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Non
seguo i serial televisivi perche', il piu' delle volte, sono di pessima
qualita', ma comprendo benissimo chi non riesce a fare a meno di guardarli.
Credo che in un'epoca come la nostra, dove tutto corre, fugge, vola
con velocita' impressionante, ci sia sempre piu' bisogno di trovare
un tempo (ahime' sempre piu' breve), per fermarsi, per sentirsi “dentro”
una storia. Sono convinto che vada crescendo il bisogno di sentirsi
raccontare delle storie o di essere accompagnati dentro una vicenda,
un'avventura, un fatto; e piu' e' complicata la trama, piu' ci si sente
coinvolti, piu' ci si immedesima nelle vicende e nei destini dei vari
personaggi. Da tempo sono affascinato dall'idea di mettere in scena
un “romanzo teatrale” sul tema ottocentesco della “educazione sentimentale”.
Da anni sogno uno spettacolo teatrale “a puntate”. Amo il dittico, la
trilogia, la dimensione di un tempo teatrale in estensione, l'organizzazione
romanzesca delle trame, lo sviluppo di una storia ricca di accadimenti.
Amo i racconti di complicati amori, di viaggi di avventura. Amo quei
romanzi dove in poche pagine accade di tutto… e tutto e' leggero senza
essere superficiale. “La trilogia di Zelinda e Lindoro” di Carlo Goldoni
mi e' apparsa subito, gia' dalla prima lettura, come un grande, delicato,
poetico, a tratti ingenuo, affresco sulla malattia dell'amore, sull'inquietudine
della passione, sulla follia del rapimento amoroso. Banditi gli scontri
esteriori la tensione che vibra nelle vicende amorose di Zelinda e Lindoro
e' affidata alle contraddizioni interiori. Nel ritmo della scrittura
si respira gia' l'aria dell'eta' moderna. Goldoni sembra aver scoperto
un nuovo genere che riesce a “far ridere e piangere in egual piacere”,
un nuovo stile che esalta lo spessore psicologico dei personaggi. La
commedia lagrimosa e' definitivamente superata. Siamo ormai a Rousseau.
Sul palcoscenico si sta affacciando sempre piu' vistosamente il dramma
borghese. Nelle tre commedie scritte da Goldoni in Francia tra il 1763
e il 1764, aleggiano motivi preromantici. L'educazione sentimentale
dei protagonisti e' lunga e sinuosa. Nella prima commedia “gli amori
di Zelinda e Lindoro”, due giovani di buona famiglia, ma caduti in miseria,
ed entrati al servizio del nobile don Roberto, dovranno superare mille
difficolta' prima di potersi sposare. La loro storia e' la storia di
un amore 'vigilato', 'spiato', 'clandestino', vissuto sempre con 'gli
occhi addosso'. Nella seconda commedia, “La gelosia di Lindoro”, la
giovane coppia di sposi e' gia' in crisi perche' Lindoro, malato di
gelosia, e' assillato dal timore angoscioso di perdere Zelinda. Convinto
alla fine dell'esemplare fedelta' della moglie, nelle “inquietudini
di Zelinda” (la terza commedia), Lindoro pentito, fa degli sforzi sovrumani
per guarire dalla gelosia e affetta una fiducia che a Zelinda sembra
indifferenza. Così se nella seconda commedia la ragazza aveva suscitato,
senza volerlo, ingiusti sospetti sull'ombroso marito, ora ella cerca
in tutti i modi, pur restandogli fedele, di ingelosire Lindoro per allontanare
il dubbio che la tormenta: “mio marito non e' piu' geloso di me. Mio
marito non mi vuole piu' bene.” Tre commedie, dunque, ricche di avventure,
intreccio, passione. Sembra tutto un gioco alla Marivaux, si diverte
a dipingere ombre, sospetti assurdi, piccole cattiverie, tutte le frange
irrazionali dell'amore. Zelinda e Lindoro sono due amanti appassionati
e gelosi che parlano dell'amore sempre con un velo di melanconia. “La
mia felicita' - dice Lindoro - non fu che un'ombra fugace, un'illusione,
un fantasma, un sogno.” “Che cosa e' mai questa misera umanita'? Un'ombra,
un sospetto. Una cosa da nulla guasta lo spirito, e conturba il cuore.
Segno manifesto che in questo mondo non vi puo' essere felicita'.” E'
questo un registro inconsueto in Goldoni: “…un'ombra fugace…, un'illusione…,
un sospetto…” Questo amore passionale, questa inquieta tristezza preannuncia
l'ottocento: una poetica nuova che sembra accennare al futuro, alle
strade che percorrera' il teatro dalle passionali evasioni romantiche
alla lucida melanconia di Cechov.
Giuseppe Emiliani
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