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La
Compagnia di Prosa di Geppy Gleijeses |
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"Un coperto in più" debuttò nel 1972 al Teatro Quirino di Roma nella interpretazione di Aldo e Carlo Giuffrè che tornavano a far ditta insieme dopo anni di separazione artistica. Fu, lo ricordo con immodestia, un grande successo. Aldo e Carlo Giuffrè, di questa commedia agrodolce, avevano colto ed esaltato il versante dolce, divertente. Una scena, nella quale Camillo finge per la prima volta di vedere Luisa che naturalmente non c'è, durava alcuni minuti più del previsto, grazie alla improvvisazione ed ai soggetti dei due protagonisti. Mi sono stupito quando Gleijeses, ventisette anni dopo, mi ha chiesto di riprendere il testo. Ero convinto che sarebbe rimasto più che altro nella mia memoria per la fortunata stagione dei Giuffrè. Sono andato nel luglio 1998, ad assistere ad una prova generale ed ho provato una grande emozione e una certa curiosità. Emozione nel risentire battute mai pronunciate da altri interpreti e curiosità nel ricostruire lo stato d'animo che mi aveva suggerito un testo in realtà malinconico e misogino. Non sono misogino neanche un po', ma evidentemente nel 1971, quando scrissi "Un coperto in più", avevo un contenzioso aperto con l'altro sesso e sublimavo alcune sconfitte sentimentali immaginando che la donna realmente da amare era inesistente. Un fantasma. Alle corte: non c'era. Quindi, per quanto mi riguarda la riproposta di "Un coperto in più", ottima per la bravura degli interpreti e l'intelligente regia di Gleijeses, ha per me il significato di una seduta di psicanalisi. Se agli spettatori della edizione 1999 servirà a porsi qualche interrogativo, ne sarò lieto. Maurizio Costanzo Costanzo fa la commedia. Una vocazione dolce-amara. Maurizio Costanzo ha inventato un palcoscenico in cui molti prima o poi vorrebbero recitare. Lo ha dotato di un pubblico notturno di alcuni milioni di unità. Sa gestire una sua maschera ormai proverbiale, un appeal da magnanimo e inquieto Don Marzio alle soglie del Duemila. Ha schedato, dialettizzato, sceneggiato e a buon bisogno ha spettacolarizzato una fauna umana di ogni indole e specie. Ha "anche" scritto vere e proprie commedie. Regolarmente rappresentate. E da signori attori professionisti. Con un tirocinio di scrittura che risale al giornalismo, e all'epoca d'oro e divampante del cabaret, della satira. Ha persino coronato il sogno della sua vita: dirigere in prima persona un teatro (il Parioli di Roma, che ospitò nel '69 la sua vera commedia d'esordio, "II marito adottivo" con regia di Lucio Ardenzi, quello stesso Parioli che poi ha finito ormai per coincidere, in termini di platea-studio, col quartier generale del suo show in televisione). Dunque diciamo pure che in Costanzo sussiste un fautore e un artefice di eventi di teatro. Ma al di là delle esperienze operative, c'è forse da mettere meglio a fuoco, in lui, il drammaturgo segreto e discreto che appena possibile è intento a travasare in un copione l'armeggiare ed il contraddirsi della gente. La gente fotografata nei rapporti quotidiani di coppia, quasi con l'eco di sussurri e grida piccolo-borghesi. A uno dei personaggi della sua commedia "Sentiamoci per Natale" fa discernere una razza umana più incline al "respiro del racconto", non fungibile con la categoria esistenziale ed espressiva di chi medita piuttosto il "respiro del romanzo": ebbene, non c'è dubbio che la filigrana narrativa di Costanzo, il suo colloquiale Teatro del Mondo in salotto o in studio, s'alimenta proprio di quella gamma episodica e repentina (comunque grottescamente franca) che attiene alla tratteggiatura del racconto, alla rincresciosa o disagevole altra medaglia di una situation comedy. La mistura di amaro e di dolce comporta un taglio ammiccante, sintetico, ma mai un linguaggio che sia solo epigrammatico. La stringatezza è una qualità del retroscena, e un assottigliarsi del campo dei sentimenti, ma non si esclude che due interlocutori (sono sempre due, i poli dialettici delle sue commedie, con a volte un terzo referente) possano comunicare in realtà attraverso densi, calmi monologhi, e in ogni caso le schermaglie sollecite sono il consuntivo, la superficie di magmi depositati, radicati. La drammaturgia interpersonale di Maurizio Costanzo ha anche il glamour e le civetterie, che so, di un Aldo De Benedetti 50-anni-dopo, con qualche venatura di Fabbri (ma in toni più screziati, disincantati), per non tacere di un certo suo teorema ricorrente, quello che classifica e smonta e rimonta le varie scuole di pensiero sul ruolo dell'Amante, e il magistrale testo-base che le sue opere mi fanno sovvenire è per eminente analogia, non a caso. L'amante di Harold Pinter. C'è di mezzo una questione di miraggi, di anomalie, di irrequietezza, di ansie a circuito chiuso. La ricetta di Costanzo pigia però assai, e manifestamente, sul pedale dell'indulgenza, dell'appetibilità dolorosa, della commedia bianca anziché nera, E fa anzi ricorso a meccanismi di riflessiva godibilità, a volte "prosciogliendo" i personaggi-imputati, altrove senteziando uno strappo, una condanna a meditare meglio in separate sedi. Come parlano i suoi protagonisti rintanati, fìnto-spregiudicati, vilipesi senza saperlo? Un po' come noi, col fraseggio di una cultura a scatti, con le intenzioni di ferire ma non di uccidere (la tragedia è un modello lontano, d'altri tempi). Con assoluta ingratitudine, che è del '71, mette ad esempio sul tavolo i conflitti di emotività generati dal venir meno di una dichiarazione di morte civile, e di figura la nuova tipologia dello skipper solitario (colui che alla maniera di Mattia Pascal è dato per scomparso, e poi rientra a sorpresa), vi si fa luce lo zelo incompreso dell'Uomo Medio (l'aspirante secondo compagno della signora), l'insipienza di una mancata ape regina (la donna che per temporeggiare, perderà due tram). Un coperto in più, commedia del '72, offende il coltello in un bunker benestante di solitudine, e vi scuote la zattera di feticismo e complicità cui s'aggrappa l'immaginario di un single, di un orefice a suo tempo abbandonato dalla propria partner, convintissimo di tenersela tuttora accanto per via di cerimonie prandioli, di conversazioni "celibi": nel gioco subentra un furbastro connivente, un socio in messinscene, e la vita vera si fa parassita della vita simulata. Vuoti a perdere, risalente in prima edizione al '73, sposta l'asse degli interrogativi (e solo in parte delle risposte) nella zona Cesarini della vita a due, in un bilancio involontario di due maturi coniugi alle prese con un trasloco: una tempesta di marette mai cruente, mai "compiute", mai ingovernabili, nel vuoto di un avventura affettiva che è la meno peggiore delle soluzioni. A questo punto, nell'affiatamento di Costanzo col Teatro (cui si deve tra l'altro, nel '70, una riduzione della Taide di Vincenzo Tieri, reintitolata Un amore impossibile, con protagonisti Araldo Tieri e Giuliana Lojodice) s'inseriscono alcune varianti, un rifiorire di un repertorio leggero sull'esempio di Cielo, mio marito scritto con Marchesi per Gino Bramieri in scena al Sistina, e l'appendice creativa più nota concerne nel '77 Malhumor, ideato con Scaglia per la regia di Aldo Trionfo. In anni e anni, poi, si è andata solidificando quella che chiameremmo una "scrittura partecipata", una varia umanità non messa in prosa ma in onda, e tutti ne siamo chi più chi meno testimoni. Per tener fede al filo rosso delle problematiche fra singolo e singolo e per meglio analizzare da vicino l'attitudine personale, esclusiva e inquisitoria del Costanzo commediografo, ai tre copioni ben contrassegnati di quasi vent'anni addietro è seguito nell"89 Sentiamoci per Natale. L'autore torna sui temi delle sinergie amorose, ricontemplendo una donna vorace di sensi e un uomo standardizzato, asessuato e tollerante (con terze figure-satellite in mezzo a loro, in casa), ma propende a un epilogo senza più colpo ferire, senza più clemenza, senza più tempi supplementari. È la fissione dell'uomo-atomo, C'è sempre meno da scherzare. Ma sembra anche di vederlo, Maurizio Costanzo, mentre arrotonda gli occhi, non predica ad alta voce, e volta pagina, Come è ragionevole fare. Rodolfo di Giammarco da "Teatro" di M. Costanzo edizioni Gremese Alfredo Di Sarno, ricco gioielliere, vive con sua moglie Luisa una vita coniugale apparentemente tranquilla e felice. Luisa è una donna bella e sensibile, piena di charme, una donna "eccezionale", talmente "eccezionale" che non esiste, non c'è più, è scomparsa anni prima, o forse non è mai esistita. In casa loro entra un giorno Camillo Dolci, piccolo imbroglione che campa alla giornata, tentando di rifilare gioielli falsi; ed è proprio nel tentativo di vendere un anello, spacciandolo per un piccolo capolavoro dell'oreficeria napoletana del '700, che Camillo entra a far parte di questa incredibile famiglia, cominciando un rapporto a tre assolutamente reale con tanto di dialoghi, domande e risposte fatte ad una sedia vuota. Un rapporto assolutamente reale ed al contempo assolutamente surreale. È un Godot al femminile, uno "cherchez la femme" senza soluzione, una struttura pinteriana, una sinfonietta di Rohmer. O, se vogliamo guardare in casa nostra, una storia di quattro solitudini che non si incontrano, o meglio di tre poveracci (due donne e un uomo) che cercano di fregare un quarto povero ricco senza che nessuno riesca nemmeno ad avvicinarsi alla quadratura del cerchio. Quello che sappiamo con certezza è che tra Alfredo e Camillo quel rapporto sbilenco fatto di finzione e piccole fregature si trasformerà in una vera e profonda amicizia. Camillo ricorda Ferdinando Esposito (il ladruncolo di "Guardie e ladri" interpretato da Totò) grande protagonista del nostro neorealismo comico. Tra quel film del '51, la nostra commedia del '72 e l'epoca in cui viviamo corre un filo continuo, ininterrotto ed attualissimo, intessuto di fatica di vivere, necessità di sopravvivere e bisogno di aiuto. "Un coperto in più" è una commedia scritta in Italiano, ma la costruzione del dialogo ed il suono della frase, almeno per i due personaggi maschili, sono chiaramente partenopei, come squisitamente partenopea è quella disciplina in cui tanti sono ancora costretti ad esercitarsi: l'arte di arrangiarsi. Geppy Gleijeses |
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