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E' quella di Edmund Kean una delle figure mitiche del teatro di tutti
i tempi. Artista straordinario, Kean è da sempre il prototipo romantico
dell'attore tutto genio e sregolatezza, sublime e cialtrone, ubriacone
e inarrivabile nell'arte di incantare la platea, di soggiogarla con
i versi di Shakespeare, di cui è stato l'interprete per eccellenza.
Kean e la sua vita leggendaria sono diventati materia di teatro, prima
con Alexandre Dumas e poi con Jean Paul Sartre. Sulle nostre scene,
per due volte, Kean ha avuto i modi, le fattezze, la voce e la grandezza
attorale di Vittorio Gassman, l'attore che nel nostro secolo gli si
è forse avvicinato di più. E a Kean ritorna ancora Vittorio Gassman
con questo suo testo "Bugie sincere", in cui fissa sulla pagina è sulla
scena i momenti più salienti della vita-carriera del grande attore ottocentesco,
ma cerca anche di svelarne i segreti, che sono alla fine i segreti del
teatro e della sua eterna fascinazione.
Ho incontrato Kean per la prima volta nel 1953 a Parigi, dove vidi Pierre
Brasseur recitare la parte di Kean nell'opera che Dumas aveva dedicato
al grande attore inglese e che Sartre aveva rielaborato in veste più
moderna, Mi dissi subito: questa è roba mia e la stagione successiva
interpretavo il personaggio sui nostri palcoscenici. Due anni dopo,
il film, di cui ero anche regista, con Franco Rosi assistente e Di Venanzo
direttore della fotografia. Poi, nel 75, un remake teatrale, scritto
da me con il titolo "O Cesare o nessuno". Le "Bugie sincere" che affido
a Ugo e Paola sono la risultante finale di questo lungo percorso. Conservano
due, tre scene di Dumas-Sartre alcune cosette di "O Cesare o nessuno",
molte annotazioni cumulate nel tempo. Interpretando Kean praticamente
in tutti i recital, in tutte le occasioni di pura esibizione. Perché
questa mia ostinazione con Kean? Ostinazione che molti hanno letto come
un bisogno di identificazione, una sorta di modello cui ispirarmi nella
vita e sulla scena, quasi Kean fosse un mio alter-ego? La verità è che
il mio amore per Kean è dettato da una profonda convinzione: con Kean
io non c'entro niente... lo sono un grande timido: come attore non ho
fatto che esorcizzare la mia timidezza. La chiave di "Bugie sincere"?
Nel titolo, nell'ossimoro del titolo. Esiste un Kean della falsità,
in tono di commedia, adatto alle brillantezze e placionerie; il Kean
egocentrico, narciso, divino affabulatore, magnetico, gigione seduttivo
e seducente... Ed esiste un Kean della verità, l'uomo dalla vita tragica
che non sapeva resistere all'alcool e alle puttane e che morì quarantaseienne
per lo stupore dei medici cui toccò l'autopsia del suo cadavere: scoprirono
che non aveva gli organi interni al posto giusto, bensì collocati in
modo strano, secondo una particolare geografia… Ma chi era Kean? Era
figlio d'arte, la madre, attrice, lo buttò sulle strade e sulle scene
molto in fretta. Ma lui recitava Shakespeare come nessuno; arrivò presto
al Drury Lane uno dei due teatri londinesi - l'altro era il Covent -
in cui era permesso rappresentare il Bardo per intero, e non solo a
scene. Al suo debutto, sala semivuota, nessuno lo conosceva. A metà
spettacolo, già s'era sparsa la voce, brusio di ammirazione, gente che
arrivava a frotte occupando i posti. All'epilogo, nella bolgia del tutto
esaurito consensi deliranti. E Byron che si alzava solenne dalla sua
poltrona per esclamare. "Costui ha un'anima…". Kean sinonimo dell'attore
romantico per definizione, dell'attore genio e sregolatezza? Kean fu
molto serio, nel suo genio e nella sua sregolatezza. Aveva davvero qualcosa
di folgorante, che esprimeva in scena e annegava subito dopo nelle taverne.
Lo testimoniano appunto Byron e Coleridge, che diceva: "Sentire Kean
è come sentire Shakespeare alla luce del temporale". Un colosso. Il
precursore del verismo interpretativo, un guerriero che seppe far fuori
tutti i rivali messi sulla sua stada dagli impresari, timorosi del suo
enorme successo. Sotterrò Barton Booth, famosissimo Otello e grandissimo
Spettro in "Amleto", il quale, dopo aver lavorato con Kean abbandonò
il mestiere e fuggì in America con tutta la famiglia: suo nipote avrebbe
poi assassinato il presidente Lincoln. Young non ce la fece a continuare
e William Charles Macready, alto, bello come il sole, fascinoso Amleto
e straordinario Romeo, venne cancellato in un attimo, non appena Kean
fu preso dal lampo dell'ispirazione. Dopo le recite, dopo aver concluso
una rappresentazione, però, l'uomo si dava alla più cruda "beboche",
dissipatore, mignottomane, eterno ubriaco cui piacque trascorrere gli
ultimi dieci anni di vita non con la moglie, ma con una puttana, che
regolarmente pagava ogni volta. Kean fu tutto questo. lo posso ammettere
di essergli complice in una cosa: la tendenza nel bene e nel male, al
teatro della sorpresa e dell'emozione, il teatro che fa anche un po'
paura, mai tranquillo, il teatro che, come la regione, da cui deriva,
deve dare sempre un po' scandalo. Il resto della mia vita sono qualche
qualità e molta fortuna. Mi è andata bene in fretta, ma ho anche lavorato
tanto. Ora il testimone passa a Ugo e Paola, in questa specie di affare
di famiglia, che mi auguro duri a lungo, per anni di repliche, e lo
dico per me, in quanto autore, egoista e ingordo di diritti d'autore.
Vittorio Gassman
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