Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Compagnia Stabile Attori & Tecnici
presentano



MA CHE C'ENTRA PETER PAN?
di Alberto Bassetti

con
FRANCESCO SALVI
DANIELA GIOVANETTI

e con
Riccardo Peroni, Guido Silveri,
Luciano Pasini, Claudio Bonino


regia di

Antonio Calenda


musiche originali Pino Iodice
movimenti coreografia Guido Silveri
scenografia Alessandro Chiti
costumi Isabella Montani
luci Iuraj Saleri


Una tenda da guerra nella piana di Waterloo, una branda militare, rumori e bagliori di tuoni o di cannoni, Napoleone si agita nel sonno, mentre figure misteriose si stagliano nel chiarore dei lampi - ombre, soldati, perfino un ragazzo che al suono di un flauto intesse una danza attorno al giaciglio dell'imperatore, per poi nascondersi in un grande armadio. Napoleone si sveglia turbato e come in un brutto incubo dà inizio a una difficile vestizione da generale, ma non trova la sciabola, la fedele compagna di tante vittoriose imprese. È ancora notte fonda, ma I'ansia per l'indomani e gli acciacchi dell'età, fastidiosissimi, impellenti e assai poco imperiali, non lo fanno dormire. È agitato, sa di giocarsi tutto: il comando sul mondo, una lunga carriera di trionfi militari e anche la stima del vecchio e sin troppo tollerante servitore che non sa più come comportarsi con quel suo confuso superiore, a volte generale a volte imperatore. Una coppa di champagne, senza bollicine e dal sapore dolciastro della camomilla, quieterà il grande condottiero e gli darà nel sonno un attimo di tregua. Attimo brevissimo, perché, come evocata da quello stato di strana e presaga concitazione, ecco, scivolare inaspettato tra le ante dell'armadio, il ragazzo dall' abitino verde e i capelli pieni di fiori: Peter Pan. Ma che c'entra Peter Pan? Che c'entra questo imberbe che racconta di voli nei cieli e nel profondo del mare e di un'isola che non c'è, quella della "seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino", che descrive i colori dei suoni mentre la Storia, quella vera con la esse maiuscola, si appresta a cambiare completamente pagina, con un colpo micidiale di spugna e centinaia di migliaia di morti? Che c'entra questo piccolo impertinente che fa apparire sirene baffute, con il destino di un uomo che ha spaccato in due la Storia e ora sente con angoscia il peso di tante gesta? Che c'entra questo esserino, quasi androgino, con i dubbi, la solitudine e I'amaro bilancio di un Grande che ha fatto del Potere il suo sogno più reale, il suo volo più ardito e riuscito? Forse è solo uno scherzo insolente dell'età o un abbaglio ingrato della sua declinante Fortuna? Forse è solo un mostriciattolo nato dalla sua effervescence fantasia di solitario stratega, che invece di piani e tattiche, come ha fatto fino ad ora, snocciola filastrocche e canzoncine quando meno te I'aspetti; un mostricciattolo che distribuisce pillole di insensato buon senso, quando la situazione richiederebbe invece occhi e mente vigili. Ma ormai è lì, Peter Pan: con il suo piccolo pugnale aguzzo ha perfino tentato di colpirlo al petto, Napoleone, il conquistatore di popoli; l'ha scambiato per il suo eterno nemico, il Capitan Uncino. Napoleone e Peter Pan, due simboli-chiave dell'immaginario collettivo, il simbolo del potere e della bramosia di potere contro quello della leggerezza più libera e immaginativa: un binomio fantastico esplosivo, dal quale, come in un gioco creativo, far scaturire la messa in scena di due modi opposti di vedere il mondo e di intendere la vita. Così può capitare che I'uomo, al cui cospetto si sono inchinati due secoli, si trovi a fare i conti con un ragazzino sfrontato e ignorante, che nulla sa di lui, delle sue mille battaglie, della sua gloria e del posto che si è ricavaco a forza di conquiste nell'empireo dei grandi. E dal momento che questo avviene sulle tavole di un palcoscenico, per definizione il luogo della fantasia e dell'ambiguità, può credibilmente succedere che dopo attimi di minaccioso imbarazzo e di sospettosa incredulità - estranei come sono l'un l'altro, Napoleone e Peter Pan si sfidino, in un percorso di avvicinamento che è una sorta di svelamento reciproco di sé, fino allo scaturire, anche con l'ausilio di divertenti numeri musicali, di una nuova e sorprendente complicità. Una schermaglia nella quale non poca parte avranno anche altri personaggi, che agiscono spesso evocati dai due, come i generali di Napoleone, schierati per la battaglia decisiva, pronti per le contumelie (che lanciano fedifraghi alla volta del loro comandante), come per gli sbracamenti più esagerati, come che le citazioni poetiche in cui si lancia il vecchio servitore, quelle che da lì a qualche anno ne esalteranno l'eroismo. E sono, allora, tra il vecchio militare e l'improbabile eterno bambino, provocazioni verbali, anche goffi tentativi di eliminazione reciproca, ma soprattutto sono domande e dubbi spesi con generosità, nei quali le prime vere vittime sono le certezze, i progetti e i sogni che sembrano aver regolato sin lì i loro destini, quello di Napoleone in particolare. Ma sono anche concitate risposte a piccoli segnali di inquietanti stonature nel concertato del gioco tra i due, sono allarmate reazioni a piccole minacciose aperture su una situazione, quella di loro due sotto quella strana tenda, che si fa via via sempre meno comprensibile, sempre più incerta e dai contorni sfumati del sogno o dell'incubo o della prigione o di un ospedale (il vecchio servitore non sarà forse un guardiano? e gli altri personaggi - di volta in volta sire- ne, soldati, o bambini, non saranno forse compagni di sventura?). Perché Napoleone e Peter Pan sono anche rappresentazioni simboliche di due patologie, due forme malate di vivere la realtà, megalomania per il primo, ostinato rifiuto di crescere per il secondo. E come tali fuorvianti rispetto alla norma, ai codici della consuetudine e del senso comune. Due patologie da tenere sotto controllo che, nel gioco del binomio fantastico e del teatro, possono ancora lasciare spazi all'imprevedibile, e può accadere così che entrambi, Napoleone e Peter Pan, ancora una volta diversi, ancora una volta devianti, si neghino all'immagine abituale di sè: e dal momento che entrambi hanno delle responsabilità di comando, entrambi di quel comando decidono di fare a meno, gravati come sono nel profondo del cuore dalla solitudine, cui li ha relegati il Potere: Napoleone per ritagliarsi un atti- mo di pace in un luogo dell'anima dove poter scacciare la nostalgia e magari accogliere l'amore di una donna, Peter Pan per poter volare più in alto e più libero, dove confondere con i colori delle nuvole il volto temuto e desiderato di un padre, di una madre, di una compagna. Entrambi vorrebbero potersi sospendere: Napoleone rifiutandosi a Waterloo e Peter Pan alla logica del reale. II gioco però sembra incalzare con l'inesorabilità del dovere e della Storia; e allora Peter Pan allestisce un volo di ricognizione per il suo nuovo compagno, anche se nessuno dei due ci crede più a Waterloo, alla gloria. Per la prima volta, infatti, Napoleone ha paura e per la prima volta Peter Pan di fronte al pianto sbigottito dell'uomo, chiede l'amore di un padre. Così l'isola che non c'è e la famiglia che non c'è sono lì a portata di mano, materializzati nei progetti dei due, intenzionati a fuggire insieme, fuori, nel mondo. Napoleone e Peter Pan, un uomo e un ragazzo soli che sí sono ritrovati insieme e insieme possono sconfiggere la solitudine, possono affrontare la realtà, la loro realtà. Per un attimo, ma soltanto per un attimo, il gioco eversivo del binomio fantastico ha avuto la meglio sul gioco di chi quel gioco tra i due sembra aver permesso e tollerato. Ma proprio quando stanno per andarsene, l'Uomo, che ha accompagnato il Ragazzo alla scala, alla via di fuga verso una nuova vita, ancora una volta preso dalla paura di affrontare se stesso e il mondo, si rimetterà il cappello di Napoleone, si lascerà cadere sul letto, rassegnato alla realtà cupa e reclusoria del suo manicomio, malato come gli altri con cui una volta ancora, forse l'ennesima, ha allestito la recita della sua follia. Ma questa non è stata una volta come le altre, questa volta c'è stato Peter Pan. Ecco perchè le cose sembrano aver avuto fandamento sfuggente e leggero di un sogno, ma anche la destabilizzante verità nata dal corto circuito di due fantasie sin troppo scatenate, o forse più scopertamente per la prima volta due pudiche e disarmate richieste d'affetto e d'amore. Una cosa è certa: I'incontro di "questo" Napoleone con "questo" Peter Pan, se per un momento con la "stranezza" del suo consistere è riuscito a mostrare anche I'imprevedibile e l'imponderabile della Storia, i moti segreti dei suoi protagonisti, quelli che le cronache non avvertono e non registrano, non è però riuscito a sovvertire le regole rigide di chi, invece l'ordine lo persegue e il disordine - della mente o del cuore - lo cura con la repressione e la detenzione. Perché alla fine quello tra "questo" Napoleone e "questò" Peter Pan finisce per rivelarsi con una punta di malinconica allegria, come un ben ordito gioco tra matti, matti veri, quelli che la gente deride nelle barzellette e rinchiude nei manicomi: un vecchio megalomane e un ragazzo malato di troppa voglia di libertà e poca voglia di crescere alleati nella loro solitudine per un tiro birbone alle spalle di chi crede che il vero sia solo quello scritto sui libri di storia e il giusto solo quello fissato nelle convenzioni sociali. In fondo, anche senza la polverina delle fate, l'Uomo, il Ragazzo e tutti gli altri hanno potuto davvero "volare", magari per lo spazio breve ed effimero di una recita sul palcoscenico della loro sofferenza. Hanno potuto provare le vertigini dell'unico "volo" loro concesso: quello della libertà dell'immaginazione e delle emozioni del cuore, che solo la finzione, misteriosa e trasgressiva, del teatro sembra, oggi, fare vera e plausibile. AI punto che il Ragazzo - per un'ultima volta ancora Peter Pan - spicherà il volo, mentre sempre più sordi e minacciosi si fanno i rimbombi della loro realtà di malati reclusi.