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Protagonista della vicenda (o della Storia, o della Natura, che, come
Leopardi avvertiva, sono spesso, a Napoli, la stessa, crudelissima cosa)
č Naną, l'anima candida e reietta, giovane-vecchissima creatura al servizio
"minuto" delle donne di un bordello arroccato sui "Quartieri Spagnoli",
nella Napoli, desolata e avvilita, dell'occupazione nazista, sul finire
dell'estate del 1943. Naną, ovvero, voce strampalata e grottesca da
epopea degli Ultimi. Naną, "schiava tra le schiave vendute", al triste
mercato degli spiriti e la carne. Naną, dire-ricordare prigioniero e
schernito, ma non per questo passivo o rassegnato alle stragi efferate
della storia. Ed č questa Naną, simbolo di una Napoli-risentimento e
non da folclorica cartolina, voce e volto d'azione di riscatto, a fronte
delle infinite bugie e menzogne su un popolo, consegnatoci da chi ce
lo tramanda come inerte e infingardo, pagnottista e voltagabbana, a
farsi, nella vicenda, l'artefice violenta d'un delitto, d'una specie
di catarsi, improvvisa e sanguinaria, attuata a difesa di una vittima,
di qualcuno pił soggetto e pił debole di lei: di Luparella, appunto:
l'altro corpo-non corpo in scena, puro fantasma, evocazione di memoria,
ombra fedele di Naną nell'osceno e sboccato rosario dei martirii. Soglia,
pietosa e disumana, in bilico continuo tra essere e non essere, speranza
e perdizione, che muore nel dare alla luce, nel bordello spopolato perfino
dalle sue "signorine", un'anonima creatura, fatta venire al mondo dalla
stessa incompetenza e passione di Naną, mentre che, sul letto, "in articulo
mortis", la vecchia prostituta viene ancora oltraggiata dalla foga sessuale
di un giovane nazista, salito alle stanze del casino, perchč in cerca
occasionale d'arnore, o, forse, d'ulteriore, occasionale sopraffazione
a danno d'indifesi. L'attuale messa in scena, che ruota attorno ad una
straordinaria e lavica Isa Danieli, tende a sottolineare, con la regia
dello stesso atttore, gli aspetti evocativi e metaforici della pičce
(in particolare, il trapasso storico di una liberazione che, da segreta,
clandestina, mira a farsi collettiva e politicamente legittimata, con
esplicito riferimento alle famose quattro giornate di Napoli, del setterrlbre
'43) nonchč a marcare fortemente le valenze squisitamente linguistiche-fantastiche
del testo, che, sulla scena, diventa quasi un canto continuo, una sorta
d'appassionato "lied" tedesco-partenopeo, veicolante l'essenza d'universo,
cosmo, della realtą di Napoli, qualcosa provincialistico o locale, pur
usando fino in fondo l'arcinoto e teatralissimo suo idioma.
Enzo Moscato
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