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Qualcuno
può dire che sono fissato con questo dramma di Pirandello dato che,
con questa, è la terza che lo metto in scena. "Diana e la Tuda" è stata
la sua opera meno rappresentata, e forse la meno apprezzata dal pubblico,
anche quando proprio lui la realizzò con la sua stessa compagnia. Io
posso dire, senza tema di smentita, che, sia la prima che la seconda
volta, la mia proposta ha avuto una straordinaria accoglienza, e non
soltanto perché le protagoniste, nude in scena, erano tali da attirare
il pubblico, e nemmeno perché gli attori che vi hanno partecipato, cominciando
da me, erano particolarmente all'altezza del loro compito; ma nello
spettacolo il pubblico, anche perché da me nelle mie note di regia sul
programma, ha visto il dramma dell'autore, che vi ha descritto i suoi
sentimenti, nell'attualità e nel passato, con una passione che ha incantato
gli spettatori che lo stimano come uno dei più grandi autori drammatici
del nostro tempo. Sono tre i personaggi di questo sofferto lavoro che
rappresentano l'autore nel suo travaglio creativo e umano: primo fra
tutti, Giuncano, il vecchio scultore, che conserva nella senescenza
quei retaggi umani di voglie e di attrazioni fisiche, che l'età non
gli permetterebbe più non tanto di soddisfare, quanto di dare ad altri
soddisfazione. È attratto dalla modella, la Tuda, non tanto per la sua
bellezza, quanto per il suo fervore vitale che, congiunto alla bellezza,
ne fanno un ideale di perfezione da reputarlo modello inimitabile e
risolutivo d'arte. Sirio, il giovane scultore, ha lo stesso giudizio
del vecchio nei riguardi della sua modella, da lui considerata tuttavia
soltanto ideale d'arte, non di vita, con l'entusiasmo e la purezza che
un giovane può avere per i suoi ideali. Sarà Mendel, l'amante di Sirio,
donna di esperienza, che vive la sua vita in mezzo agli altri, comprendendo
le altrui sofferenze, ma senza soffrirne, anzi, provocandole quando
è possibile, come per studiarle: fatti antropologici che certamente
sono anche il pane quotidiano di Pirandello, come ci dimostra nei suoi
sofferenti personaggi. Sarà non è propriamente cattiva, ma è la causa
della sofferenza della Tuda; del resto, "vivendo si da del male agli
altri" dice Pirandello in una delle sue opere... Giuncano la odia, come
probabilmente Pirandello odia se stesso in quei momenti della sua vita
e del suo lavoro di drammaturgo, quando vive accanto agli altri e li
studia e li scruta con compiacimento perché sono per lui la materia
viva su cui creare e lavorare. "Diana e la Tuda" è stata scritta per
Marta Abba. Che il dramma sia autobiografico non vi è dubbio. Pirandello,
notoriamente preso di Marta Abba, anche perché onesto e fedele come
marito, non risulta che ne abbia mai fatto la sua donna, ma sappiamo
che ha sofferto nel vedere l'oggetto dei suoi desideri denudarsi davanti
al pubblico, come attrice, nei suoi sentimenti più intimi: la Tuda,
come modella, è nuda davanti agli altri, alimentando lo spasimo di Giuncano.
Il suo rapporto di lavoro con l'attrice è durato diversi anni e l'Abba
non poteva ignorare i suoi sentimenti: anche lei, come la Tuda, gli
si sarà offerta, non per amore, ma per pietà della sua sofferenza e
lui l'avrà rifiutata, come rifiuta nel dramma l'offerta della Tuda,
per correttezza e per l'odio che ha per se stesso e per il proprio padre
che non stimava e a cui somigliava fisicamente. Certamente sarebbe stato
possibile per lui diventare il compagno della sua attrice favorita se
questi sentimenti non l'avessero trattenuto! Nel campo del suo lavoro
di drammaturgo e di pensatore, l'ideale delle statue, che pur restando
eternamente fissate nelle nella forma, si dovrebbero muovere in una
vita e in un'atmosfera ideale, come auspica nel dramma, ci richiama
a quello dell'autore che crea dei personaggi e li vede distorti dalle
varie interpretazioni degli attori (vedi i "Sei personaggi" e il loro
dramma di vedersi impersonati da estranei), e l'artista Giuncano distrugge
tutte le sue opere perché non potrà mai vederle vivere in quella loro
perenne, immobile vita, ma vita. Sirio, il giovane scultore (che si
accenna vagamente possa essere suo figlio) quando avrà portato a compimento
la sua opera più bella (che si muta anche come forma nel tempo della
sua creazione per la sofferenza morale della modella, così come i personaggi
cambiano, maturando nella mente del creatore), dichiara che si ucciderà
una volta finito il suo compito. Pirandello non avrà pensato anche lui
che il coronamento dell'opera massima di un artista non possa essere
che la morte? Altrimenti perché tanta sofferenza denunciata in una lettera
ai figli durante la stesura di questo dramma? "Sto attraversando una
tremenda crisi di spirito. Tutta questa notte ho lavorato e ho quasi
finito il primo atto di "Diana e la Tuda". Tre altre notti così e la
commedia sarà finita. Ma può anche darsi che finisca io, insieme alla
commedia". Tanta sofferenza l'avrà avuta anche durante la stesura delle
altre sue opere? Chi vede in "Diana" il pirandellismo, come hanno fatto
alcuni critici, sbaglia: è l'opera sofferta di un uomo che, come avesse
dimenticato il suo lavoro, si confessa con la discrezione e il pudore
di una creatura timida e schiva. Questa è l'impressione che ha fatto
a me, e mi sono sentito di diventargli amico con rispettoso affetto,
ricordando anche una sua frase che cito a memoria, in non ricordo quale
lettera o sfogo: "C'è chi mi vede gobbo, o storpio o filosofo: no, signori,
io sono carne e sangue!" rivendicando così anche la sua sicilianità
che non ha mai smentito nelle sue opere con la sua stessa opera. Ma
è soprattutto in Giuncano che Luigi Pirandello vede se stesso, e nell'ultima
parola che questi pronuncia, "cecità": in preda a una specie di ebbrezza
di vendetta vitale, c'è proprio l'abbandono della logica e del raziocinio
del poeta creatore, per la sottomissione alla necessità della vita umana.
Alcuni critici, a suo tempo, hanno confuso la scenografia con il testo:
non sono piaciute, o la riproduzione della statua della Tuda o le luci,
o i colori o le stoffe o i modelli dei vestiti o non so cos'altro...
È vero che lo spettacolo, per lo spettatore, è un'opera unica che comprende
tutto ciò che appare sul palcoscenico, ma le ragioni della scelta di
un colore, di una forma o di una luce particolare possono essere tante
che bisogna saper sceverare con giudizio l'una dalle altre. Io ho curato
la messa in scena, la recitazione e l'interpretazione: non ho da scusarmi
di nulla nei miei errori, se li avrete notati, ma non vorrei che confondeste
l'opera dell'autore con la mia: se ci saranno errori, questi sono solo
i miei: io, l'opera la trovo perfetta.
Arnoldo Foà
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