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Una tenda da guerra nella piana di
Waterloo, una branda militare, rumori e bagliori di tuoni o di cannoni,
Napoleone si agita nel sonno, mentre figure misteriose si stagliano
nel chiarore dei lampi - ombre, soldati, perfino un ragazzo che al suono
di un flauto intesse una danza attorno al giaciglio dell'imperatore,
per poi nascondersi in un grande armadio. Napoleone si sveglia turbato
e come in un brutto incubo dà inizio a una difficile vestizione da generale,
ma non trova la sciabola, la fedele compagna di tante vittoriose imprese.
È ancora notte fonda, ma I'ansia per l'indomani e gli acciacchi dell'età,
fastidiosissimi, impellenti e assai poco imperiali, non lo fanno dormire.
È agitato, sa di giocarsi tutto: il comando sul mondo, una lunga carriera
di trionfi militari e anche la stima del vecchio e sin troppo tollerante
servitore che non sa più come comportarsi con quel suo confuso superiore,
a volte generale a volte imperatore. Una coppa di champagne, senza bollicine
e dal sapore dolciastro della camomilla, quieterà il grande condottiero
e gli darà nel sonno un attimo di tregua. Attimo brevissimo, perché,
come evocata da quello stato di strana e presaga concitazione, ecco,
scivolare inaspettato tra le ante dell'armadio, il ragazzo dall' abitino
verde e i capelli pieni di fiori: Peter Pan. Ma che c'entra Peter Pan?
Che c'entra questo imberbe che racconta di voli nei cieli e nel profondo
del mare e di un'isola che non c'è, quella della "seconda stella a destra
e poi dritto fino al mattino", che descrive i colori dei suoni mentre
la Storia, quella vera con la esse maiuscola, si appresta a cambiare
completamente pagina, con un colpo micidiale di spugna e centinaia di
migliaia di morti? Che c'entra questo piccolo impertinente che fa apparire
sirene baffute, con il destino di un uomo che ha spaccato in due la
Storia e ora sente con angoscia il peso di tante gesta? Che c'entra
questo esserino, quasi androgino, con i dubbi, la solitudine e I'amaro
bilancio di un Grande che ha fatto del Potere il suo sogno più reale,
il suo volo più ardito e riuscito? Forse è solo uno scherzo insolente
dell'età o un abbaglio ingrato della sua declinante Fortuna? Forse è
solo un mostriciattolo nato dalla sua effervescence fantasia di solitario
stratega, che invece di piani e tattiche, come ha fatto fino ad ora,
snocciola filastrocche e canzoncine quando meno te I'aspetti; un mostricciattolo
che distribuisce pillole di insensato buon senso, quando la situazione
richiederebbe invece occhi e mente vigili. Ma ormai è lì, Peter Pan:
con il suo piccolo pugnale aguzzo ha perfino tentato di colpirlo al
petto, Napoleone, il conquistatore di popoli; l'ha scambiato per il
suo eterno nemico, il Capitan Uncino. Napoleone e Peter Pan, due simboli-chiave
dell'immaginario collettivo, il simbolo del potere e della bramosia
di potere contro quello della leggerezza più libera e immaginativa:
un binomio fantastico esplosivo, dal quale, come in un gioco creativo,
far scaturire la messa in scena di due modi opposti di vedere il mondo
e di intendere la vita. Così può capitare che I'uomo, al cui cospetto
si sono inchinati due secoli, si trovi a fare i conti con un ragazzino
sfrontato e ignorante, che nulla sa di lui, delle sue mille battaglie,
della sua gloria e del posto che si è ricavaco a forza di conquiste
nell'empireo dei grandi. E dal momento che questo avviene sulle tavole
di un palcoscenico, per definizione il luogo della fantasia e dell'ambiguità,
può credibilmente succedere che dopo attimi di minaccioso imbarazzo
e di sospettosa incredulità - estranei come sono l'un l'altro, Napoleone
e Peter Pan si sfidino, in un percorso di avvicinamento che è una sorta
di svelamento reciproco di sé, fino allo scaturire, anche con l'ausilio
di divertenti numeri musicali, di una nuova e sorprendente complicità.
Una schermaglia nella quale non poca parte avranno anche altri personaggi,
che agiscono spesso evocati dai due, come i generali di Napoleone, schierati
per la battaglia decisiva, pronti per le contumelie (che lanciano fedifraghi
alla volta del loro comandante), come per gli sbracamenti più esagerati,
come che le citazioni poetiche in cui si lancia il vecchio servitore,
quelle che da lì a qualche anno ne esalteranno l'eroismo. E sono, allora,
tra il vecchio militare e l'improbabile eterno bambino, provocazioni
verbali, anche goffi tentativi di eliminazione reciproca, ma soprattutto
sono domande e dubbi spesi con generosità, nei quali le prime vere vittime
sono le certezze, i progetti e i sogni che sembrano aver regolato sin
lì i loro destini, quello di Napoleone in particolare. Ma sono anche
concitate risposte a piccoli segnali di inquietanti stonature nel concertato
del gioco tra i due, sono allarmate reazioni a piccole minacciose aperture
su una situazione, quella di loro due sotto quella strana tenda, che
si fa via via sempre meno comprensibile, sempre più incerta e dai contorni
sfumati del sogno o dell'incubo o della prigione o di un ospedale (il
vecchio servitore non sarà forse un guardiano? e gli altri personaggi
- di volta in volta sire- ne, soldati, o bambini, non saranno forse
compagni di sventura?). Perché Napoleone e Peter Pan sono anche rappresentazioni
simboliche di due patologie, due forme malate di vivere la realtà, megalomania
per il primo, ostinato rifiuto di crescere per il secondo. E come tali
fuorvianti rispetto alla norma, ai codici della consuetudine e del senso
comune. Due patologie da tenere sotto controllo che, nel gioco del binomio
fantastico e del teatro, possono ancora lasciare spazi all'imprevedibile,
e può accadere così che entrambi, Napoleone e Peter Pan, ancora una
volta diversi, ancora una volta devianti, si neghino all'immagine abituale
di sè: e dal momento che entrambi hanno delle responsabilità di comando,
entrambi di quel comando decidono di fare a meno, gravati come sono
nel profondo del cuore dalla solitudine, cui li ha relegati il Potere:
Napoleone per ritagliarsi un atti- mo di pace in un luogo dell'anima
dove poter scacciare la nostalgia e magari accogliere l'amore di una
donna, Peter Pan per poter volare più in alto e più libero, dove confondere
con i colori delle nuvole il volto temuto e desiderato di un padre,
di una madre, di una compagna. Entrambi vorrebbero potersi sospendere:
Napoleone rifiutandosi a Waterloo e Peter Pan alla logica del reale.
II gioco però sembra incalzare con l'inesorabilità del dovere e della
Storia; e allora Peter Pan allestisce un volo di ricognizione per il
suo nuovo compagno, anche se nessuno dei due ci crede più a Waterloo,
alla gloria. Per la prima volta, infatti, Napoleone ha paura e per la
prima volta Peter Pan di fronte al pianto sbigottito dell'uomo, chiede
l'amore di un padre. Così l'isola che non c'è e la famiglia che non
c'è sono lì a portata di mano, materializzati nei progetti dei due,
intenzionati a fuggire insieme, fuori, nel mondo. Napoleone e Peter
Pan, un uomo e un ragazzo soli che sí sono ritrovati insieme e insieme
possono sconfiggere la solitudine, possono affrontare la realtà, la
loro realtà. Per un attimo, ma soltanto per un attimo, il gioco eversivo
del binomio fantastico ha avuto la meglio sul gioco di chi quel gioco
tra i due sembra aver permesso e tollerato. Ma proprio quando stanno
per andarsene, l'Uomo, che ha accompagnato il Ragazzo alla scala, alla
via di fuga verso una nuova vita, ancora una volta preso dalla paura
di affrontare se stesso e il mondo, si rimetterà il cappello di Napoleone,
si lascerà cadere sul letto, rassegnato alla realtà cupa e reclusoria
del suo manicomio, malato come gli altri con cui una volta ancora, forse
l'ennesima, ha allestito la recita della sua follia. Ma questa non è
stata una volta come le altre, questa volta c'è stato Peter Pan. Ecco
perchè le cose sembrano aver avuto fandamento sfuggente e leggero di
un sogno, ma anche la destabilizzante verità nata dal corto circuito
di due fantasie sin troppo scatenate, o forse più scopertamente per
la prima volta due pudiche e disarmate richieste d'affetto e d'amore.
Una cosa è certa: I'incontro di "questo" Napoleone con "questo" Peter
Pan, se per un momento con la "stranezza" del suo consistere è riuscito
a mostrare anche I'imprevedibile e l'imponderabile della Storia, i moti
segreti dei suoi protagonisti, quelli che le cronache non avvertono
e non registrano, non è però riuscito a sovvertire le regole rigide
di chi, invece l'ordine lo persegue e il disordine - della mente o del
cuore - lo cura con la repressione e la detenzione. Perché alla fine
quello tra "questo" Napoleone e "questò" Peter Pan finisce per rivelarsi
con una punta di malinconica allegria, come un ben ordito gioco tra
matti, matti veri, quelli che la gente deride nelle barzellette e rinchiude
nei manicomi: un vecchio megalomane e un ragazzo malato di troppa voglia
di libertà e poca voglia di crescere alleati nella loro solitudine per
un tiro birbone alle spalle di chi crede che il vero sia solo quello
scritto sui libri di storia e il giusto solo quello fissato nelle convenzioni
sociali. In fondo, anche senza la polverina delle fate, l'Uomo, il Ragazzo
e tutti gli altri hanno potuto davvero "volare", magari per lo spazio
breve ed effimero di una recita sul palcoscenico della loro sofferenza.
Hanno potuto provare le vertigini dell'unico "volo" loro concesso: quello
della libertà dell'immaginazione e delle emozioni del cuore, che solo
la finzione, misteriosa e trasgressiva, del teatro sembra, oggi, fare
vera e plausibile. AI punto che il Ragazzo - per un'ultima volta ancora
Peter Pan - spicherà il volo, mentre sempre più sordi e minacciosi si
fanno i rimbombi della loro realtà di malati reclusi.
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