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Ho letto "L'Annaspo" per la
prima volta molti anni fa: ricordo l'emozione violentissima che mi diede
la prima lettura del testo, come una scossa profonda: perchè quell'annaspare
di cui Orlando parlava rappresentava in modo straordinariamente efficace
una condizione di esistenza in cui vivere diventa sopravvivere cercando
di non annegare, respirando con rabbia tra un'ondata e l'altra, perseguendo
con cieca ostinazione poche piccole occasioni di felicità nel tentativo,
vano, di non essere sommersi dalla buia insensatezza del quotidiano.
Poi negli anni ho letto e riletto "L'Annaspo" e ho cercato, a più riprese,
di metterlo in scena; ma, se questo testo piaceva moltissimo agli attori,
molto meno interessava i possibili produttori che lo guardavano come
un disco volante atterrato al semaforo di una tranquilla città dl provincia.
E in un certo senso è proprio così: "L'Annaspo" è un oggetto alieno;
lo è in primo luogo per il linguaggio che Orlando inventa per dare voce
all'ingorgo che abita l'anima dei suoi personaggi "cose dette". Un linguaggio
arduo come una salita di montagna: non dialetto, non gergo, non lingua,
con una fortissima fondazione poetica eppure non letterario, ma profondamente
fisico e quasi inscritto nel corpo di ciascun personaggio. Aliena anche
la storiea che possiede la secchezza laconica e la violenza di un fatto
di cronaca, ma anche l'esemplifìcazione essenziale propria alla tragedia
classica. Scandita in undici quadri, con un forte commento musicale
dal vivo, questa storia, ambientata nel casamento popolare di una grande
città all'inizio degli anni sessanta e che si conclude come se fosse
una tragedia elisabettiana, è anche, e forse soprattutto, una storiea
d'amore. La storia di un amore sbagliato, alla fìne del quale, una giovane
donna che assomiglia quasi a una bambina, resta sola nel suo inferno
cercando di trascinare i suoi morti verso il cielo, lontanissimo, alla
ricerca dl un impossibile altrove.
Cristina Pezzoli
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