Il Messaggero, 26 Febbraio 1994
"Paesaggio con figure" di Chiti al Valle.
Sul moribondo aleggiano un fato tragico e una velata comicità.
Il testo, ultimo atto della trilogia "La terra e la memoria", parla di noi e del nostro tempo senza cadere nella cronaca. Sul palco si segnalano Massimo Salviati, Patrizia Corti e Marco Natalucci.
Un teatro che parla di noi, del nostro tempo e delle sue radici, senza cadere nella banalità della cronaca, ma cercando di capirne il senso e il percorso: questo è il progetto che Ugo Chiti e il suo gruppo dell'Arca Azzurra perseguono con coerenza. Vediamo adesso al Valle l'ultimo scomparto di una trilogia intitolata "La terra e la memoria". Presentato in forma di abbozzo incompleto a un festival estivo di due anni fa. Paesaggio con figure si presenta ora interamente nuovo nella sua struttura. Sembrerebbe modellato su un bozzetto realista dell'inizio del secolo, ma la sostanza è ben diversa. Intorno a un uomo che sta morendo, e che contrasta ostinatamente il passo alla fine, si addensa un'atmosfera fatta soltanto di rancore e di attesa: attesa per l'eredità che vari personaggi cercano di aggiudicarsi, rancore per la dispotica durezza che l'uomo-padrone (un faccendiere arricchito) ha sempre manifestato nei confronti di tutti. Una situazione che non sarebbe dispiaciuta a Zola o a Verga, ma che nel testo e nello spettacolo di Chiti sembra piuttosto richiamarsi all'esempio di un grande e tuttora mal conosciuto scrittore senese del primo 900, Federico Tozzi. Il moribondo Lucesio e i personaggi che gli fanno corona sono personaggi "violenti, sensuali ed acri", proprio come Tozzi diceva dei protagonisti del suo più bel romanzo. Contadini in via d'imborghesimento, poveri artigiani, donne sfiancate dalle gravidanze, gente che ha radici nella terra toscana ma connotati universali. Vite dove predomina l'avidità del possesso: possesso del denaro, possesso delle donne. Dove i figli nascono anche quando non si vuole. Oppure, se se ne vuole a tutti i costi, come Lucesio che ha sparso qua e là il suo seme come uno stallone incapricciato, i figli nascono morti o, peggio, deformi. La ferocia di questo mondo senza pietà e senza luce è tuttavia rischiarata dall'arguzia e dal sarcasmo attraverso cui molti tra i personaggi sembrano esprimere una superiore saggezza e una voglia di sopravvivenza, se non di felicità. Follie, morbosità, prepotenze, hanno come unico contravveleno i lampi di comicità che si sprigionano anche dalle situazioni più tetre. Il testo e lo spettacolo di Chiti si muovono in perfetto equilibrio tra la presenza di un fato tragico che opprime e soffoca, e la comicità liberatoria che da esso, talvolta, finisce per sprizzare improvvisa. Questo equilibrio è possibile soprattutto grazie al gruppo di attori che compongono uno dei pochi autentici "ensemble" teatrali che sia dato vedere in questo momento in Italia. Un elevato grado di affiatamento, di concentrazione e di professionalità, la componente toscana che non è mai ridotta a color provinciale, la capacità di alternare i toni violenti a quelli umoristici, rendono lo spettacolo pienamente godibile. Si segnalano per incisività Massimo Salvianti, Patrizia Corti e Marco Natalucci. Ma non si possono dimenticare Lucia Socci, Barbara Enrichi, Dimitri Frosali, Ilaria Daddi, Andrea Costagli, M. Cosetta Mercatelli, Giuliana Colzi, Amina Kovacevich e Marco Messeri. Uno schietto successo di applausi anche a sce. na aperta è stato tributato dal pubblico del Valle agli attori e all'autore-regista Chiti.
Renzo Tian

La Nazione, Giovedì 24 Giugno 1993
Paesaggio toscano con tanti mali oscuri.
storia di un micromondo tribale, di un padre padrone e dei suoi figli.
L'eccezionalità degli interpreti guastata da una pessima acustica.
Asti - Ugo Chiti si riaffaccia sull'affollata terrazza teatrale dopo due anni dedicati al cinema. Una lunga, lecita boccata di ossigeno per un autore. Ciò nonostante, nel frattempo. Chiti aveva lasciato a mezza strada la terza tessera del progetto "La terra e la memoria", avviato nel 1986 con uno stupendo "Allegretto perbene ma non troppo" ambientalo negli anni Trenta, seguito dalla felicissima e non facile, -'La provincia di Jimmy". "Una tranche de vie" degli anni Cinquanta, quelli del boom. Il trittico avrebbe dovuto concludersi - stando alla cadenza ventennale stabilita dall'autore, con un dramma dei nostri tempi, quegli inquietanti anni Settanta, del terrorismo, dei misteri, del riflusso, della droga. Chiti. attento osservatore dalle vicende storiche della sua campagna toscana, non si sentì in grado di scrivere situazioni ancora troppo vicine a noi, non volendo ricorrere alla cronaca battente, quindi preferendo un balzo all'indietro nei più lontani anni Dieci, altrettanto difficili, da rivivere forse, attingendo, piuttosto che alla ben conosciuta memoria collettiva di una reale comunità contadina, alla letteratura toscana dal Boccaccio in nero, già condotto con successo in palcoscenico dall'autore: alle beffe del Machiavelli e alla cattiveria dell'aretino, per finire con il verismo fra l'Ottocento e il Novecento dei Fucini, Pratesi, Tozzi, Paolieri, non dimenticando Verga. Soffrendo del dilemma a forbice fra gli anni Dieci e Settanta, Chiti, due stagioni fa sempre pescando nel vasto pelago dell'amato primo Novecento, si cimentò con una triste commedia borghese, la strindberghiana "Emma" che per un certo senso, finiva con l'anticipare le tematiche dello stesso "Paesaggio con figure" presentato in apertura del quindicesimo Asti Teatro nel fascinoso Palazzo del Collegio ma anche deludente per un'acustica sballata a causa di una gradinata di metallo e un golfo mistico da opere liriche che allontana gli spettatori. La novità di Chiti, apparsa per metà, e senza scene al festival mondiale di drammaturgia del Chianti, come abbiamo già detto, è stata rappresentata in una situazione precaria, disperante per attori e pubblico. Sacrificato l'arcaico e fiorito linguaggio del contado di cui si è perduta in parte sia la ricchezza dei sapidi lemmi, sia la loro sonorità studiata profondamente dagli attori dell'Arca Azzurra. Certo, la straordinaria prestanza degli interpreti la precisione dei movimenti e, soprattutto, la corrusca storia di un micromondo tribale, ha consentito comunque di seguire le evoluzioni di un re padrone, dei suoi servi, dei suoi sudditi e dei suoi nemici, tutti insanguinati dalla stessa linfa malata che, per un feroce scherzo genetico, spesso produce generazioni di mostri: una tragedia che sembra attinta dalla mitologia contadina, con i suoi riti misteriosi (leggere la stupenda "Cultura sommersa" del Lisi) che s'incontrano con il potere del denaro, un mélange di preghiere e bestemmie. sottomissioni e speranze, miseria e furore, sangue e morte propri della classicità greca e latina di Shakespeare e degli elisabettiani, di Buchner e del Grand Guignol. Possente, denso di personaggi descritti puntigliosamente, di una durezza impensabile, di battute di una comicità che è un pugno nello stomaco, il teslo di Ugo Chiti è un ulteriore passo verso una tragedia barbara sociale, antropologica che sembra aprire un altro filone drammaturgico, faro coraggioso nel mezzo di marosi di una teatralità facile e convenzionale (si, anche di fronte ai validi giovani autori) dei monologhi, delle commedie a due o tre personaggi Chiti, infatti, schierato in una compagnia di 12 attori perfetti. Eccoli. Al centro di un lettone, trono e talamo, l'orrendo Lucesio, vecchio, sull'orlo della morte, bracciante. poi fattore e infine padrone (un grandioso Massimo Salviamo): ha in casa la bella Beppa, non sposata forse erede del mostro (una fiera e astuta Patrizia Corti), con una figlia incinta, un pò gobbina (l'ilare Barbara Enrichi). Pronta ad agguantare il gruzzolo del parente, la coppia volpino, malaticcio pieno di tic (il brillante Marco Natalucci), e la saggia moglie incinta Argia (la temperata Lucia Socci). Altra famiglia del parentado quella del fragile Gedeone (Dimitri Frosali) e sua moglie Ersilia, ma pure amante del vecchio terrorizzata per un altro parto) la tragica Ilaria Daddi) e ancora Andrea Costagli, E. Cosetta Mercatelli, Giuliana Colzi, Amina Kovacevich, Marco Messeri. Epilogo: Lucesio muore, ma le cose non cambieranno. Scene di Stefania Battaglia, costumi di Giuliana Colzi. applausi clamorosi.
Paolo Lucchesini