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La produzione
della Compagnia del Teatro Carcano di Aspettando Godot (debutto nazionale
a Bergamo, Teatro Donizetti, il 19 febbraio 1999) è da considerarsi
un evento eccezionale: si avvarrà infatti della regia di Patrice Kerbrat,
uno degli artisti più interessanti della scena parigina, già collaboratore
della Comédie Française, sotto la cui direzione hanno preso vita alcuni
degli allestimenti di classici più applauditi in Francia negli ultimi
anni, tra i quali Il padre di Strindberg. Lungo viaggio verso la notte
di O'Neill e Zio Vanja di Cechov, oltre allo stesso En attendand Godot
(1996), interpretato a Parigi da Pierre Arditi, Marcel Maréchal e Robert
Hirsch. Aspettando Godot (1948) è ormai considerato un capolavoro assoluto
nella
drammaturgia contemporanea: è un affresco lucido e desolato della
tragicità della condizione
umana, pervaso da un incombente senso di solitudine e impotenza, attraverso
i cui dialoghi, apparentemente scollegati e privi di significato, Beckett
lascia filtrare un profondo e sofferto sentimento di umana disperazione.
Ed è interessante, perciò - specie per un pubblico giovanile - una sua
proposta alle soglie del Duemila. Di tutte le forme di riso che a rigor
di termini non sono forme di riso, ma di ululato, soltanto su tre, penso
che valga la pena di soffermarsi, cioè l'amara, la vuota e la cupa.
"Esse corrispondono a successive, come dire successivi, suc… successive
escoriazioni dell'intelletto, e
il passaggio dell'una all'altra
è il passaggio dalla minore
alla maggiore dalla inferiore alla superiore, dalla esterna alla interna,
dalla grezza alla raffinata, dalla materia alla forma. Il riso che oggi
è cupo una volta era vuoto, il riso che una volta era vuoto una volta
era amaro. Il riso amaro ride di ciò che non è buono, è il riso etico.
Il riso vuoto ride di ciò che non è vero, è il riso intellettuale. Ma
il riso cupo è il riso dei risi, il risus purus, il riso che ride del
riso, colui che contempla, che saluta lo scherzo più nobile, in una
parola, silenzio prego, il riso che ride di ciò che è infelice".
Samuel Beckett
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