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In Ossessioni Pericolose scatta inesorabilmente un meccanismo che fa
leva su almeno una decina di colpi di scena. Una pìece da manuale,
dalla psicologia sottile, astuta, con tutti i doverosi trabocchetti
e i suspence del caso, con sbalzi e alterazioni, cui si addice in crescendo
una struttura al cardiopalmo.
Culturi o no della letteratura gialla in questo spettacolo si è
indotti a soppesare, a stimare in ogni dettaglio fattori come il clima,
i silenzi, gli sguardi, le dialettiche, le paure intriganti.
Si rivela così un gioco al massacro fa tre personaggi, un enigma
correttamente travasato in una gelida e furtiva drammaturgia, che non
sparge sangue, ma fa vittime con la sola arma della parola. Un buon
esempio di implacabile giustizia privata.
In questa stanza di tortura ci si sbrana, e man mano viene a dipanarsi
la vicenda di un banale incidente che cela i retroscena di un orrenda
indifferenza, di squallidi
mimetismi familiari. Il plot è un paziente e infinito e morboso
accumularsi di tasselli che violano la privacy di un marito e di una
moglie non esenti da connivenze e però, chi più e chi
meno trasgressivo, giunti ad un bivio di credibilità.
Una tragedia incruenta, sentenziata con calma attraverso una inesorabile
ragnatela di rivelazioni.
Un teatro da camera che prende per la gola e incalza.
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