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Caligola: Tracce di sangue e mitiche impronte.
I miti, scrive Levi-Strauss, diventano pensiero nell'uomo a sua insaputa.
Caligola è una mitopatologia: l'imperatore - assassino per gioco o perversione
logica - che vuole farsi dio. E gli dei, oggi, sono diventati malattie.
Caligola è la mitopatologia di una romanità ammalata e al tempo stesso
una metafora del male. Caligola è la tenebra dolente del mondo. In Svetonio
è crudeltà della politica come esecuzione, kitsch imperiale, aneddotica
d'incesto, tortura e zoofilia. Incarnazione dell'assurdo in Camns. Idolo
della perversità nei siti hard di internet che, ammiccanti, portano
il suo nome. Per la messa in scena del Caligola, Camus scrive: "Tutto
è consentito, tranne la 'romanità'". Il teatro vuole che l'imperatore
esca dal suo tempo per farsi presenza nel nostro. L'Algeria del dopoguerra,
per esempio, o quella di oggi. La romanità proibita da Canms è quella
che Roland Barthes mette alla berlina quando nota ironicamente che nel
Giulio Cesare di Mankiewicz "tutti i personaggi hanno la frangia sulla
fronte" (arricciata, filiforme, folta, impomatata, sempre comunque ben
pettinata). "Nient'altro che l'insegna della Romanità". Ecco la molla
dello spettacolo: il segno. Interroghiamoci sulla morale del segno.
"Il segno - continua Barthes - non dovrebbe darsi che in due forme estreme:
o francamente intellettuale, ridotto dalla sua distanza ad un'algebra,
come nel teatro cinese, in cui una bandiera indica un reggimento; o
profondamente radicato, in qualche modo reinventato ogni volta, aprentesi
su un aspetto intimo e segreto, segnale di un momento e non più di un
concetto". Deridiamo la frangia holliwoodiana della romanità perché
è un segno intermedio. Un segno "che teme la semplice verità quanto
l'artificio totale". Che non è intellettuale, ne viscerale, ma insieme
ellittico e pretenzioso, che pomposamente si battezza col nome di "naturalezza".
Nessuna naturalezza, invece, per Caligola. Piuttosto il cabaret espressionista,
o il circo. Le figure del mito sono patologiche. Imbrogliano, hanno
ossessioni e ci ossessionano, consumano vendette, uccidono. I mitemi
contengono comportamenti che possiamo classificare come criminalità,
aberrazione morale, disturbo grave della personalità. Come è antropomorfico
il mondo delgi dei! Ci sono malattie negli archetipi e archetipi nelle
malattie. La ragione non governa il mondo. Da dove vengono le violenze
generatrici delle carneficine, delle aggressioni e delle autoaggressioni,
delle avidità cieche, dei desideri di morte? mitemi contengono comportamenti
che possiamo classificare come criminalità, aberrazione morale, disturbo
grave della personalità. Come è antropomorfico il mondo i degli dei!
Ci sono malattie negli archetipi e archetipi nelle malattie. La ragione
non governa il mondo. Da dove vengono le violenze generatrici delle
carneficine, delle aggressioni e delle autoaggressioni, delle avidità
cieche, dei desideri di morte? Constatare lucidamente ciò che abbiamo
nelle nostre radici equivale a porre il problema delle forze che ci
costituiscono e che vivono in noi. Ma allora, come scrive Jung, come
pretendere di escludere dalla dimensione della nostra interiorità "numinosa"
ciò che è sentito come male, le forze della violenza e dell'incoscienza,
quel "lago rosseggiante di fiamme", quel "cupo braciere" del quale viene
detto" arde ma non da luce", polo estremo della realtà, che nei nostri
strati psichici profondi incontra l'altro polo, il "mare di grazia",
''la luce dell'amore"? La conseguenza più pericolosa della riduzione
del male a un'"assenza di bene" è che la realtà potente del polo negativo
della psiche (della divinità) viene ad essere così indebitamente alleggerita,
sottovalutata, persino scotomizzata. Chi ci guiderà nel confronto con
la realtà complessa e ambigua delle nostre radici psichiche, in cui
creatività e distruttività si intrecciano, in cui il "lago rosseggiante
di fiamme" costeggia "il mare della grazia"? Un approccio mitico al
problema della violenza non può prescindere dall'integrazione del male
in una struttura bipolare bene-male inscindibile e connaturata all'esperienza
dell'essere umano. Se vogliamo definire il valore della vita, più ampio
e complesso deve farsi l'ascolto delle parti inferiori della personalità,
del rapporto tra coscienza e negatività etica. La psicopatia è priva
di riflessione e connessione. E' senza psiche e senza eros, le metafore
dell'anima e del sogno, le quali, sappiamo, contengono anche il male.
Il comportamento psicopatico uccide il linguaggio e il simbolo. Non
è più ammessa la metafora, e il male viene trasferito, dalla sua appropriata
manifestazione in forma simbolica, nell'azione diretta. Il corpo tagliato,
stuprato, mutilato e congelato nei frigoriferi, diventa il luogo per
esprimere le metafore dell'anima. Dove è il dialogo? Dove è il simbolo?
E soprattutto dove è finito il dialogo psicologico? Nel teatro proviamo
a ricostruire una dimensione mitica del male che ci consenta di contenerlo.
Della romanità imperiale, altro mito è la dissolutezza sessuale. Caligola,
che Montaigne chiama canaglia, è un idolo della perversità. Svetonio
ci racconta la depravazione di Caligola. che violenta le sorelle dinnanzi
agli occhi della moglie e si vanta di aver stuprato Valerio Catullo
fiaccandogli le reni nell'impresa. Così Nerone, che fa castrare Sporo
e poi lo prende in moglie. O Tiberio, che si abbandona ad ogni lussuria
nell'isola di Capri. Sull'attendibilità delle biografie imperiali i
dubbi sono più che leciti, ma le nefandezze sono parte del materiale
indispensabile alla loro redazione. Lo stereotipo del tiranno vuole
che questi sia dedito ad ogni vizio, in primo luogo sessuale. Il potere
assoluto funziona da contenitore mitico del male. Ripensiamo al Salò
di Pasolini. Caligola è il diminutivo di caliga, la calzatura militare
dei romani. Così il piccolo Caio fu soprannominato dai soldati quando
viveva col padre Germanico nei campi militari. Fu Caligola a introdurre
a palazzo l'obbligo del bacio dei piedi. Caligola ci costringe dunque
a spostare verso il basso la nostra attenzione. Ci vuole ai suoi piedi.
Quanta mitologia nei piedi! Le caviglie alate di Ermes, il tallone di
Achille, i piedi del gigante Anteo che traggono forza dalla madre terra,
quelli gonfi di Edipo, il piede di Eracle pinzato dal granchio di Lerna,
la ferita purulenta del piede di Filottete morso dal serpente sacro
a Crise. E naturalmente i piedi di Cristo, trafitti sulla croce o asciugati
dalla Maddalena. Una corrente archetipica i piedi feriti all'ascensione
e alla grandezza, ricordandoci che la grandezza richiede un pedaggio:
"il prezzo della vista che penetra il divino [...] è un marchio che
segna il rapporto con questo mondo normale del qui e ora. Per poter
volare, si deve anche zoppicare. Il piede segnato zoppica, è un impedimento
limitante, una frustrazione - è una ferita [...] La sensibilità innata
che ci consente di ricevere gli Dei [...] ci ferisce in continuazione
e può ucciderci" (Hillman). Nei miti e nelle favole di tutto il mondo
le ali sono spesso attaccate ai talloni. In Tibet si narra di santi
buddisti che si muovono nell'aria indossando scarpe chiamate "piedi
leggeri". Bachelard cita le fiabe della scarpa volante e degli stivali
delle sette leghe per ricordarci che, nell'uomo che sogna, "le forze
che fanno volare sono proprio nei piedi". Il nome di Caligola ci dice
che i suoi piedi erano calzati. Se fossero feriti non sappiamo. Se lo
erano, l'imperatore non ha saputo guardare le ferite. Per Camus Caligola
è un principe in origine "relativamente mite" che scopre che "il mondo
così come va non è soddisfacente". Ne deriva che "da quel momento Caligola,
ossessionato dall'impossibile, avvelenato dal disgusto e dall'orrore,
tenta di esercitare, attraverso il delitto e il pervertimento sistematico
di tutti i valori, una libertà ...". Quale libertà? La libertà di "prendere
in parola - continua Camus - quelli che lo circondano, costringerli
alla logica, livellare tutti intorno a sé con la forza del suo rifiuto
e la follia di distruzione cui lo trascina la sua passione per la vita.
Ma se la sua verità è di negare gli dei, il suo errore è di negare gli
uomini. Non si può distruggere tutto senza distruggerese stessi. Per
questo Caligola spopola il mondo che lo circonda e, fedele alla sua
logica, tanto fa da armare contro di sé coloro che finiranno per ucciderlo".
Caligola come King Kong, Frankenstein, Roberto Zucco? Come l'Orco Abel
Tiffauges nel Re degli Ontani di Michel Tournier? Parlando a sé stesso,
Caligola, prossimo alla fine: "Sembra tutto così complicato. Eppure
è così semplice. Avessi avuto la luna, o Drusilla, il mondo, la felicità,
sarebbe stato diverso. Tu lo sai Caligola, che potrei essere tenero.
La tenerezza! Ma dove soddisfare la mia sete? Quale cuore, quale dio
mi offriranno la profondità di un lago? Non c'è niente che mi vada bene,
né in questo inondo né in quell'altro. Eppure sono certo, ed anche tu
lo sei, che mi basterebbe l'impossibile. L'impossibile! L'ho cercato
ai confini del mondo e di me stesso. Ho teso le mani. Tendo le mani
e non incontro che te, sempre te, come uno sputo sul mio viso ... come
il dolore umano!". Eppure, proprio l'amore impossibile dovrebbe costringerci
a una disciplina di interiorizzazione! Rifiutare la strada dell'interiorizzazione,
non ammettere l'impossibile ci rende al tempo stesso onnipotenti e vuoti,
recipienti bucati. Dietro le idealizzazioni dell'eros di Otello per
Desdemona sta la lacuna della sua psicopatia, che lo costringe a dire:
"se smetto di amarti torna il caos". Lasciamo parlare d'Albert, dalla
vertigine del suo dolore senza oggetto, nel prodigioso "doppio amore"
di Théophile Gautier Mademoiselle de Maupin: "Ho attraversato tante
cose, benché non sia andato fino in fondo a nessuna, che ormai solo
le cime più scabrose mi tentano. Sono affetto dalla malattia che s'impadronisce
dei popoli e degli uomini possenti nei giorni della vecchiaia: l'impossibile.
Tutto quel che posso fare non mi attira minimamente. Tiberio, Caligola,
Nerone, grandi Romani dell'Impero, o voi che siete stati così malcompresi
e che la muta dei rètori insegue abbaiando, soffro del vostro male e
vi compiango con tutta la pietà che mi resta! Anch'io vorrei costruire
un ponte sul mare e lastricare le onde; ho sognato d'incendiare delle
città per illuminare le mie feste: ho desiderato essere donna per conoscere
nuove voluttà. La tua casa dorata, o Nerone. non è che una stalla fangosa
in confronto al palazzo che mi sono fabbricato: il mio guardaroba è
meglio provvisto del tuo, o Eliogabalo, e molto più splendido. I miei
circhi sono più ruggenti e più sanguinosi dei vostri, più acri e più
penetranti i miei profumi, più numerosi e più belli i miei schiavi:
anch'io ho attaccato al mio carro cortigiane nude: con tallone sdegnoso
quanto il vostro ho camminato sugli uomini. Colossi del mondo antico,
sotto le mie deboli costole batte un cuore grande quanto il vostro,
e al vostro posto avrei fatto quel che avete fatto voi, e fors'anche
di più. Quante torri di Babele ho ammucchiate le une sulle altre per
raggiungere il cielo, schiaffeggiare le stelle e di là sputare sul creato.
Perché mai non sono Dio, dal momento che non posso essere uomo? Oh,
credo che mi occorreranno centomila secoli di nulla per riposarmi dalle
fatiche di questi vent'anni di vita! Dio del cielo, quale macigno rotolerete
su di me?".
Vittorio Lingiardi
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