|
La Sicilia
Antigone, moderna ribelle.
Pamela Villoresi grande interprete della tragedia di Anouilh.
Taormina - Sussurri e grida,
disperazione e sogni, certezze divine e umane a un tempo. Di tutto questo
ci parla Pamela Villoresi, raccontandoci e rivivendo al Teatro Antico
l'Antigone di Jean Anouilh; ricostruendo cioè per noi una tragedia che
è fatta di amore e leggi, ma soprattutto di umanità contrapposta a Creonte,
o meglio allo Stato da lui rappresentato che tutto e tutti distrugge
nella sua loica freddezza del "Dovere"; dell'obbedienza cioè alla Legge
e al Potere. Ecco allora Pamela che "dice" questa ribellione e la sua
lucida disperazione (pur sapendo di dover subire il martirio), con le
parole, col gesto, con le mani. E sono mani che urlano le sue; che tagliano
l'aria come fossero spade, che disegnano ed esprimono sentimenti financo
oltre il senso della frase del testo, dando commozione ad esso anche
al di là della sua stessa vena poetica: che è quella dell'esistere per
essere onesti e coerenti sempre, anche - se necessario - contrapponendosi
alla prassi e al volere di Stato, che pretende che si esista solo perché
tutto funzioni a dovere, secondo i dettami delle leggi, giuste o sbagliate
che siano, le quali non vanno discusse dai cittadini-sudditi, perché
il farlo avrebbe aspetti e sostanza di distruttiva rivoluzione. Pamela
attrice tragica di una classicità antica e moderna a un tempo; Pamela
che trascina dentro di sé l'umanissimo temperamento della ribelle contemporaneamente
esprimendo l'astrattezza del Pensiero pensante che non può adattarsi
a consuetudini o ordini non condivisi. Neppure - si badi - a quelli
dello zio Creonte, financo quando questi, macerato d'autentico affetto
per lei, è pronto a salvarla tradendo se stesso e la legge di cui è
titolare, purché, nessuno sappia è soprattutto purché il mondo continui
a camminare per la strada indicata dal Potere. Un Potere del resto non
desiderato, che in realtà Creonte s'è dovuto imporre (dopo la morte
di Edipo e quella dei di lui figli, Eteocle e Polinice, caduti in un
assurdo e inutile duello), non certo per egoismo, ma perché costretto
a far funzionare una macchina che altrimenti sarebbe entrata definitivamente
in tilt. Pamela Villoresi, dunque. Non la protagonista dell'Androne
di Anouilh, ma l'interprete autentica di una tragedia contemporanea
e antichissima; fors'anche contraddittoria talvolta e magari appesantita
- specie nella seconda parte - da barocchismi, certo necessari al tempo
della prima proposta, ma oggi evitabili con opportuni tagli. Ma anche
Pamela Villoresi che magistralmente da certezza al personaggio financo
nei suoi eccessi, tuttora idealmente plausibile. Poiché, ben oltre la
morale sofoclea di una legge divina che vuole sepoltura per i morti,
contrapposta a quella degli uomini che ne vuole alcuni insepolti e disprezzati
a causa delle loro colpe (quella stessa legge cioè che costringe Antigone
ad agire contro il divieto), c'è nel dramma di Anouilh non solo l'esistenzialismo
sartriano ma l'altissima cultura della libertà del suo tempo, che è
quello dei Gide, dei Cocteau, dei Giraudoux. Quella cultura francese
della guerra e del dopoguerra che è anche modo antitradizionale di vedere
e capire la vita e con essa lo Stato e la Democrazia. Nel contingente
poi c'è ben altro. C'è il biblico coraggio che l'autore ebbe in quel
4 febbraio del 1944 a Parigi, nel disegnare per il Teatro Atelier in
Creonte il nazismo e il collaborazionismo nella Francia occupata, e
in Antigone gli aneliti - seppur tragici e sacrificali - di un ribellismo
contro ogni dittatura. Ecco allora Anouil districarsi nel gioco dei
contrasti, dando nobiltà a certe sofferenze di Creonte, convinto che
agendo altrimenti quell'Antifone non sarebbe giunta alla seconda replica.
Oggi, la problematica di quest'altissima opera va vista come idea di
un ribellismo ideale da contrapporre, a certo cinismo statuale imposto
giorno per giorno ai cittadini-sudditi, sotto l'apparenza della "necessità".
In questa visione che ci sembra assolutamente legittima, avremmo preferito
eliminate in sede di regia certe ripetitività del testo. Il che avrebbe
condotto Maurizio Panici, il regista appunto - peraltro attento all'approfondimento
psicologico dei personaggi e a un'intensa drammatizzazione del testo
- a darci uno spettacolo più lineare e una denuncia più esplicita. A
parte queste considerazioni, la coraggiosa proposta di questo testo
oggi va assolutamente apprezzata. Del resto se originali sono le sculture
di scena di Arnaldo Pomodoro che circondano i personaggi di ineluttabili
schegge pronte a infiggersi nelle loro carni, a dar loro dolore e morte;
non va sottovalutato l'apporto allo spettacolo delle musiche di Massimo
Nunzi, ne quello di Bruno Armando nella costruzione del suo partecipato,
spasmodico, approfondito Creonte. Degli altri attori noteremo in particolare
Evelina Meghnagi, corifea ideata per l'eternità (e interessante in questa
direzione è il costume per lei "scolpito" da Pomodoro) e poi, via via,
Fulvio Falzarano che era la Prima guardia, Alessandra Acciai (Ismene),
Dora Romano (la nutrice), Pietro Genuardi (Emone). Silenzio panico nel
Teatro Antico purtroppo non affollato. Poi, alla fine, entusiastici
applausi per tutti e in special modo per l'indimenticabile Pepamela
Villoresi.
Domenico Danzuso
Gente, 3 Settembre 1996
Pamela Villoresi fa rivivere il mito di Antigone.
L'attrice si è immedesimata con stupefacente capacità
nel drammatico personaggio ideato da Sofocle e "rivisto" in
questo secolo dal drammaturgo francese Jean Anouilh.
Pochi autori contemporanei hanno
avuto il successo che in tutta Europa arrise al francese Jean Anouilh
(1910-1937) dalla metà degli anni Trenta alle soglie dei Sessanta, nell'arco
concluso tra Il viaggiatore senza bagagli e Becket e il suo re. Ma forse
nessuna delle sue pièces roses e delle sue pièces noires, vale a dire
delle commedie brillanti e dei drammi problematici, conobbe altrettanti
favori di Antigone, come attestano le cinquecento repliche consecutive
registrate nella sola Parigi. Scritto nel 1944, durante l'occupazione
nazista della Francia, il dramma liberamente ispirato all'omonima tragedia
di Sofocle (497-406 a.C.) provocò, assieme agli entusiasmi, anche aspre
polemiche soprattutto in Italia, dove fu allestito a guerra appena finita
da Luchino Visconti, protagonisti Rina Morelli, Olga Villi, Camillo
Pilotto e Giorgio De Lullo. Come nell'originale di duemila anni prima,
anche qui Antigone paga con la vita la decisione, a dispetto del veto
sovrano, di dare sepoltura al fratello Polinice, esecrato da tutta Tebe
per aver dato avvio a una sanguinosa guerra civile. Nella determinazione
incoercibile della fanciulla che si ribella all'ordine costituito taluni
vollero vedere il simbolo della Resistenza, con il risultato che furono
ritenute troppo condiscendenti nei confronti dei "collaborazionisti"
le giustificazioni di re Creonte che alla nipote ribelle risponde: "Buon
Dio, bisogna pure che ci sia anche chi dice di sì, bisogna che ci sia
chi conduce una barca che fa acqua da tutte le parti, senza chiedersi
se un giorno verrà la resa dei conti". Riproposta cinquant'anni dopo
dal romano Teatro Argot nel Teatro Greco di Taormina (e poi nei teatri
antichi di Siracusa, Tindari, Reggio Calabria, Fiesole) l'Antigone di
Anouilh non ha certo provocato riserve ormai anacronistiche, viceversa
confermando la sua intatta suggestione, anche per la strepitosa resa
interpretativa di Pamela Villoresi. L'attrice toscana, 38 anni, si è
immedesimata con stupefacente capacità mimetica negli slanci adolescenziali
di una ragazza che va incontro consapevole alla morte pur di compiere
un gesto di pietà ritenuto inderogabile, pur non sfuggendole i gravi
toni del morto. Invano tentano di trattenerla la dolce sorella Ismene,
l'amoroso fidanzato Emone, figlio del re, la tenera nutrice, lo stesso
zio Creonte. Antigone non ascolta i suggerimenti della ragione, ma unicamente
gli impulsi del cuore, non obbedisce alle leggi scritte dagli uomini
ma a quelle tacite della coscienza. La purezza del sentimento. il senso
profondo della consanguineità, lo slancio verso l'assoluto che Jean
Anouilh presta alla sua eroina sono esaltati da una Pamela Villoresi
di soggioganti accenti e di toccante immedesimazione. A un'aspra Grecia
arcaica si richiama lo scultore Arnaldo Pomodoro sia nei costumi ispirati
a rigorosi calchi grafici, sia in una scenografia evocante antichi sepolcreti
istoriati, alla fine confluenti in un enorme cubo, simbolo della caverna
in cui Antigone viene murata viva. Le musiche di Massimo Nunzi sottolineano
la mediterraneità di una vicenda che trova linfa nelle strutture superstiti
del bimillenario Teatro Greco, fasciato dalle luci misteriche di Marco
Palmieri costrette a competere con un magico plenilunio. Se alla fine
gli applausi più calorosi e incessanti sono per la Villoresi, regge
bene il confronto con una protagonista di tanto coinvolgimento l'inflessibile
ma non scostante Creonte di Bruno Armando, che non cede mai alla tentazione
dell'enfasi, penetrando piuttosto nelle pieghe segrete di un personaggio
alla fine colpito negli affetti più cari con la perdita del figlio e
della moglie. Sulla tomba della suicida Antigone, che si impicca nella
caverna fatale, si immola l'inconsolabile Emone impersonato da Pietro
Genuardi, tosto seguito nell'al di là dalla regina Euridice, che il
regista Maurizio Panici non fa peraltro mai comparire in scena. Merito
di una regia che ha operato accortamente "dentro" e non fuori del testo
e l'ottima resa dell'intero collettivo attorale, a cominciare dall'altrice-cantante
Evelina Meghnagi cui è delegata la funzione di Coro, da Alessandra Acciai
delicata Ismene e da Dora Romano convincente nutrice.
Gastone Geron
|