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Un rarissimo esempio di teatro contemporaneo di poesia, che, oltre a
garantire il piacere dell'ascolto di versi costruiti con straordinaria
perizia metrica, riesce a parlare incisivamente al pubblico di temi
scottanti di solito tenuti a debita distanza dalle nostre scene, in
un'alternanza emozionante di toni comici e drammatici, di invettiva
e di elegia questo è Corsia degli incurabili, monologo affidato dalla
poetessa Patrizia Valduga alla regia e interpretazione di Gianfranco
Varetto. Negli endecasillabi del serventese duecentesco magnificamente
modellato ad accogliere e fondere reminiscenze classiche con frammenti
di degradato linguaggio quotidiano, il protagonista, malato "terminale
abbandonato in una miserabile corsia ospedaliera, oppone tutta la sua
fragile rabbia, sostenuta dalla lucidità estrema di chi sta sospeso
tra vita e morte, al mondo vacuo, politicamente e culturalmente abbruttito,
dei "sani". A questa rabbia, che negli squarci di memoria intima amorosa
si trasforma in effusione lirica, da voce Varetto con una prova di grande
virtuosismo, inscenando, nella cupa, livida stanza ideata da Eugenio
Liverani e suggestivamente illuminata da Gigi Saccomandi un rituale
pietoso sul proprio stesso corpo, sul proprio cranio avvolto nelle bende
di un sudario: la parola poetica può divenire così un potente mezzo
di comunicazione teatrale.
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