Plexus T s.r.l.
presenta



PLAZA SUITE
di Neil Simon
versione italiana Tullio Kezich e
Alessandra Lavantesi


con
MASSIMO DAPPORTO
MARIA AMELIA MONTI

e con
Francesco Meoni
Aisha Cerami

regia di
Guglielmo Ferro

scene Alessandro Chiti
costimi Annalisa Di Piero


Strizzando l'occhio a Molière
Chi è abituato a considerare Neil Simon uno spensierato fucinatore d'ilarità e "Plaza Suite" in particolare uno tra i suoi copioni più scoperti nella caccia alla risata si stupirebbe leggendo nell'autobiografia dell'autore oggi settantenne, "Rewrits - A Memoir" (Simon & Schuster, 1996): "Questa commedia, che ho scritto a quarant'anni, costituisce il mio passaggio alla maturità". E' vero che la strepitosa messa a punto del congegno teatrale, in una serie di invenzioni comiche e battute irresistibili non lascia il tempo di constatare che nei tre quadri dello spettacolo, per esteso o per allusione, si raccontano i casi di quasi una decina di matrimoni infelici. Il che per carità non trasforma Simon in un novello Strinberg, ma nobilita il suo cocktail drammaturgico con qualche goccia di amaro. Come per dire che sorridere della vita e di ogni suo contenuto resta una risorsa impareggiabile, a patto di giocare a carte scoperte e non avallare superficiali illusioni. Nel rischioso equilibrio fra i drammi sotto intesi, la commedia delineata e la farsa prorompente sta la peculiarità (vogliamo scrivere la grandezza?) di un commediografo che resiste al tempo meglio di altri e al quale non ci stupirebbe che continuassero a
rivolgersi gli spettatori del secolo imminente.Perché, come ha scritto Otis L. Guersney jr proprio ai tempi di "Plaza Suite" (1968, un successo storico, oltre mille repliche solo nella prima messa in scena a Brodway): "Simon è il Molière della nostra società, conosce intimamente i suoi contemporanei e li tratta con affetto, ma mai in modo troppo gentile".
Tullio Kezich Alessandra Levantesi

Il primo episodio "Anniversario di matrimonio" si svolge alla fine degli anni '50
Il secondo episodio "il produttore di Hollywood" si svolge alla fine degli anni '70
Il terzo episodio "il padre della sposa" si svolge alla fine degli anni '90

Note di regia
Ci è piaciuto pensare a questo testo di Neil Simon come ad una sorta di riflessione sui costumi degli ultimi quarant'anni. Al centro di questo racconto resiste indifferente e sempre uguale a se stessa la suite dove avvengono i tre incontri. Ognuno di noi ha in fondo pensato, ogni volta che è entrato in una stanza d'albergo, a quello che deve essere accaduto li dentro, alle lacrime e ai sorrisi rappresi su quei muri, depositati li come polvere resa evanescente dagli anni. Neil Simon da corpo a questa sensazione condensando in questo luogo di passaggio tre storie; tre storie esemplari in qualche modo di una supposta moralità. E grazie all'idea di Lucio Ardenzi di ambientare i tre episodi in tre diversi decenni:
anni '50 il primo, anni '70 il secondo, anni '90 il terzo tutto diventa anche un "come eravamo". Il primo episodio è quello che più concede spazio ad una trattazione psicologica venata di amarezza; è un piccolo frammento che potrebbe insinuarsi comodamente nella vita di tante coppie sposate, scivolate pian piano nell'assenza di colloquio, nel mutismo interiore, nell'egoismo silenzioso; un amore che si è fatto via via più opaco e lontano. Il secondo episodio disegna con sottile sarcasmo un rendez-vouz tra due compagni di liceo : lui produttore cinematografico di successo fanfarone e narciso, lei casalinga inquietamente soddisfatta con seduzione e relativa sconfitta. Il terzo episodio è quello che più si mantiene sui toni della commedia brillante, quella per intenderci di tanti film di Billy Wilder, con una coppia protagonista, che nella verve di battute ricorda un po' Spencer Tracy e Katharine Hepburn. Per sottolineare il carattere exesempla di queste tre situazioni, pur chiudendole in una griglia temporale, le abbiamo imprigionate in uno scrigno ovattato fuori dal tempo, il cui scorrere è segnato da un'unica presenza: il cameriere che, al contrario delle tappezzerie e dei mobili in stile, invecchia e scandisce il cinico ritorno delle cose in se stesse.
Guglielmo Ferro