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Un disoccupato. Le sue
donne (la moglie, la suocera). E il habitat (il caseggiato, promiscuo
e impiccione, dove i tre vivono). Ambientato nella Mosca degli anni
Venti, "Il suicida" di Nicolaj Erdman è un'acida, ferocissima farsa
sociale. Assolutamente esilarante l'equivoco che fa da innesco alla
trama: Semion si chiude nel cesso per mangiarsi in santa pace, finalmente
solo, una salsiccia. Ma i suoi cari, convinti che la salsiccia sia una
pistola, credono che egli voglia uccidersi sparandosi in bocca. Pur
se posticcio, lo status dell'aspirante suicida conviene al mediocre
Semion, finalmente al centro dell'attenzione generale, blandito, coccolato,
perfino stimato, e conviene agli altri personaggi, ciascuno dei quali
cerca di volgere a proprio vantaggio il significato del presunto "tragico
gesto", ammantandolo, a seconda delle convenienze, di significati ideologici,
romantici, politici, protestatari. Di qui, con un ritmo incalzante,
si dipana una spietata commedia macabra, che eleverà il pavido Semion
al rango di involontario eroe e/o di agnello sacrificale, e metterà
a nudo, negli altri, la grettezza e l'ipocrisia che muovono l'interesse
umano. Fino al finale, fulminante e tragico, che lascia intendere come
altrove (su un altro palcoscenico…?) si sia compiuto davvero il dramma
che qui si sta solo recitando. La brillante costruzione satirica di
Erdman è pregna, come sempre accade alla grande satira, di spirito tragico.
Sullo sfondo il tracollo delle speranze rivoluzionarie, il cinismo e
l'impotenza che ne conseguono. Non la repressione (che pure così Erdman,
costretto al silenzio fino alla destalinizzazione), ma la totale perdita
di senso di ciò che si dice, di ciò in cui si crede, e nel "Suicida"
la conseguenza più implacabile del fallimento degli ideali. Sulla base
di una nuova traduzione dall'originale, Luca De Filippo ha proposto
a Michele Serra di riadattare il testo per la sua compagnia. La possibile
empatia Napoli-Mosca (due metropoli della disillusione), e la sorprendente
modernità di una storia che parla di disoccupazione, e di dignità perduta,
hanno facilmente contagiato Serra, convinto da sempre che non sia possibile
esprimersi "comicamente" senza confrontarsi con la tragicità e la miseria
dei comportamenti umani. La satira politica è appena una branca specialistica
della satira sociale, il cui sguardo allarga di molto la visuale sulle
ragioni dell'umana ridicolaggine. Nel testo di Erdman il potere è appena
accennato, mentre sono descritte a fondo le debolezze dell'uomo della
strada, le maschere sociali, la crudeltà che domina nei rapporti interpersonali.
Questa qualità è parsa a De Filippo e a Serra straordinariamente moderna,
e anche piuttosto controcorrente rispetto agli stili comici correnti,
che tendono a sbertucciare il potere (con poco rischio, in tutti i sensi)
ma a trascurare la grottesca, malinconica dismisura dei comportamenti
quotidiani.
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