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Era il 1996, quando Giordano Raggi
mi fece leggere "La casa dei valzer". Già le mie scelte registiche si
stavano sempre più orientando verso una drammaturgia contemporanea,
più attuale e cinematografica. Mi trovai di fronte a un'opera che racchiudeva,
sì tutto ciò, ma in più possedeva quella cattiveria, quella "malattia",
quella rabbia, quella "ironia" leggera che da sempre caratterizzano
le mie scelte artistiche. Elementi riscontrati fino ad allora solo in
Ruccello. E come sempre, anche allora, partirono le emozioni, i pensieri,
i personaggi presero forma. Dal '96 al '98 sono passati due anni e ritrovare
nuovamente "La casa dei valzer" è segno anche di un destino… Storia
semplice… e poi il crollare degli eventi, baratri a sorpresa, atmosfera
euforica ma… ambigua, malata. Come figurine i cinque protagonisti prendono
forma, si divertono, si odiano, in un locale - balera della provincia
Toscana. Da questo luogo i cinque riportano resoconti del passato, di
tragici eventi, di avventurosi viaggi, di sconfitte subite. E di rabbie
e di gioie incomprensibili ai più. E allora ecco il Vanni, l'Alfio,
la Ines, l'Annetta e la Veronica divenire figurine funeree, sepolcrali
e le candele dei tavoli possono trasformarsi in lumini e la musica felice,
ubriaca è solo un sottofondo lontano per una malinconia sinuosa che
prende piede sempre più. Il linguaggio di Raggi è apparentemente lieve,
leggero, ma quel suono, quello scandire, quella apparente banalità è
una vera e propria gabbia ritmica all'interno della quale i personaggi
sono costretti ad una congestione crescente. La violenza si fa più sensibile
sino a esplodere con quel linguaggio, nel solo modo consentito: nell'azione
fisica e brutale. Il Vanni, l'Alfio, la Ines, l'Annetta e la Veronica
non sono certo eroi classici, ma figure classiche sì. Parti della nostra
epoca, in cui si accorpano infinite e feroci tensioni che sono il risultato
di tristi e disperate solitudini.
Enrico Maria Lamanna
In Italia, le serate danzanti in balera
sono uno dei fenomeni più diffusi, e misconosciuti, del divertimento
notturno, proprio perché appartenenti a quelle fasce di età ritenute,
erroneamente, meno interessanti in termini di mercato. Dopo aver affrontato
in "Ecstasy" il tema del ballo tra i giovani, ho sentito l'esigenza
di tornare all'interno di un ambiente dove il ballo non venisse più
vissuto in termini di isolamento e abbrutimento, ma di sensualità e
allontanamento della solitudine. L'uso del dialetto toscano, che si
fa in questa pièce, è stato volutamente scelto per fornire anche in
scrittura quell'impatto diretto, asciutto e spesso spietato che solo
una lingua viva ad un tempo ironica e tagliente avrebbe potuto, nelle
intenzioni garantire.
Giordano Raggi
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