|
Strizzando l'occhio a Molière
Chi è abituato a considerare Neil Simon uno spensierato fucinatore d'ilarità
e "Plaza Suite" in particolare uno tra i suoi copioni più scoperti nella
caccia alla risata si stupirebbe leggendo nell'autobiografia dell'autore
oggi settantenne, "Rewrits - A Memoir" (Simon & Schuster, 1996): "Questa
commedia, che ho scritto a quarant'anni, costituisce il mio passaggio
alla maturità". E' vero che la strepitosa messa a punto del congegno
teatrale, in una serie di invenzioni comiche e battute irresistibili
non lascia il tempo di constatare che nei tre quadri dello spettacolo,
per esteso o per allusione, si raccontano i casi di quasi una decina
di matrimoni infelici. Il che per carità non trasforma Simon in un novello
Strinberg, ma nobilita il suo cocktail drammaturgico con qualche goccia
di amaro. Come per dire che sorridere della vita e di ogni suo contenuto
resta una risorsa impareggiabile, a patto di giocare a carte scoperte
e non avallare superficiali illusioni. Nel rischioso equilibrio fra
i drammi sotto intesi, la commedia delineata e la farsa prorompente
sta la peculiarità (vogliamo scrivere la grandezza?) di un commediografo
che resiste al tempo meglio di altri e al quale non ci stupirebbe che
continuassero a rivolgersi
gli spettatori del secolo imminente.Perché, come ha scritto Otis L.
Guersney jr proprio ai tempi di "Plaza Suite" (1968, un successo storico,
oltre mille repliche solo nella prima messa in scena a Brodway): "Simon
è il Molière della nostra società, conosce intimamente i suoi contemporanei
e li tratta con affetto, ma mai in modo troppo gentile".
Tullio Kezich Alessandra Levantesi
Il primo episodio "Anniversario di matrimonio" si svolge alla fine degli
anni '50
Il secondo episodio "il produttore di Hollywood" si svolge alla fine
degli anni '70
Il terzo episodio "il padre della sposa" si svolge alla fine degli anni
'90
Note di regia
Ci è piaciuto pensare a questo testo di Neil Simon come ad una sorta
di riflessione sui costumi degli ultimi quarant'anni. Al centro di questo
racconto resiste indifferente e sempre uguale a se stessa la suite dove
avvengono i tre incontri. Ognuno di noi ha in fondo pensato, ogni volta
che è entrato in una stanza d'albergo, a quello che deve essere accaduto
li dentro, alle lacrime e ai sorrisi rappresi su quei muri, depositati
li come polvere resa evanescente dagli anni. Neil Simon da corpo a questa
sensazione condensando in questo luogo di passaggio tre storie; tre
storie esemplari in qualche modo di una supposta moralità. E grazie
all'idea di Lucio Ardenzi di ambientare i tre episodi in tre diversi
decenni: anni '50
il primo, anni '70 il secondo, anni '90 il terzo tutto diventa anche
un "come eravamo". Il primo episodio è quello che più concede spazio
ad una trattazione psicologica venata di amarezza; è un piccolo frammento
che potrebbe insinuarsi comodamente nella vita di tante coppie sposate,
scivolate pian piano nell'assenza di colloquio, nel mutismo interiore,
nell'egoismo silenzioso; un amore che si è fatto via via più opaco e
lontano. Il secondo episodio disegna con sottile sarcasmo un rendez-vouz
tra due compagni di liceo : lui produttore cinematografico di successo
fanfarone e narciso, lei casalinga inquietamente soddisfatta con seduzione
e relativa sconfitta. Il terzo episodio è quello che più si mantiene
sui toni della commedia brillante, quella per intenderci di tanti film
di Billy Wilder, con una coppia protagonista, che nella verve di battute
ricorda un po' Spencer Tracy e Katharine Hepburn. Per sottolineare il
carattere exesempla di queste tre situazioni, pur chiudendole in una
griglia temporale, le abbiamo imprigionate in uno scrigno ovattato fuori
dal tempo, il cui scorrere è segnato da un'unica presenza: il cameriere
che, al contrario delle tappezzerie e dei mobili in stile, invecchia
e scandisce il cinico ritorno delle cose in se stesse.
Guglielmo Ferro
|