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Le disavventure di
un uomo ossessionato dalla superstizione è il tema principale di questa
divertentissima commedia di Peppino De Filippo che con la Compagnia
dei Fratelli De Filippo andò in scena la prima volta nel 1942 al Politeama
Margherita di Genova. L'interesse dell'uomo verso la magia, il soprannaturale,
il mistero non si è mai spento. Riaffiorano in ogni epoca l'incanto
per le superstizioni e le primitive credenze. A Napoli una persona "dotata"
di influssi malefici viene crudelmente definita "jettatore" e la sola
difesa della gente al suo cospetto è fare corna e scongiuri vari oltre
ad evitare ed emarginare il suddetto personaggio. L'argomento è stato
spesso trattato a teatro in varie commedie vale per tutte "La patente"
di Luigi Pirandello. In questa nuova edizione di "Non è vero ma ci credo"
viene ancora più accentuato l'aspetto comico e grottesco della commedia,
rendendola una vera e propria macchina della risata. Il protagonista
dello spettacolo, nella parte che fu prima di Eduardo e poi di Peppino,
sarà Giacomo Rizzo, bravissimo attore della Scuola Napoletana, finalmente
in un ruolo di grande importanza dove potrà dimostrare tutta la sua
spiccata forza comica.
Note sulla comicità di Peppino De Filippo
"Nella comicità di Peppino non c'è nulla di ermetico, di sotterraneo.
Egli è uno Zanni del nostro tempo, un pulcinella senza camiciotto bianco
e senza cappello a pan di zucchero, ma non per questo meno vivo di quello
che Silvio Fiuorellino inventò e che Antonio Petito portò a cime mai
raggiunte, perfino ai margini della tragedia. Peppino è l'eroe comico
popolaresco sorpreso nella sua neghittosità, nella sua cialtroneria,
nella sua stupidaggine, nella sua caparbietà, nel suo sussiego, nella
sua ridicolezza. Non c'è stato d'animo che non trovi in lui un colorito
stupendamente comico; non c'è parola, movimento, lazzo suo che non accenna
nelle girandole dell'allegria. Io lo trovo semplicemente prodigioso
in certe improvvise cocciutaggini del popolano ottuso nell'estrema difesa
dell'amor proprio ferito e soprattutto nell'imbroglio mentale che abolisce
l'ordine logico e letterale, creando bizzarri giochi di parole, accostamenti
inaspettati e paragoni, di parabole, di significati diversi. In quei
momenti egli risolve la sua recitazione in un confuso balbettio da cui
a tratti si spacca a pieno rilievo la chicca comica, la battuta irresistibile,
quella che da il colpo di grazia da buonsenso alla verosomiglianza alla
logica. La comicità non è che la frattura d'una proporzione umana o
formale ai danni di colui che l'ha creata senz'avere coscienza, il riso
deve scaturire dallo stato d'innocenza e di euforia di chi alimenta
la beffa suo malgrado con l'azione e col discorso, senza sospettare
di essere lui il bersaglio di se medesimo. In questa sorta di jeu de
massacre, Peppino è un insuperato maestro"
Leonida Repaci
Ben piantato sulle tavole del palcoscenico, Peppino De Filippo spara
le sue cartucce migliori: e al personaggio sordo del protagonista offre
alla sua stupefacente credibilità. Ma che parliamo a fare? Bisogna ascoltarlo!
Bisogna cogliere nei suoi occhi la detestabile furberia del mariolo,
l'animalesca empietà di chi non si ferma nemmeno di fronte la rovina
del proprio fratello, bisogna sorprendere la tracotanza che si scioglie
in vigliaccheria, l'ignoranza che si padula in presunzione. E come la
sua malvagità si gonfia nei rapporti con gli indifesi; e come suona
grottesca bestemmia quella sua frase "quanto mi divertono i ricchi"
mentre cerca di far inciampare un poveraccio che avanza tastando il
suolo col bastone, pensavo a Molière, la feroce tra Don Juan e il mendicante."
Chigo De Chiara
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