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Costruita
come un rituale religioso in onore del dio spietato e feroce divoratore
di uomini che è il linguaggio,questa mitica pièce demenziale e saggia,
terroristica e virtuosa, che al suo primo apparire negli anni '5O a
Parigi (assieme a "La cantatrice calva" e a "La lezione") tagliò la
testa, come lama di ghigliottina, al vecchio teatro, anche oggi sembra
non aver perso niente della sua esplosiva vitalità e mordente. La sublime
e teatrale idiozia loneschiana, orlata di un alone di angoscia, fa ancora
scattare i suoi meccanismi ebeti e conturbanti. Attraverso il comico
e con il procedimento di accelerazione simile a quello delle comiche
di Ridolini o al catastrofismo dei fratelli Marx, lonesco riesce nell'intento
di farci sentire l'assurdità che corre sotto i discorsi più ovvi, gli
slogan, automatismo delle conversazioni più vivaci, il terrificante
silenzio e il vuoto che sta dietro al diluvio di parole di questo mondo
di chiacchieroni instancabili. All'interno di un faro abbandonato, in
mezzo al mare, marito e moglie con le loro illusioni, la loro attesa
il loro delirio il loro fallimento. E nessuno con cui parlare. E allora
la folle, disperata costruzione di una cerimonia fittizia. Ressa di
interlocutori inesistenti alle porte, campanelli che suonano senza sosta
calca, saluti, sedie che invadono il palcoscenico, sedie che si ammucchiano,
montagne di sedie. Ma nient'altro che sedie. C'è bisogno di capire il
senso della vita, il pauroso sospetto che non ci sia niente da capire,
l'autoinganno di aver capito. Il vuoto, dentro e fuori, e un gran daffare
a non accorgersene. C'è ironia, caricatura ma - anche qui - la travolgente
comicità di lonesco nasce, si, dalla constatazione della risibilità
della condizione e dei comportamenti umani, ma anche dall'esigenza di
esorcizzare la disperazione.
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