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Poniamo che nel suo nuovo
spettacolo Alessandro Bergonzoni entri in uno spazio dove tutto, compresi
i suoi personaggi, si specchi in un gioco di riflessi meticolosi ed
anche micidiali. Dove l'unità di misura è sempre raddoppiata da inevitabili
rifrazioni. Dove una coppia di gemelli, già geneticamente doppi, sono
contemporaneamente uno la metà dell'altro con in più qualcosa che appartiene
ad m ulteriore doppio (forse un ennesimo gemello?). Ora cosa si potrà
mai scatenare da una situazione come questa inserita anche in un impianto
scenico panottico ideato da Mauro Bellei? Semplice, un luogo mentale-teatrale
dove Jean lascia il posto a Jean Jean che però evoca Jean per Jean andando
ad intersecarsi in una continuità che potrebbe essere doppia ma che
invece rimane, almeno questa, rigidamente singola. Bergonzoni, quindi,
al centro preciso di una matassa comica da dipanare ma con una difficoltà
specifica: ci sono due capi, o un loro multiplo, da seguire prima di
arrivare in fondo. Ci vuole una precisa tecnica di paziente e certosino
smontaggio per non intrecciare i fili o, meglio, per intrecciarli senza
rendere vano l'obiettivo finale e per sottrarre tutte le curve da una
tortuosa strada rendendola alla fine rettilinea. Bisogna ricorrere a
tutte le risorse possibili ed immaginabili, anche a quelle inimmaginabili,
e forse spirituali, per riuscire nell'impresa. Ci vuole tutta la scaltrezza
possibile per non scambiare le aberrazioni ottiche tipiche dei miraggi
in qualcosa di solido e reale che, se preso come tale, può risultare
fatale. Claudio Calabrò stavolta si trova a dirigere un Bergonzoni che
non è detto sia lo stesso personaggio se visto da angolazioni differenti;
il lato destro può infatti rivelarsi molto diverso da quello sinistro,
così come la schiena può non appartenere alla stessa persona che un
attimo prima avevamo visto di fronte. Si tratta quindi di un concreto
esperimento di "doppelganger" portato alle estreme conseguenze comiche
senza prendere le scorciatoie degli equivoci. E il pubblico alla fine
sarà numericamente reale o si rivelerà piuttosto solo un riflesso ripetuto
all'infinito di un'unica persona posta in mezzo a due specchi? In definitiva,
però, in "Zius" di specchi non ne compaiono.
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