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Ernesto Che Guevara, frammenti di un mito
È una produzione della Compagnia Teatro IT diretta da Mario Moretti,
uno degli autori più noti e apprezzati di tutta la drammaturgia italiana
contemporanea. Scopo di questo musical è quello di avvicinare ancora
di più il pubblico italiano, in modo particolare i giovani, alla conoscenza
profonda della vita e delle gesta di Ernesto Che Guevara. La scelta
del musical come genere si deve alle caratteristiche proprie dello spettacolo
musicale in quanto è adatto per rappresentare in teatro una vita come
quella di Ernesto Guevara perché "attenua i possibili rischi di retorica
e poi la musica può arrivare a comunicare dove la parola non riesce".
Non ci sono nuove riletture della vicenda umana e politica del guerrigliero
argentino, le 14 giornate emblematiche in cui il musical si struttura
sono state ricostruite attraverso l'attenta lettura di documenti e testimonianze
dirette. La regia e le musiche dello spettacolo sono affidate, rispettivamente,
a Claudio Boccaccini e a Massimiliano Pace, gli stessi che hanno portato
al successo il recente musical di Mario Moretti, "Amerika", liberamente
ispirato all'omonimo romanzo di Franz Kafka. Leandro Amato (già protagonista
di "West Side Story"), è il Che Guevara di questo musical; insieme a
lui altri 12 attori/cantanti/ballerini, tutti validissimi giovani scelti
tra più di 300 attori. Il Teatro dell'Orologio, uno dei più prestigiosi
teatri 'off di Roma, diretto da Mario Moretti, non è nuovo ai coraggiosi
piccoli-grandi azzardi, prodotti o ospitati (in questo spazio recentemente
si sono visti musical su Snoopy, Belushi, Toulouse Lautrec...) percui
vengono operate trasposizioni e traduzioni, scritte musiche e ricostruiti
ambienti e costumi, lanciati registi e attori che poi finiscono per
approdare nei grandi teatri (Margherita Buy, Alessandra Casella, Sabina
Guzzanti, Leila Costa, Cinzia Leone, Alessandro Bergonzoni, Michele
Mirabella, Saverio Marconi...). Così si è prodotto "Amerika", il musical
andato in scena nel 1995 a Roma e successivamente ospitato in vari festival
e teatri italiani (tra questi, "La Versiliana" , l'Estate Fiesolana,
Trieste Festival). Per "Ernesto Che Guevara" la Compagnia Teatro IT
ha ripetuto il miracolo di allestire uno spettacolo da grandi cifre
e da grandi teatri, supportando un grosso sforzo produttivo. Lo spettacolo,
molto bene accolto dal pubblico e dalla critica, ha riscosso anche notevoli
consensi dall'ambiente teatrale e dalle organizzazioni politiche della
sinistra italiana.
Il Teatro dell'Orologio, uno dei più prestigiosi teatri 'off' di Roma,
diretto da Mario Moretti, non è nuovo ai coraggiosi piccoli-grandi azzardi,
prodotti o ospitati (in questo spazio recentemente si sono visti musical
su Snoopy, Belushi, Toulouse Lautrec...) percui vengono operate trasposizioni
e traduzioni, scritte musiche e ricostruiti ambienti e costumi, lanciati
registi e attori che poi finiscono per approdare nei grandi teatri (Margherita
Buy, Alessandra Casella, Sabina Guzzanti, Lella Costa, Cinzia Leone,
Alessandro Bergonzoni, Michele Mirabella, Saverio Marconi...). Così
si è prodotto "Amerika", il musical andato in scena nel 1995 a Roma
e successivamente ospitato in vari festival e teatri italiani (tra questi,
"La Versiliana" , l'Estate Fiesolana, Trieste Festival). Per "Ernesto
Che Guevara" la Compagnia Teatro IT ha ripetuto il miracolo di allestire
uno spettacolo da grandi cifre e da grandi teatri, supportando un grosso
sforzo produttivo. Lo spettacolo, molto bene accolto dal pubblico e
dalla critica, ha riscosso anche notevoli consensi dall'ambiente teatrale
e dalle organizzazioni politiche della sinistra italiana.
Ernesto Che Guevara, variante musicale del mito.
Da sempre affascinato da quei miti di oggi, ma anche di ieri, che si
distinguono per una loro eccentricità e atipicità - basta pensare alla
Magnani, a Zelda Fitzgerald, a Belushi, a Juliette Gréco, e a Giordano
Bruno, a Tommaso Campanella, a Cagliostro - Mario Moretti si è questa
volta soffermato sulla figura, e sull'esempio, di Che Guevara. Guerrigliero
in azione continua, se si eccettua una breve parentesi onorifico-amministrativa,
diplomatico pochissimo diplomatico e politico sui generis, burocrate
antiburocratico, Ernesto Guevara Lynch de la Serna, detto "El Che" dagli
amici, rappresenta ancora oggi, anzi, oggi più che mai, l'ideale eroe
epico del nostro tempo. Portare in scena questo monumento della rivoluzione
permanente e della trasgressione romantica può comportare qualche pericolo.
Da una parte si rischia, lavorando con enfasi buonistica, il ritratto
agiografico, il santino. Dall'altra, volendo a tutti i costi rivedere
le bucce del personaggio, magari riferendosi a quanto ne ha scritto
di recente un discusso giornalista, quel Régis Débray rivoluzionario
e delatore, passato con disinvoltura da De Gaulle a Mitterand, e da
Mitterand a Chirac, si può essere tentati di compiere un'operazione
di demolizione del mito tanto provocatoria quanto gratuita. Né all'uno
né all'altro partito si rifà la scrittura "per frammenti" di questo
"Ernesto Che Guevara" . La poesia epica, di cui è naturalmente intriso
il "Che", si scioglie, grazie alla variante musicale, nei colorati ritmi
latinoamericani, mentre la retorica sempre in agguato in questi casi
viene a stemperarsi in una più attenta introspezione del lato umano
del protagonista, nell'analisi della sua purezza di fondo ma anche della
miseria del suo stato di salute, perennemente minacciato da una mortale
forma di asma, "La mia malattia - scrive Guevara - mi fa convivere più
con la morte che con la vita." Ma non c'è - come pontifica Débray -
"pulsione di morte" nella sua scelta finale, l'invenzione della guerriglia
in Bolivia: ci sono piuttosto il rifiuto degli agi post-rivoluzionari,
la consapevolezza del rischio e la coerenza ideologica spinta fino alle
estreme conseguenze. Una lettura partecipe dei suoi scritti rivela inoltre
l'aderenza del suo pensiero alla realtà di oggi. La sua scelta di campo
politica, la sua visione terzomondista in contrasto con l'alleanza unilaterale
voluta da Fidel Castro, risultano quanto mai attuali, soprattutto alla
luce degli ultimi avvenimenti e rivolgimenti. Ma c'è di più: l'esempio
della vita del "che" ha reso presso i giovani, e i non giovani, necessario
il modello storico del mito, forse a compensazione di un momento politico
assai poco esaltante. Va da sé che è in casi come questi, in queste
accezioni che sono anche eccezioni, che il teatro può farsi specchio
del nostro tempo per riflettere il nostro scontento ma anche la nostra
predilezione per l'utopia.
Mario Moretti
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