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Tutti non fanno che domandarsi in che modo un commmediografo inizi il
suo lavoro. Per quanto mi concerne, in generale, il mio punto di partenza
è stato un'immagine o un ricordo. Benché sia le trame che le idee e
i personaggi potrebbero all'occorrenza rivelarsi più importanti, io
non sono in grado di cominciare una commedia senza aver prima una sorta
di foto evocativa nella mia mente, quasi si trattasse di un quadro.
Non mi dimenticherò mai l'eccitazione a dir poco viscerale ad un party
di San Silvestro del 1966, quando, fresco di università, entrai per
la prima volta nella casa di un pittore nel Berkshire. E' stata quella
la prima volta in cui ho incontrato degli adulti per i quali la parola
arte avesse davvero la A maiuscola. "Differenti opinioni" inizia nel
salotto di una vedova, disseminato di opere dell'artista scomparso,
Bernard Thomas. Ed è lo spirito di Thomas che permea l'intera commedia.
La storia che segue, sul rapporto tra una protagonista teatrale del
West End, Judi Allen e la sua amata figliola Amy, si snoda nell'arco
di sedici anni, con inizio nel 1979. Ho adorato fin da giovane il teatro
ed il cinema che permettono di raccontare vicende nell'arco di lunghi
periodi di tempo. C'è sempre qualcosa di struggente nel guardare come
il passare degli anni sia diverso per ciascuno di noi. Ma, al di là
di questo, quando stavo pensando a "Differenti opinioni", ho assaporato
il gusto della sfida nel volerla strutturare in quattro atti. Questa
scelta astuta e difficile insieme, è stata propria di scrittori basilari
come Ibsen, Cechov, 0'Neill per ottenere interessanti sospensioni e
quindi poi connessioni tra eventi separati e per operare accorti mutamenti
stilistici. Ma di recente è stata più o meno abbandonata dal teatro
moderno in favore di tecniche più frammentate, spesso mutuate dai film
o dalla televisione. A trent'anni dal mio ingresso nel mondo artistico,
nello scrivere questa particolare commedia, ho optato per una speciale
nitidezza. Resto ostinatamente ancor oggi tanto abbagliato dal potere
di trasformazione dell'arte quanto allora. Sono sempre più accanitamente
convinto che è la sua importanza intrinseca a dar forma e senso alla
nostra vita. Nel dire questo e nell'aver scritto una commedia che è,
alla fine, una testimonianza di quanto l'arte possa dare dignità alla
vita, almeno individualmente, sono contento che tante persone siano
state in grado di focalizzare il fatto che la commedia aspira ad usare
tutti i mezzi del teatro per difendere il teatro stesso. Dal momento
del debutto della commedia al National Theater mi sono anche divertito,
oltre che sentito un po' preso alla sprovvista, di fronte alle più svariate
reazioni del pubblico. Non è insolito per un autore ritenere di avere
scritto una commedia su un determinato argomento e scoprire che il pubblico
la pensa in modo del tutto diverso. Ma ignoro per quale altra commedia
abbia ricevuto lettere così diverse come per questa. Qualcuno mi scrive
che è soprattutto una commedia familiare, lo studio di un rapporto tra
madre e figlia. Per altri è una tragedia incentrata sul misterioso e
profondo interrogativo del perché non si sia mai in grado di chiedere
scusa alle persone a cui dovremmo ed invece si preferisca disastrosamente
rimandare il momento della riconciliazione di giorno in giorno. E ancora
per altri viene vista soprattutto come un attacco di una generazione
che considera l'arte qualcosa di fuori moda ed elitario... Spero di
non rovinare il divertimento di nessuno asserendo che trovo valide tutte
queste interpretazioni e che almeno per tre quarti erano intenzionali.
Ma al di là di tutte, il mio scopo nello scrivere questa commedia era
di fare qualcosa di assolutamente semplice eppure ancora penosamente
raro: mettere in scena la vita di donne contemporanee in una maniera
che spero le donne possano riconoscere. Da quando nel 1970 andò in scena
la mia prima commedia "Slag", all'Hampstead Theater con un cast tutto
al femminile (Rosemary Mc Hale, Marty Cruickshank a Diane Fletcher a
nella ripresa dell'anno dopo alla Royal Court con Anna Massey, Lynn
Redgrave e Barbara Ferris), ho sempre cercato di dare uguale voce alle
donne in un momento in cui tante commedie avevano invece sempre trattato
di problemi maschili. David Hare Anni fa, Harley Granville Barker, promotore
del National Theatre, scriveva che: "L'arte del teatro è come prima
cosa, come ultima cosa e comunque, la recitazione." Un'affermazione
che mi trova d'accordo con questo modo di sentire proprio per esperienza
personale, e fin dal più profondo del cuore.
David Hare
"Amy's View" di David Hare è andata in
scena a Londra con enorme successo al National Theatre. Ambientata negli
ultimi quindici anni in quattro brevi atti, racconta delle differenti
opinioni, dei diversi punti di vista di tre generazioni che si confrontano
e si scontrano e molto raramente si incontrano, con toni lievi e pacati,
talora ironici, brillanti, spiritosi, talora tragici o drammatici, sempre
intelligenti. Commedia di parole quante altre mai, di punti di vista
sulla vita, l'esistenza, la comunicazione interpersonale, ma anche sul
mondo dei media, sull'alcool e l'amore, sulla vecchiaia, sulle ambizioni
sbagliate, sull'incapacità di affrontare il quotidiano, sul teatro.
Come già in Pinter, qui il non detto è importante quanto il detto e
la scrittura rifugge da qualsiasi minimalismo sfiorando talvolta un
corposo realismo intimista quasi cinematografico. Sono sei personaggi,
tre uomini e tre donne, non in cerca d'autore ma alla ricerca di loro
stessi; sembrano essere i nipoti o i pronipoti dei personaggi del "Gabbiano"
di Cechov, arrivati come naufraghi alla riva degli anni ottanta e poi
ritrovati nel corso di una quindicina di anni fino ad oggi. Sono un'attrice,
una giornalista, un avvocato ed un regista cinematografico, un giovane
attore di teatro e la vedova di un pittore, insegnante in un liceo ma
ormai in pensione. Sei intellettuali stanchi e privati non dei loro
ideali ma della possibilità di realizzarli in un sociale sempre più
privo di ideali. Ma non sono forzatamente dei perdenti, forse sono semplicemente
inadeguati, ma non lo siamo forse un po' tutti? Si parla molto dei media
in questa commedia o per meglio dire dei mezzi di comunicazione ed anche
questo è un terreno di scontro perché qualcuno pensa di poter meglio
comunicare attraverso il teatro, una comunicazione diretta, interpersonale,
mentre qualcun'altro preferisce il pettegolezzo, lo scandalismo dell'informazione,
o il cinema, o la pornografia di una televisione sempre più invadente,
non solo usata come mezzo. L'autore ha il gran pregio di non essere
mai demagogico o dimostrativo. Ogni personaggio ha le sue ragioni a
le difende a non sono forzatamente le opinioni dell'autore che infatti
si è occupato sia di teatro che di televisione oltre ad aver firmato
la regia di quattro film. Commedia commovente anche con i suoi quattro
bellissimi finali d'atto, commedia mai definitiva. L'asse portante è
rappresentato da diverse generazioni di donne e Rossella Falk, insieme
a Valentina Sperlì, ci condurrà in questo gioco di opinioni, fra personalità
precise non in sintonia fra loro, e ci permetterà di scegliere di prendere
partito, di tifare per una delle differenti opinioni o più semplicemente
di lasciarci andare all'ascolto. Seguire queste sei anime nel loro vagare,
spesso a vuoto, nelle loro idee, nel loro destino di "piccoli poveri
uomini feroci". "Sono agghiacciata dalla violenza. So che è importante
per tipi come te ma io non la capisco... so che voi non la chiamate
violenza nei vostri film la chiamate azione... comunque sia la vita
non è così. Forse sto solo invecchiando ma sono stufa di questo bisogno
che avete voi giovani di tirar fuori le pistole... Che cosa è successo?
Perché siete così tanto tutti annoiati?" Judi, l'attrice, lo domanderà
al regista ed in questa battuta io credo che ognuno di noi possa trovare
una piccola parte di sé in accordo con Judi o con il regista.
Piero Maccarinelli
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