|
Anche in questa occasione
Gaber e Luporini continuano la loro indagine sui disagi esistenziali
della nostra epoca. La ricerca si snoda attraverso quell'alternanza
di canzoni e monologhi che caratterizza l'originalità e l'unicità del
loro linguaggio teatrale. Come sempre avviene il discorso si riallaccia
allo spettacolo precedente (Un'idiozia conquistata a fatica), per venire
via via precisato, puntualizzato, arricchito di nuovi spunti e nuovi
obbiettivi. Si approda così ad una visione più chiara e ragionata dove
la certezza e l'accettazione del dolore e della quotidiana fatica viene
filtrata, come di consueto, dall'ironia e dall'autoironia dei due attori.
Il
tema centrale dello spettacolo diventa lo stretto rapporto di causa-effetto
che c'è tra l'inarrestabile espansione del mercato e lo scadimento delle
coscienze sempre più assuefatte al consumo e alla totale dipendenza
dalla produzione. Riaffiorano temi e riflessioni che ci riportano a
"Libertà obbligatoria", spettacolo fondamentale, negli anni settanta,
per la produzione di Gaber e Luporini.
È come
se un pericolo allora paventato si fosse oggi inesorabilmente trasformato
in una realtà concreta sotto i nostri occhi. In
questo quadro, che sembrerebbe non prevedere vie d'uscita, si impone
all'individuo l'arduo compito di mantenere un precario ma consapevole
equilibrio che gli consenta di dare un senso alle sue azioni quotidiane.
D'altronde se è vero che l'antagonismo decisivo è quello tra la coscienza
e il mercato, è possibile che da questa contrapposizione, da questa
presunta complementarità, l'uomo possa rinascere di dentro e immaginare
un nuovo umanesimo che riporti l'individuo al centro della vita.
|