Teatro di Genova
presenta


LA BELLA REGINA DI LEENANE
di Martin McDonagh
traduzione di Anna Laura Messeri

con
DANIELA GIORDANO, GIANNA PIAZ,
SERGIO ROMANO, FULVIO MOSE' MARIA PEPE


regia
Valerio Binasco


scene e costumi Valeria Manari
luci Piero Niego


"Il più brillante esordio del teatro irlandese contemporaneo"
"La bella regina di Leenane"
commedia tragica e grottesca del giovanissimo Martin McDonagh

Presentata la scorsa stagione dal Teatro di Genova in forma di "mise en espace", nel corso dell'annuale rassegna dedicata alle tendenze della drammaturgia contemporanea, "La bella regina di Leenane" viene proposta ora nel cartellone ufficiale dello Stabile genovese, per la messa in scena di un giovane regista-attore uscito dalla sua Scuola di Recitazione: Valerio Binasco. Opera d'esordio di un commediografo irlandese di soli venticinque anni, Martin McDonagh, che nonostante la giovanissima età ha saputo subito conquistare l'attenzione del pubblico e della critica internazionale, "La bella regina di Leenane" - attualmente in scena a Broadway, dopo il felice esordio al Druid Theatre di Galway e al Royal Court Theatre di Londra - è la prima commedia di una trilogia ambientata dall'autore nel paese d'origine della sua famiglia, che prosegue con "Un teschio a Conemara" e "Il solitario Ovest". "Molti giovani autori si accontentano di descrivere una generazione violenta e priva di motivazioni: le ambizioni di McDonagh sono più alte e i suoi risultati decisamente pregevoli", ha scritto un critico anglosassone. E questo giudizio positivo trova piena conferma nel tono insieme macabro e grottesco di "La bella regina di Leenane", nonché nella sua capacità di coniugare sullo sfondo desolato del nord-ovest irlandese la tragedia con la commedia, una gloriosa tradizione drammaturgica che affonda le proprie radici in Yeats e in Synge con la modernità di un linguaggio teatrale sensibile ai grandi fermenti del rinnovamento culturale ed espressivo della scena novecentesca. Ambientata in un interno familiare a Leenane, cittadina tra i monti del Connemara, la commedia racconta con forte crescendo drammatico la storia dei quotidiani rapporti tra la quarantenne Maureen (Daniela Giordano) e la sua vecchia madre Mag (Gianna Piaz), la quale interferisce con egoistica e malvagia determinazione nella prima e forse ultima possibilità della figlia di sfuggire allo squallore domestico in compagnia di Pato (Sergio Romano), mettendo in moto una serie di eventi conflittuali che conducono inesorabilmente le due donne verso un terribile e definitivo scontro finale.

La "Trilogia di Leenane": una risata micidiale
In un momento chiave, verso la fine di quella grande soap-opera gotica che è la "Trilogia di Leenane" di Martin McDonagh, uno dei personaggi guarda con aria colpevole un altro e dice: "Non dovremmo ridere". È una semplice battuta, ma, per il pubblico, è strepitosa. A quel punto abbiamo passato quasi sei ore a ridere, fino a star male, delle più nere e più lugubri storie che siano mai state raccontate nel teatro irlandese. Abbiamo riso della carestia, di omicidi e suicidi, di bambini che annegano in pozzi pieni di melma e di vecchi che rimangono soffocati dal loro stesso vomito. E la domanda che ci rivolge McDonagh è: quando si finisce di ridere e si inizia a pensare? Perché in fin dei conti la "Trilogia" è una commedia sulla necessità di prendere seriamente alcune cose. Si dice spesso, ed è abbastanza vero, che il modello tipico del teatro irlandese è la tragicommedia. E in tal senso, McDonagh, per la complessità delle sue origini e della sua formazione, è senza dubbio un drammaturgo irlandese. La differenza fra commedia e tragedia, che nel repertorio classico irlandese s'intrecciano sempre all'interno dello stesso testo, diventa qui impercettibile. Le opere di McDonagh sono talmente divertenti da far sì che si continui a ridere durante tutto il loro svolgimento; ma non dovremmo ridere, poiché sappiamo che sono al tempo stesso anche profondamente sgradevoli. La confusione nasce dalla sensazione di trovarsi in un mondo in cui le consuete reazioni suscitate da parole quali commedia o tragedia non sono più quelle giuste. Non è casuale che l'Irlanda di questi testi sia quella in cui tutte le istituzioni sono crollate. La famiglia, da "La bella regina di Leenane" in poi, è il luogo della guerra psicologica, talvolta anche biologica. (…) da un lato la "Trilogia" descrive un'Irlanda molto reale e immediata. Sebbene grottesche, le esagerazioni testimoniano una verità attendibile, che in quanto tale può essere riconosciuta perfettamente. Ma dall'altro, il mondo che viene così immaginato è quello di uno dei grandi paesaggi mitici: il mondo prima della moralità. È l'antica Grecia dell'Orestea: un ciclo di morte e vendetta prima dell'invenzione della giustizia. È forse, più precisamente, il selvaggio Ovest dei western di John Ford o dei romanzi di Cormac McCarthy: una fredda frontiera oltre la civiltà. La genialità di McDonagh, comunque, consiste nel modo in cui riesce a semplificare il linguaggio pomposo del mito. Egli ci rivela che ciò che accade quando crolla l'ordine costituito non sono i grandi orrori epici, ma un insieme incontrollato di assurdità. Quello che rende tutti i suoi personaggi, anche quelli di età avanzata, dei bambini impazziti, è il fatto che ognuno ha dimenticato ciò che solo gli adulti è permesso di imparare: la differenza fra ciò che conta e ciò che non conta. La parte migliore della sua commedia deriva dal contrasto fra la violenta intensità che i personaggi conferiscono a oggetti insignificanti - i biscotti Kimberley, le patatine fritte Tayto, le statuette di plastica dei santi - e la noncuranza riservata alle proprie e le altrui esistenze. (…) Le commedie di McDonagh riescono a dare il meglio facendo esplodere il naturalismo ciò che è apparentemente familiare. (…) Il loro stile non è simile a nessuno altro. I personaggi sono creature animate che muoiono veramente quando qualcuno spara loro alla testa. Sono persone di una sit-com che affrontano situazioni disperate all'interno di commedie orribili. Sono marionette che continuano a muoversi molto tempo dopo che la fila del logico controllo sono state tagliate. Per interpretarli, gli attori devono sia credere assolutamente in loro, sia mantenere il tipo di fredda distanza che avrebbero nei confronti di una farsa o di un film muto di quart'ordine. (…)
Fintan O Toole da "The Irish Times", 24 giugno 1997