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Quando
Peppino Amato, storico ed illustre produttore cinematografico, famoso
soprattutto per straordinarie ed improbabili evoluzioni linguistiche
e grammaticali (frasi celebri come: una pietra emiliana…. O ancora Anastasia!…
sono appunto di sua creazione) annunzio con aria solenne agli sceneggiatori
Suso Cecchi D'Amico e Renato Castellani che il titolo della loro ultima
fatica sarebbe stato: "Nella città l'inferno", i due avrebbero voluto
sprofondare ma il produttore è il produttore e allora!…. Nonostante
ciò, "Nella città l'inferno" fu un grande film che portò alle sue straordinarie
interpreti, Anna Magnani e Giulietta Masina prestigiosi riconoscimenti.
Era il 1958, c'era il neorealismo e già da tempo era d'uso prendere
gli attori dalla strada, in questo caso si fece di più, era una storia
ambientata in un carcere femminile, si decise perciò di andarli a prendere
in carcere, di realizzarlo in un carcere, questo fece in modo che i
dialoghi assumessero forza e immediatezza e che i caratteri, le psicologie
venissero espressi in maniera estrema e variegata. Tutto ciò mi ha convinto
che la storia, l'ambientazione, le tinte forti, le improvvise accelerazioni
umorali, ben si adattassero al mezzo teatrale proprio per la suggestione
e l'immediatezza che lo stesso riesce a trasmettere, ho deciso così
di parlarne alla sceneggiatrice, Suso Cecchi D'Amico che ha accolto
la mia proposta con entusiasmo e partecipazione e a Dacia Maraini, straordinaria
ed attenta narratrice dell'universo femminile ed autrice tra l'altro
di una lunga e scrupolosa inchiesta svolta proprio all'interno dei carceri
femminili da Trieste a Palermo negli anni sessanta perché ne facesse
un copione per il teatro. La Maraini ha svolto un eccezionale lavoro
di adattamento mettendo insieme alle due protagoniste giovani altri
caratteri fortemente definiti di diverse origini e generazioni che agendo
in un microcosmo come può essere il carcere in una forma di convivenza
forzata, manifestano gioie, sentimenti, amicizia, dolori, odi e amori
in forma esasperata cosicché dove c'è dramma c'è anche commedia e dove
c'è commedia anche tragedia. Quattordici attrici, quattro attori, due
celle ed un corridoio che talvolta si scompongono per creare un grande
spazio comune, la musica di una fisarmonica, i dettagli fortemente realistici
della materia che compone l'ambiente e gli arredi, le sbarre di ferro
dalla quali raggi di tenebre o di luce violenta disegnano i volti delle
protagoniste, il racconto intimo dei sentimenti o l'euforia che si accende
improvvisa, pericolosa nelle situazioni di festa, sono gli ingredienti
di questa messa in scena che insieme ai talenti di Mariangela D'Abbraccio
e Simona Cavallari, attrici a mio parere, diverse e complementari ed
alle altre esperte attrici rendono questo progetto senza dubbio ambizioso
particolarmente interessante. Inoltre mi fa piacere partecipare alla
nascita, in teatro, di un nuovo testo al femminile.
Francesco
Tavassi
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