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1909, un milanese di nome Kafka
Benvenuti al Café Kafka. Che poi, ai suoi tempi, si chiamava café
Savoy, naturalmente a Praga, naturalmente dalle parti della Sinagoga
e del Golem. Un locale di schietto gusto Liberty, ritrovo abituale a
inizio secolo di intellettuali e artisti ebrei. Come Jizehak Lowy, attore
di successo, specialista in operine e drammoni di grande pathos e molto
kitsch. Una sorta di sceneggiata Yddish capace di attirare con la sua
vitalità l'interesse di un mondo stanco, malato, avviato verso la catastrofe.
Non sfuggì a quel fascino Kafka, capitato una sera del 1911 al Savoy,
restò folgorato da Lowy e i suoi guitti, capaci col loro calore di mostrargli
l'altra faccia della sua anima: quelle rimosse, fortissime, radici giudaiche,
chiavi di volta di sconvolgenti emozioni. "Chi uscirà da quel Café è
un Kafka nuovo: ironico, leggero, comico", sostiene Moni Ovadia, da
stasera al Teatro Studio di Milano protagonista con la sua TheaterOrchestra
de il "Caso Kafka", scritto con l'amico (e già compagno di interessanti
avventure cinematografiche e teatrali) Roberto Andò, che firma anche
la regia. E ricostruisce con gli occhi di una memoria post Olocausto,
post Kafka, un simulacro di quel teatrino da lupo della steppa praghese,
tratteggiato da un logoro sipario di velluto rosso, circondato da centinaia
di scarpe sgualcite, vecchie foto in bianco e nero, pile di libri ammonticchiati
sulla soglia, porte spalancate sul nulla. "Perché - spiega Andò - coloro
che animano le sue notti con infinite discussioni letterarie e tanta
follia non ci sono più. Tutti travolti dalla Shoah, tutti inghiottiti
dai campi di sterminio". Quel che resta sono appunto le scarpe, i libri,
qualche mazzetto di fiori… E quelle assi di legno, dove la vita ogni
notte saliva in scena e si rappresentava con le sue passioni, i suoi
drammi, le sue ilarità. Per il tormentato autore del "Processo" e della
"Metamorfosi", fino a quel momento a contatto solo con il giudaismo
freddo e formale di un padre oppressivo, quello fu l'incontro, inaspettato
e rivoluzionario, con un mondo sanguigno, pieno di slanci e di contatti,
anche fisici. Un mondo povero, persino sporco, ma che fa scoprire a
Kafka un insospettato, bramato, presagito, lato "caldo" dell'esistenza,
"Un'esperienza sconvolgente - commenta Ovadia - tanto da far annotare
a Kafka sul suo "Diario" pagine brucianti di ardori e commozione. Insomma,
i tratti di questo suo legame con Lowy sono quelli tipici di una passione.
Per lui Kafka farà quello che non fece per nessuna delle sue donne:
si comprometterà, si assumerà delle responsabilità…. In pratica, si
offre come suo manager, racimola il denaro e organizza per lui una serata
al Municipio di Praga dove l'introverso, nevrotico, Franz si esibirà
in pubblico in un elogio straordinario dell'amico e della lingua yiddish".
"Non abbiate paura di questa lingua", grida Kafka a una platea borghese
che, come lui, parla e scrive in tedesco. E cita a sostegno le tesi
di Kraus, che sul problema linguistico di chi scriveva in tedesco teneva
presente gli echi della cultura ebraica. "Tra i paradossi del nazismo
- continua Ovadia - è di aver messo in atto, con una fittissima serie
di divieti assurdi (gli ebrei potevano avere fornelli solo a due fuochi,
camminare solo sul lato destro del marciapiede, andare in autobus solo
mezz'ora al giorno…), un'involontaria parodia di quella selva di regole
che ogni ebreo praticante deve seguire. Un ritualismo ossessivo che
si ritrova negli scritti di Kafka". Con Lowy, Kafka rimase legato tutta
la vita. "E l'attore quando venne a sapere della sua morte - racconta
Ovadia - non andò in scena". Lowy, poi scomparve a Treblinka, così come
in un lager finì tutto il resto della famiglia di Kafka. "E con loro
altri sei milioni di ebrei, cinque e mezzo dei quali parlavano yiddish.
Tra le vittime della Shoah c'è anche questa lingua, scrigno di una tradizione
ormai patrimonio di pochi, negletta dai sionisti perché ricordo dell'emarginazione,
mentre l'ebraico è la lingua del ricatto. E i pochi che la parlano si
sbeffeggiano sulla pronuncia. Ricordo uno scambio di battute tra due
"rabbi": "tu parli yiddish come una mucca svizzera". Un rapporto conflittuale
con le proprie radici, un essere "dentro e fuori" una cultura che lacerò
Kafka alla pari di molti altri ebrei e di Moni stesso, che, da ebreo
bulgaro giunto profugo in Italia, toccato solo marginalmente dalla Shoah,
quella tradizione ha recuperato solo "da grande", grazie a una serie
di inconti, "Anche per me il primo fu un attore, anzi un'attrice, Hana
Roth, che mi introdusse con la sua voce nel mondo delle canzoni yiddish.
Poi vennero alcuni libri di Magris, e poi ancora "rabbi" Bodal, il rabbino
magico della piccola sinagoga di Via Unione a Milano, e Haim Baharier,
grande maestro della Thorà…. A tutti loro ho rubato a piene mani gesti,
modi di dire, battute, tanto che una volta in sinagoga, ho trovato gli
anziani schierati, immobili, con le labbra sigillate. "Tu vieni qui,
rubi e non dai la percentuale", mi spiegò sdegnato, alla fine, uno di
loro". Convinto con il suo maestro, l'autore-regista Tadeusz Kantor,
che per un teatrante non è possibile "Jouer Kafka", ma solo "Jouer avec
Kafka", Ovadia si diverte così a tentare di cogliere lo sguardo beffardo
e sgusciante del grande scrittore "giocando" e "recidando" nel ruolo
di se stesso e di Lowy, di cui forse - come sostiene scherzoso, ma non
troppo Andò - è la reincarnazione. Quanto a Kafka. A interpretarlo sarà
un bambino di tredici anni (Alexandre Vella), che parlerà con la voce
fuori scena di Bruno Ganz (già con Ovadia-Andò nel film "Diario senza
date"). Forte la presenza musicale: oltre alla TheaterOrchestra, la
cantante Lee Colbert. Nel cast, il bravissimo Olek Mincer. Infine, non
è esclusa, la partecipazione di Kafka stesso. "Proprio da questo teatro,
che allora si chiamava Fossati, Kafka è passato - rivela Moni citando
i "Diari" - si è seduto in uno dei suoi palchi più incuriosito dal suo
pubblico che dallo spettacolo. Spero che il suo spirito torni e magari
si faccia qualche risata con noi".
Giuseppina
Manin
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