Arca Azzurra Teatro
presenta



ALLEGRETTO
perbene.... ma non troppo
di Ugo Chiti

con
MASSIMO SALVIANTI, ANDREA COSTAGLI,
M. COSETTA MERCATELLI, GIULIANA COLZI,
MARCO NATALUCCI, LUCIA SOCCI, ILARIA
DADDI, MARCO ZANNONI, BARBARA
ENRICHI,
PATRIZIA CORTI, AMINA KOVACEVICH,
PIERLUIGI BRUNI, SILVIA BACCI, LORENZO
GUZZINATI, DIMITRI FROSALI,
SILVIA DEGLI INNOCENTI

regia di
Ugo Chiti

scene Ugo Chiti
costumi Manola Colzi e Giuliana Colzi


Uova, banane e punture. Ecco, secondo la saggezza popolare, la dieta anti-tbc del dopoguerra, la manna energetica per quella gioventù un po' smilza e un po' tenuta sotto controllo (magari dopo una 'detenzione' in sanatorio) nell'Italia dei primi televisori, del pacellismo, delle corse a tappe con la Miss, delle schiette feste de "L'Unità". Un Bel Paese, quello, ben ancorato all'epoca in cui la democrazia veniva diffusa via megafono e il Festival di Sanremo era trasmesso via radio. Uovo, banane e punture. Una ricetta semplice e proverbiale, uno dei tanti toccasana di campagna, ma anche ed espressamente un monito che esemplificava, propugnava la salute di gruppo, l'uniformità. Mentre poi la stessa penisola degli anni Cinquanta vive, sovente senza saperlo, il disincanto di una congiuntura che incrina e in progressione mette fuori corso le gerarchie familiari contadine, postulando una marginalità più inquieta nei piccoli e medi ceti, tutti alle prese con una mutazione di valori che lì, alla vigilia del boom, è alimentata da dinamiche sociali e da emergenti culti, messaggi, modelli, 'ceneri di Gramsci'. Questa può essere la zoomata storica, la sequenza parlata o illustrato coi titoli di testa de "La provincia di Jimmy" di Ugo Chiti, spettacolo teatrale che è impresa delicatissima, impresa in apparenza seminata di luoghi comuni neo-realistici, e che di fatto coniuga il clima di certi film dei fratelli Taviani o di Pupi Avati, o anche l'immaginario atavico di Bertolucci, associando alla piccola borghesia rusticana un deterrente prossimo venturo da "Domenica maledetta domenica", e cioè un commutarsi e contaminarsi di teoremi ex dottrinari del Focolare. Come già avvenne in un'apposita commedia affresco di Chiti dell'87, in "Allegretto (per bene... ma non troppo)" che documentava e romanzava un trambusto anni Trenta alla periferia del regime, anche qui, in questo secondo capitolo di un Novecento italiano vissuto in sordina, l'espediente precipuo di teatro fonda molto su temi di ritualità collettiva, ma in specie su fulminei primi piani, brevi stacchi, dissolvenze di culturette e micro-morali nuove. Tuttavia sembra davvero che ciascuna minuzia trasgressiva (o, ad ogni buon conto, destrutturante) de "La provincia di Jimmy" confluisca poi a un'unica storia, alla Storia. E non può non riflettere anche un quadro nazionale, la vicenda a metà secolo di un ceppo domestico governato sempre meno dal patriarca 43enne, caparbio reduce partigiano precocemente messo in scacco come un Lear di campagna, come un capo-tribù tallonato da figli dirazzanti. Ma su questi e sul altri patos d'archivio, su questa piccola frazione neanche sfiorata, chissà, da un treno accelerato, la commedia di Chiti tesse un filo conduttore a due facce: da un lato c'è il mito d'un cinema colonialista, d'Oltreoceano, influenzante una ridda di umori, pose, vocazioni nonché 'fughe', e dall'altro lato (in connessione inscindibile) si fa largo un impacciatissimo diritto alla trasgressione, all'amore-amicizia tra simili di sesso, di istituto, di convalescenza. Vale a dire che se prima di tutto c'è un perno epocale, in tale "provincia di Jimmy", è da ascriversi a una leggenda degli schermi americani, e più precisamente alla data in cui cade il sipario sulla vita di James Dean, 30 settembre 1955, località Peso Robles, California. Lì, per un incidente da rettilineo stradale che si autoconverte in fato, il nuovo idolo Dean recita su una Porsche il requiem per la sua generazione senza più vecchi idoli. Niente a che fare con i rotocalchi. Niente divismo industriale o patetico. Con lui muore un dio involontario. E la provincia, tutte le provincie e i ragazzi del mondo ne risentono. Così, se il testo attuale somiglia insomma a un calendario drammatico ma calmo, e inesorabile, finisce che i graffiti della celluloide svelano anche un principio d'amore da sempre caro a Chiti, un alfabeto e un ritmo di scena che mutano esperienza dal cinema: basti orecchiare le battute, i riferimenti a Caterina Epburn (scritto e pensato così, il nome, allora), a Gilda, a Gregory Peck, a Spencer Tracy, ma è chiaro che s'alternano pure citazioni di schermo patrio, e sentiamo alludere a Nazzari, alla Pampanini, alla Alida Valli come ideal-tipi. E il segno della scrittura di Chiti, condotto a realizzazione da una compagine assidua e sodale, quella di Arca Azzurra, si percepisce nei suoni non sempre dialettali ma impastati di forme chiuse, o sintetiche, o zonali (ma zonali nell'accezione di spazi divaganti, extra-vaganti della caratterialità). Ancora di più, comunque, s'insinuano e sono riconoscibili gli scarti, le turbative nella gente comune, e a dirla lunga è quel dileggio della festa, della domenica, che per bocca del padre-padrone serve solo per "santificare il disaccordo". Ma il disagio, l'affanno, l'anti-climax sarà tutto suo, quando scoprirà in famiglia la sessualità sdata via dalla figlia e l'eros troppo pigro, ingentilito del figlio. Non c'è modo per controbattere. La sua è una Finis Italiae dei fronti popolari, dell'onore di facciata, e come il padre del Bell'Antonio si decreterà anche lui una fine, magari di cuore e non violenta. Intanto ogni realtà muta rapidamente, e le officine si convertono in autosaloni. Già s'intravede un 'dopo', un'Italia senza valori e disvalori, attenta solo a rappresentare la commedia che fa più comodo, e quando Ugo Chiti proporrà il terzo tempo della sua parabola, che tratta degli anni Settanta, verremo implicati senza più album e retrò, già alle nostre radici. Per il momento, questa provincia "di Jimmy" può apparirci un cinegiornale tenuto sotto chiave. È anche e molto l'origine di tanti nostri torturanti week-end.
Rodolfo Di Giammarco