Il Messaggero, 11 Ottobre 1993
"Bruciati" all'Argot Studio.
Quei due senza domani.
Il testo di Angelo Longoni, con regia dell'autore, racconta la disperazione senza rimedio di due venticinquenni che si vendono per mestiere. Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey gli interpreti.
Venticinque anni, una vita inquinata, sogni quasi a zero, sessualità stravolta, la voglia di trovare da qualche parte, non si sa dove, un po' di tranquillità, la piccola fetta di nulla in cui ogni ferita, reale o metaforica, si rimargina per inerzia. I due ragazzi di Bruciati, il dramma di Angelo Longoni in scena, con regia dell'autore, all'Argot Studio, hanno questi tratti e questi desideri, acerbi e crudeli. Hanno il coraggio della prostituzione e non quello del delitto, voci infantili, terrori atavici, la sconcertante verità dei giovani privi di speranza. Ai quali, per istituzione, non si concedono difese. Scoperto, aspro, il testo mette in una stanza d'albergo, tutta legno e acciai, la coppia osservata durante un amplesso, in controluce, a inizio spettacolo. Si vendono per mestiere. Un, voyeur li ha assoldati (non si erano mai visti prima) per guardarli mentre fanno l'amore. Ma il cliente, un vecchio danaroso, muore all'improvviso durante lo "spettacolo". Il ragazzo, marchettaro da poche lire, cauto, fondamentalmente coraggioso e onorato, cui piace dire che si prostituisce per aiutare il fratello tossicodipendente, coglie al volo l'occasione e fugge con una valigetta piena di soldi già adocchiata nell'appartamento. Trascina con sé la partner, che invece gravita nel giro delle puttane di lusso e guadagna due milioni a prestazione, incapace, sul momento di reagire al colpo di scena. Longoni comincia così. La coppia, costretta a nascondersi, trova nella valigia del morto ben seicento milioni. Non sa gestire la situazione. Lei teme ritorsioni, sospetta che amicizie, importanti del vecchio possano rivendicare il denaro. Lui, tutto cuoio e borchie, tenta invece di reagire con l'euforia: progetta grandi cose, crede risolti i propri problemi, pensa di abbandonare la "vita" e far curare il fratello. Dialoghi serrati, un testa a testa così esplicito e scabro da risultare tenero. Fra spinelli, sigarette a catena, tramezzini spilluzzicati senza vera fame e abbondanti libagioni di whisky, lui tenta persino di amarla, cozzando contro una fatale, dolorosa frigidità. Due uomini braccano i ladruncoli, stazionano in auto proprio sotto l'hotel. Con qualche lungaggine drammaturgica, ben sostenuta, in ogni caso, da regia e recitazione. Longoni accompagna l'angoscia montante dei due reclusi fino al parossismo. Il ragazzo, con l'ultima stilla di vitalità, propone alla compagna di costruire insieme qualcosa di umano: seicento milioni e la voglia di ricominciare dovrebbero essere sufficienti. Per tutta risposta lei se ne va, con l'intero bottino nascosto nel beauty-case. Il finale è cosa da cogliere in diretta, a teatro, davanti a due interpreti mollo credibili come Blas Roca Rey e Amanda Sandrelli. I quali, complice Longoni, si compiacciono d'efficace minimali e scoppi energetici da Actor's studio.
Rita Sala

La Sicilia
E sono ammirevolmente Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey a farci sentire tutto ciò: a entrarci nelle carni e nell'anima denunziandosi e denunziandoci: da artisti di rara forza emotiva e incredibile rigore, nel loro dibattersi in uno spazio scenico geometrico e asettico nel suo monocorde bianco e nero di Alessandro Chiti. Che dire di più? Forse che deve essere perdonato questo nostro raro entusiasmo. Il quale comunque nasce da una riflessione: se le nuove generazioni di autori, di registi e di attori possiedono elementi di tanta valenza, c'è ancora da aver fiducia in un riscatto del Teatro italiano, che spesso sembra, per colpa di alcune sue "gloriose bandiere", giunto ormai allo stremo.
Domenico Danzuso