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Apas produzioni s.r.l.
presenta
VITA DI GALILEO
di Bertolt Brecht
con
MARIANO RIGILLO
e con
Luigi Mezzanotte, Fiorella Buffa, Gianni Guerrieri, Antonio Izzo,
Gianluca Secci, Irma Ciaramella, Raffaella Iliceto, Giovanni Carta,
Massimiliano Cardinali, Giacomo Zumpano
regia
Gigi Dall'Aglio
scene Sergio
Tramonti, costumi Serena Naddi,
musiche Fabrizio Romano, luci Giuseppe Ardizzone
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Il Galileo
di Brecht? Mi fu detto è una bella sfida. Io non credo che sia
una "bella sfida", io credo soltanto sia un bel testo, non
si sfidano le cose che hanno contribuito a scolpire la nostra coscienza
come lo fu lo spettacolo del Piccolo. Ed è anzi per l'indole
che mi ha portato a fare questo mestiere, che mi emoziona, non so darmi
pace fino a quando non riesco a farne partecipi gli altri col teatro.
Intanto da un attore mosso dalle medesime pulsioni si è costituita
una compagnia motivata più sui contenuti che sui ruoli. "Un
narratore collettivo, composto da attori impegnati intorno ad una stessa
necessità intellettuale".... (Bertolt Brecht) e aggiungo
io desiderosi di affrontare per sé alcuni nodi culturali del
nostro tempo.
La scienza oggi si
trova in una fase post-galileiana, vale a dire in una fase in cui i
rapporti col potere sono profondamente cambiati. Non si parla del potere
ecclesiastico che, sul passato, ha svolto la sua brava revisione, ma
del "potere tout court" che oggi, appunto, deve fare i conti
con l'organizzazione pubblica e privata di una ricerca scientifica in
grado di portare un contributo autonomo (e responsabile?) ai problemi
della società e del mondo. E' proprio sulla questione della responsabilità
che il problema torna a farsi scottante, perchè è proprio
lì che, quando la tecnologia ha finito di svolgere la sua funzione
pragmatica, i grandi temi di fondo ricominciano a porre la questione
in termini etici.
Il testo di Brecht
sulla vita di Galileo è straordinario proprio in questo. Infatti
quella che è stata definita una ambiguità di fondo nel
comportamento del personaggo e nella problematica dell'autore è
in realtà il racconto di un passaggio epocale tra ciò
che era: cioè una scienza impotente, frustrata, ma impegnata
in una lotta fondamentale col potere di turno, e ciò che emergerà
dalle ambiguità e dai compromessi legati a questo scontro: e
cioè una scienza che per rendersi autonoma si è messa
in una sorta di ottimistico limbo neutrale da cui fatica ad uscire per
dare una risposta ai problemi che essa stessa pone.
Questo è quanto ci racconta Brecht col suo Galileo. Non tanto
la storia di un uomo che lotta tra eroismo e debolezze contro il potere,
ma la storia di un problema, delle sue origini materiali e delle ragioni
umane e sociali che lo hanno consegnato così nelle nostre mani
attraverso i secoli.
Tutto ciò
deve essere chiaro quando si pensi di mettere in scena la "Vita
di Galileo", infatti anche la stessa ricerca dell'autore che si
manifesta attraverso successive stesure, è improntata, più
o meno consapevolmente (come emerge dai suoi diari), ad utilizzare in
modo "attualmente" concreto il conflitto tra l'etica dell'utile
e la responsabilità di fronte ai bisogni immediati del mondo.
La non-mediata (appunto:
immediata) opinione dei giovani di un liceo berlinese avea già
costretto Brecht ad affrontare tale conflitto nella disputa dialettica
tra "consenziente" e "dissenziente". Nel Galileo
però, come abbiamo visto, lo stesso tema si storicizza in questo
modo: se dapprima la storia ci costringe a creare un "consenziente",
in seguito sarà poi possibile creare gli strumenti per individuare
e soddisfare le esigenze della società in modo "dissenziente"
cioè consapevolmente ingenuo? La certezza che oggi questi problemi
vengono posti con urgenza finisce col dare le coordinate di uno spettacolo
in cui una coscienza collettiva degli interpreti deve guidare con analitica
attenzione e coinvolgente partecipazione tutti gli appuntamenti del
racconto.
Non si tratta più,
oggi, con questo testo, di costruire un luogo di culto del pensiero
laico, ma di farsi carico della problematicità di questo pensiero
per scaricarla, con innocente ed ispirata determinazione, nei luoghi
rituali che il "giro" teatrale incontra e lì concentrare
alcuni elementi fondamentali: una musica presente che faccia scorrere
il tempo e che racconti la scena (ricordiamo quando Bertolt Brecht spiegava
agli studenti perchè alla morte del protagonista aveva, al posto
di una marcia funebre, messo un allegro valzerino), uno spazio scenico
sobrio, solenne e allusivo, un nucleo di attori di convinta vocazione
intellettuale per esercitare una appassionata coralità critica,
un attore, Mariano Rigillo, che concentri su di sé la forza tragica
del mito e l'ironia dell'interpretazione, ed infine un pubblico che
abbia ancora voglia di incontrarsi per assistere a qualcosa cui sarà
chiamato a rispondere, secondo coscienza, davanti alle generazioni future.
Gigi Dall'Aglio
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