CRT Artificio Milano
e Teatro Biondo Stabile di Palermo
in collaborazione con
Piccolo Teatro di Milano
presentano



IL CASO KAFKA
di Roberto Andò e Moni Ovadia
ispirato alla vita e all'opera di Franz Kafka

con
MONI OVADIA

e con
Lee Colbert, Olek Mincer,
Alexandre Vella,
Ivo Bucciarelli

regia di
Roberto Andò

scene e costumi Gianni Carluccio,
luci A.J. Weissbard, assistente alle luci Amerigo Varesi,
primo elettricista Giorgio Foti, suono Mauro Pagiaro
elaborazione effetti Peter Cerone e Stefano Scarani


1909, un milanese di nome Kafka
Benvenuti al Café Kafka. Che poi, ai suoi tempi, si chiamava café Savoy, naturalmente a Praga, naturalmente dalle parti della Sinagoga e del Golem. Un locale di schietto gusto Liberty, ritrovo abituale a inizio secolo di intellettuali e artisti ebrei. Come Jizehak Lowy, attore di successo, specialista in operine e drammoni di grande pathos e molto kitsch. Una sorta di sceneggiata Yddish capace di attirare con la sua vitalità l'interesse di un mondo stanco, malato, avviato verso la catastrofe. Non sfuggì a quel fascino Kafka, capitato una sera del 1911 al Savoy, restò folgorato da Lowy e i suoi guitti, capaci col loro calore di mostrargli l'altra faccia della sua anima: quelle rimosse, fortissime, radici giudaiche, chiavi di volta di sconvolgenti emozioni. "Chi uscirà da quel Café è un Kafka nuovo: ironico, leggero, comico", sostiene Moni Ovadia, da stasera al Teatro Studio di Milano protagonista con la sua TheaterOrchestra de il "Caso Kafka", scritto con l'amico (e già compagno di interessanti avventure cinematografiche e teatrali) Roberto Andò, che firma anche la regia. E ricostruisce con gli occhi di una memoria post Olocausto, post Kafka, un simulacro di quel teatrino da lupo della steppa praghese, tratteggiato da un logoro sipario di velluto rosso, circondato da centinaia di scarpe sgualcite, vecchie foto in bianco e nero, pile di libri ammonticchiati sulla soglia, porte spalancate sul nulla. "Perché - spiega Andò - coloro che animano le sue notti con infinite discussioni letterarie e tanta follia non ci sono più. Tutti travolti dalla Shoah, tutti inghiottiti dai campi di sterminio". Quel che resta sono appunto le scarpe, i libri, qualche mazzetto di fiori… E quelle assi di legno, dove la vita ogni notte saliva in scena e si rappresentava con le sue passioni, i suoi drammi, le sue ilarità. Per il tormentato autore del "Processo" e della "Metamorfosi", fino a quel momento a contatto solo con il giudaismo freddo e formale di un padre oppressivo, quello fu l'incontro, inaspettato e rivoluzionario, con un mondo sanguigno, pieno di slanci e di contatti, anche fisici. Un mondo povero, persino sporco, ma che fa scoprire a Kafka un insospettato, bramato, presagito, lato "caldo" dell'esistenza, "Un'esperienza sconvolgente - commenta Ovadia - tanto da far annotare a Kafka sul suo "Diario" pagine brucianti di ardori e commozione. Insomma, i tratti di questo suo legame con Lowy sono quelli tipici di una passione. Per lui Kafka farà quello che non fece per nessuna delle sue donne: si comprometterà, si assumerà delle responsabilità…. In pratica, si offre come suo manager, racimola il denaro e organizza per lui una serata al Municipio di Praga dove l'introverso, nevrotico, Franz si esibirà in pubblico in un elogio straordinario dell'amico e della lingua yiddish". "Non abbiate paura di questa lingua", grida Kafka a una platea borghese che, come lui, parla e scrive in tedesco. E cita a sostegno le tesi di Kraus, che sul problema linguistico di chi scriveva in tedesco teneva presente gli echi della cultura ebraica. "Tra i paradossi del nazismo - continua Ovadia - è di aver messo in atto, con una fittissima serie di divieti assurdi (gli ebrei potevano avere fornelli solo a due fuochi, camminare solo sul lato destro del marciapiede, andare in autobus solo mezz'ora al giorno…), un'involontaria parodia di quella selva di regole che ogni ebreo praticante deve seguire. Un ritualismo ossessivo che si ritrova negli scritti di Kafka". Con Lowy, Kafka rimase legato tutta la vita. "E l'attore quando venne a sapere della sua morte - racconta Ovadia - non andò in scena". Lowy, poi scomparve a Treblinka, così come in un lager finì tutto il resto della famiglia di Kafka. "E con loro altri sei milioni di ebrei, cinque e mezzo dei quali parlavano yiddish. Tra le vittime della Shoah c'è anche questa lingua, scrigno di una tradizione ormai patrimonio di pochi, negletta dai sionisti perché ricordo dell'emarginazione, mentre l'ebraico è la lingua del ricatto. E i pochi che la parlano si sbeffeggiano sulla pronuncia. Ricordo uno scambio di battute tra due "rabbi": "tu parli yiddish come una mucca svizzera". Un rapporto conflittuale con le proprie radici, un essere "dentro e fuori" una cultura che lacerò Kafka alla pari di molti altri ebrei e di Moni stesso, che, da ebreo bulgaro giunto profugo in Italia, toccato solo marginalmente dalla Shoah, quella tradizione ha recuperato solo "da grande", grazie a una serie di inconti, "Anche per me il primo fu un attore, anzi un'attrice, Hana Roth, che mi introdusse con la sua voce nel mondo delle canzoni yiddish. Poi vennero alcuni libri di Magris, e poi ancora "rabbi" Bodal, il rabbino magico della piccola sinagoga di Via Unione a Milano, e Haim Baharier, grande maestro della Thorà…. A tutti loro ho rubato a piene mani gesti, modi di dire, battute, tanto che una volta in sinagoga, ho trovato gli anziani schierati, immobili, con le labbra sigillate. "Tu vieni qui, rubi e non dai la percentuale", mi spiegò sdegnato, alla fine, uno di loro". Convinto con il suo maestro, l'autore-regista Tadeusz Kantor, che per un teatrante non è possibile "Jouer Kafka", ma solo "Jouer avec Kafka", Ovadia si diverte così a tentare di cogliere lo sguardo beffardo e sgusciante del grande scrittore "giocando" e "recidando" nel ruolo di se stesso e di Lowy, di cui forse - come sostiene scherzoso, ma non troppo Andò - è la reincarnazione. Quanto a Kafka. A interpretarlo sarà un bambino di tredici anni (Alexandre Vella), che parlerà con la voce fuori scena di Bruno Ganz (già con Ovadia-Andò nel film "Diario senza date"). Forte la presenza musicale: oltre alla TheaterOrchestra, la cantante Lee Colbert. Nel cast, il bravissimo Olek Mincer. Infine, non è esclusa, la partecipazione di Kafka stesso. "Proprio da questo teatro, che allora si chiamava Fossati, Kafka è passato - rivela Moni citando i "Diari" - si è seduto in uno dei suoi palchi più incuriosito dal suo pubblico che dallo spettacolo. Spero che il suo spirito torni e magari si faccia qualche risata con noi".
Giuseppina Manin