ma dire solo che questo ritrovamento scatenerà come un fuoco incrociato di riemersioni e di rimozioni, ora violente, ora grottesche, ora sordide, ora tenere, il vero "ritorno" di questa commedia: il ritorno di un passato che governa il presente di questi personaggi e non importa sapere se quel passato (che nelle parole di ciascuno di loro o all'interno dei loro stessi discorsi assume connotati spesso diversi o addirittura imprevedibilmente contrapposti) sia realmente accaduto e in quella forma, "io trovo terribilmente difficile anche stabilire cosa è accaduto ieri" - dice Pinter in una delle sue rare interviste - "Si fantastica, e la fantasticheria diventa vera come fosse la realtà". Ma l'importante è che quella fantasticheria (vera o falsa o rielaborata che sia) invade come un corpo solido e prepotente il presente di ciascuno, rendendolo, come è evidente e fortemente significativo nel Ritorno a casa, un luogo carico di quel passato: e potremmo aggiungere le poche ma illuminanti parole di Pinter dette in un lontano 1961 all'intervistatore americano Mel Gussow: "Oggi sono molto più consapevole di come la vita sia fatta di una sorta di eterno presente. (...) Certo avverto sempre più che il passato non è passato. E' presente. (...) Il futuro sarà la stessa cosa. Non finirà mai. Portiamo con noi ogni nostra situazione fino alla fine".