|
Mettere
in scena un proprio testo non è mai facile; c'è il rischio di appiattirsi
sulla "propria" scrittura, di autolimitarsi seguendo le "proprie" didascalie
(non le odierò mai abbastanza). Contrario per principio alla autoregia
(mi ricorda un autogol), mi sono deciso a tentare l'impresa fiducioso
della collaborazione di un grande attore qual è Enrico Beruschi. La
sua capacità di cogliere al volo spunti e suggerimenti nascosti tra
le pieghe delle battute e delle situazioni mi hanno tranquillizzato
e convinto a realizzare insieme questa operazione. Come se non bastasse
ho potuto contare sulla collaborazione di due tigri del palcoscenico
quali Cristiana Lionello e Cinzia Berni, capaci di "aggredire" i Personaggi
e divorarli con una velocità impressionante, restituendo poi caratteri
originali, nuovi perfino per chi li aveva creati e immaginati fino nei
particolari. Per fortuna esistono attori come questi, collaborativi,
entusiasti, intelligenti e pronti a rimettersi in discussione senza
dare mai niente per scontato. Affrontare una commedia è come attraversare
un laghetto inoffensivo che si trasforma di colpo nella fossa delle
Marianne, pronta ad ingoiarti e farti sparire senza possibilità di recupero.
Con loro tre, quei magnifici tre, tutto è stato più facile, la navigazione
è corsa via semplice e pacifica, e la commedia è diventata un gioco
entusiasmante che ci ha reso felici di farne parte. La storia è quella
di tutti i giorni, grottesca e surreale quanto basta per ridere e riflettere
e dire: "sembra vero!". Le ansie e le frustrazioni vissute dal personaggio
di Beruschi, le nevrosi e le fobie di quello della Lionello, il chitarrista
muto che ritrova la parola davanti alla "bellezza" del personaggio di
Cinzia Berni, la maternità negata e pretesa dalle due donne. Tutto ciò
non è che un pretesto per sorridere su noi stessi, meditando nello stesso
tempo su alcuni problemi presenti nella nostra società, quali per esempio,
se sia meglio fare figli o rinunciarvi, come del resto fanno già in
molti (sempre di più secondo le statistiche). Ho cercato insomma di
usare l'ironia e la satira di costume, per rappresentare una piccola
parte della nostra società italiana, in questo travagliato fine millennio,
memore del famoso: "castigat ridendo mores".
|