Teatro Vascello
C.R.T. La Fabbrica dell'Attore

presenta

LA FORZA DELL'AMORE
di Thomas Bernhard


con
MATTEO CHIOATTO, WALTER DA POZZO,
PAOLO LORIMER, MAURIZIO PALLADINO,
LORELLA SERNI

regia
Tito Piscittelli

scene Carlo De Marino
costumi Flavia Santorelli


In marzo, presso il teatro Il Vascello di Roma, ha debuttato "La forza dell'abitudine", una commedia del grande drammaturgo austriaco Thomas Bernhard (1931- 1989). La vocazione teatrale di Bernhard è cresciuta di pari passo con quella narrativa, prevalentemente fissata sul monologo di personaggi ibernati dalla follia. Il suo teatro, costituito da una ventina di testi scritti tra gli anni '70 e '80, da voce a personaggi deliranti, immersi in soliloqui sconnessi, in un perenne stato difensivo nei confronti della realtà. Riconducibile al teatro dell'assurdo Bernhard crea un intreccio drammaturgico che ci presenta una lunga processione di paranoici, pazzi, visionari, malati, che smontano, pezzo dopo pezzo, ogni gerarchia dell'esistente. Non vittime ma eroi, in esclusiva attesa della fine, complici delle loro patologie e irresistibilmente attratti dal fallimento e dalla degradazione morale. La morte, in quanto punto focale di questo "mondo alla rovescia", segna una definitiva supremazia del nulla, un vuoto labirinto di parole che finisce per generare una comicità amara e paradossale. La forza dell'abitudine (Die Macht der Gewohnheit 1974), ambientato in un circo di periferia, ci fa assistere alle sconclusionate prove musicali imposte agli artisti da Garibaldi, direttore del circo. Le prove rappresentano per Garibaldi l'estremo tentativo di dare armonia ad un mondo che sente di non riuscire più a controllare.

Tito Piscitelli, 28 anni, napoletano, è già qualcosa di più che una giovane promessa, avendo al suo attivo alcune apprezzate messinscene di autori come Tagore (Chitra e Oltre il ricordo), Yukio Mishima (Dalla parte degli dei e Il mio amico Hitler) e Heiner Muller (La missione). Piscitelli introduce La forza dell'abitudine con queste parole: "La crisi dell'autorità apre un gioco rivoluzionario in cui ogni personaggio, dal domatore al buffone, può rivendicare il potere. L'attore si trova così in una competizione virtuosistica quanto scordinata in cui nessuno riesce ad ottenere la supremazia, e lo spettacolo si trasforma in un'ironica e surreale kermesse, che, tra entusiasmo e paura, mostra le infinite possibilità date dal disordine".