Politema Genovese

presenta


ZAGADAN
di Cavalli Marci

con
CAVALLI MARCI


regia
Claudio Rufus Nocera


Zagadan è il nuovo spettacolo dei "Cavalli Marci".
Sullo schema originale di comicità e musica in egual proporzione i "Cavalli" impazzano in scena uno, due, tre, 10 alla volta, e poi di nuovo due, e poi chissà come ancora, senza respiro fra una risata e l'altra, padrona di casa sempre e comunque la Musica.
Finestre, finestrelle e sportelli si affacciano sul palco come su una piazzetta di paese, luogo possibile per i caratteri che ad uno ad uno si "raccontano" in parole e musica, rivelando così tante facce e così tante storie. Accanto alla rivisitazione dei personaggi più noti l'anomalo bestiario umano dei "Cavalli Marci" si arricchisce di new entry in cui è impossibile non riconoscersi o non scorgere sotto mentite spoglie vizi, tic e caratteri del compagno di banco delle medie, del lattaio sotto casa, del dirimpettaio…
In Zagadan i Cavalli occhieggiano alla comicità europea, alla clownerie più semplice e surreale, facendo le prove per uno spettacolo che faccia ridere al di là dei confini geografici. Così un puparo siciliano, come un poetico Mangiafuoco buono, fa capolino fra un pezzo e l'altro del collage a richiamare all'ordine i suoi pupi: incarnazioni ironico-poetiche del nostro vivere, da Maurizio da Ovada, tredicenne immolato all'oratorio e alla Gita di classe, ai doppiatori: duo di borgatari romani prestati alla nobile arte del "dare la voce". Passando sempre dai medley come dal "Via" del Monopoli, accanto alle avventure tutte italiane di personaggi più noti, come er Vertebbra, er Fogna ed er Focaccia, le tre generazioni di coatti, uniti dal codice della malavita e disuniti dalle fedi calcistiche, ritorna il Cane e il suo incrollabile padrone alle prese stavolta con il Fisco Italiano, mentre i ""botta e risposta" dei i "Tenores di Beatles" dalla Sardegna con furore, si alternano a un canto epico-blues in onore degli schiavi delle piantagioni di basilico dell'entroterra ligure. E a proposito di mondo vegetale, fa il suo ingresso Fiorenzo, giardiniere de L'entroterra, appassionato di fiori e di fanciulle dal nome di fiore, o il Signor Denei ossessionato dagli insetti, alle prese con mosche giganti, che, sulle note di Frankenstein Junior, suonano e cantano facendo "marameo" al loro nemico dotato di DDT.
E Matilda di Belafonte, declinata in tutte le possibili versioni, accanto al Francesca Rap cantata dal gruppo hip hop di Master Gigi e i Cavalli Bassi, e a "Knochin' on heaven's door" intonata da dieci angeli rissosi sono tappe fondamentali di questa ideale scampagnata di fine secolo nella storia della canzone moderna e contemporanea.