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La prima cosa che colpisce nel nuovo spettacolo di Lella Costa è proprio
il titolo: Stanca di guerra. Un titolo quasi marziano, perché la guerra,
pur essendocene in giro per il mondo oggi parecchie e tremende, a teatro
sembra roba da antiquariato, roba da scomposti anni '60. Perché surgelate
nei pollici televisivi tutte le guerre del nostro pianeta finiscono
per assomigliare a un film, ci fanno indignare i trenta secondi del
servizio e poi via, dimenticate. Ecco perché si è quasi presi - sorprendentemente
- in contropiede, quando la Costa ad apertura di sipario si chiede,
e ci chiede: "E adesso che faccia faccio per parlare della guerra?"
E scopri che ci vuole la faccia tosta - e quella di Lella Costa è deliziosamente
tosta - di chi, in barba al clima becero e rassegnato dei nostri giorni,
ha il coraggio di tirare fuori addirittura don Milani e Luther King,
ha il coraggio di parlare di utopia e di sbugiardare la finta non violenza
e la finta tolleranza di noi occidentali sempre più persi nel qualunquismo,
ha il coraggio di denunciare le fabbriche della morte, quelle dei dieci
milioni di bombe antiuomo, ma ha ancora la voglia di sorridere e farci
sorridere, seriamente e amabilmente, delle mille guerre famigliari,
degli svariatissimi conflitti di coppia, delle infinite scaramucce negli
scontri generazionali... Lo spunto? La storia del nonno Peppino, soldato
nella prima guerra mondiale. Una storia scandita, come in un album di
foto ingiallite, in poche istantanee che ricostruiscono l'atmosfera
di questo avvenimento. Il coinvolgimento un po' caotico, un po' frastornato
di tutta la famiglia dà così la stura a puntualissime divagazioni sui
tanti significati della parola guerra: dai conflitti famigliari (con
una puntuale citazione all'Antigone di Sofocle, vista come l'antesignana
di tutti i Beautiful contemporanei) a quelli generazionali (con un ritratto
intenso e prezioso di genitrice alle prese con il distacco della figlia),
dai diversi tipi di guerra della coppia alle tragedie dei conflitti
che hanno segnato la storia del mondo, fino a quello che insanguina
le strade di Sarajevo.
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