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La
"Fedra" di Racine, Ovvero la modernità di un classico
La Fedra prodotta dal Teatro di Genova riporta su un palcoscenico italiano,
dopo quindici anni di assenza, il capolavoro del grande tragico francese
Jean Racine, di cui è ricorso nel 1999 il terzo centenario della morte.
La messa in scena di Fedra - che viene proposta con la regia di Marco
Sciaccaluga, le scene di Ezio Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino
- è stata resa possibile dalla convergenza di alcune condizioni favorevoli
a far superare i timori che in Italia rendono così
poco rappresentate le opere di uno dei più grandi autori di tutta la
storia del teatro.
Innanzitutto, la presenza in compagnia di Mariangela Melato, ideale
interprete del "più bel personaggio femminile di tutti i tempi"; poi,
la disponibilità della nuova traduzione in versi che Giovanni Raboni
ha appositamente riscritto sulla scorta della ricca esperienza poetica
e teatrale maturata dopo la prima versione curata all'inizio degli anni
Ottanta per Luca Ronconi; e, ancora, l'opportunità di avere per tutti
i ruoli della tragedia gli attori in questo momento più giusti per interpretarli:
Sergio Romano (Ippolito), Paola Mannoni (Enone), Ugo Maria Morosi (Teramene),
Luciano Virgilio (Teseo), Chiara Melli (Aricia), Orietta Notari (Ismene),
Mariangeles Torres (Panope).
Tragedia erotica di un'intera famiglia perseguitata dall'odio di Venere,
Fedra si svolge a Trezene nel Peloponneso e racconta gli inutili sforzi
della figlia di Minosse e Pasifae di liberarsi dalla bruciante passione
che la dea dell'amore le ha acceso in cuore per Ippolito, figlio del
marito Teseo re di Atene. In Fedra, vittima del fato più che peccatrice
per autonoma volontà, si agitano sentimenti contrastanti: la consapevolezza
della colpa per un amore tabù, la folle speranza all'annuncio della
presunta morte del marito, la gelosia nei confronti della principessa
Aricia amata da Ippolito, il rimorso per aver lasciato che la nutrice
Enone calunniasse l'integerrima virtù del figliastro e, infine, la volontà
di espiazione davanti agli occhi di Teseo, distrutto a sua volta dal
senso di colpa per aver evocato contro l'innocente Ippolito la terribile
ira del dio Nettuno.
Ha scritto Diderot di Fedra: "Tra mille anni farà ancora versare lacrime;
avrà l'ammirazione degli uomini in tutte le contrade della terra; ispirerà
umanità, commiserazione, tenerezza". Nel mettere in scena questa "tragedia
di abbagliante nerezza" (la definizione è di Giovanni Raboni), il Teatro
di Genova ha inteso anche evidenziare tutta la modernità di un capolavoro
del teatro classico, scommettendo sull'attuale presenza di un pubblico
ancora capace di lasciarsi coinvolgere dalla rappresentazione di strutture
archetipiche delle passioni e dei comportamenti umani.
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