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Uova, banane e punture. Ecco, secondo la saggezza popolare, la dieta
anti-tbc del dopoguerra, la manna energetica per quella gioventù un
po' smilza e un po' tenuta sotto controllo (magari dopo una 'detenzione'
in sanatorio) nell'Italia dei primi televisori, del pacellismo, delle
corse a tappe con la Miss, delle schiette feste de "L'Unità". Un Bel
Paese, quello, ben ancorato all'epoca in cui la democrazia veniva diffusa
via megafono e il Festival di Sanremo era trasmesso via radio. Uovo,
banane e punture. Una ricetta semplice e proverbiale, uno dei tanti
toccasana di campagna, ma anche ed espressamente un monito che esemplificava,
propugnava la salute di gruppo, l'uniformità. Mentre poi la stessa penisola
degli anni Cinquanta vive, sovente senza saperlo, il disincanto di una
congiuntura che incrina e in progressione mette fuori corso le gerarchie
familiari contadine, postulando una marginalità più inquieta nei piccoli
e medi ceti, tutti alle prese con una mutazione di valori che lì, alla
vigilia del boom, è alimentata da dinamiche sociali e da emergenti culti,
messaggi, modelli, 'ceneri di Gramsci'. Questa può essere la zoomata
storica, la sequenza parlata o illustrato coi titoli di testa de "La
provincia di Jimmy" di Ugo Chiti, spettacolo teatrale che è impresa
delicatissima, impresa in apparenza seminata di luoghi comuni neo-realistici,
e che di fatto coniuga il clima di certi film dei fratelli Taviani o
di Pupi Avati, o anche l'immaginario atavico di Bertolucci, associando
alla piccola borghesia rusticana un deterrente prossimo venturo da "Domenica
maledetta domenica", e cioè un commutarsi e contaminarsi di teoremi
ex dottrinari del Focolare. Come già avvenne in un'apposita commedia
affresco di Chiti dell'87, in "Allegretto (per bene... ma non troppo)"
che documentava e romanzava un trambusto anni Trenta alla periferia
del regime, anche qui, in questo secondo capitolo di un Novecento italiano
vissuto in sordina, l'espediente precipuo di teatro fonda molto su temi
di ritualità collettiva, ma in specie su fulminei primi piani, brevi
stacchi, dissolvenze di culturette e micro-morali nuove. Tuttavia sembra
davvero che ciascuna minuzia trasgressiva (o, ad ogni buon conto, destrutturante)
de "La provincia di Jimmy" confluisca poi a un'unica storia, alla Storia.
E non può non riflettere anche un quadro nazionale, la vicenda a metà
secolo di un ceppo domestico governato sempre meno dal patriarca 43enne,
caparbio reduce partigiano precocemente messo in scacco come un Lear
di campagna, come un capo-tribù tallonato da figli dirazzanti. Ma su
questi e sul altri patos d'archivio, su questa piccola frazione neanche
sfiorata, chissà, da un treno accelerato, la commedia di Chiti tesse
un filo conduttore a due facce: da un lato c'è il mito d'un cinema colonialista,
d'Oltreoceano, influenzante una ridda di umori, pose, vocazioni nonché
'fughe', e dall'altro lato (in connessione inscindibile) si fa largo
un impacciatissimo diritto alla trasgressione, all'amore-amicizia tra
simili di sesso, di istituto, di convalescenza. Vale a dire che se prima
di tutto c'è un perno epocale, in tale "provincia di Jimmy", è da ascriversi
a una leggenda degli schermi americani, e più precisamente alla data
in cui cade il sipario sulla vita di James Dean, 30 settembre 1955,
località Peso Robles, California. Lì, per un incidente da rettilineo
stradale che si autoconverte in fato, il nuovo idolo Dean recita su
una Porsche il requiem per la sua generazione senza più vecchi idoli.
Niente a che fare con i rotocalchi. Niente divismo industriale o patetico.
Con lui muore un dio involontario. E la provincia, tutte le provincie
e i ragazzi del mondo ne risentono. Così, se il testo attuale somiglia
insomma a un calendario drammatico ma calmo, e inesorabile, finisce
che i graffiti della celluloide svelano anche un principio d'amore da
sempre caro a Chiti, un alfabeto e un ritmo di scena che mutano esperienza
dal cinema: basti orecchiare le battute, i riferimenti a Caterina Epburn
(scritto e pensato così, il nome, allora), a Gilda, a Gregory Peck,
a Spencer Tracy, ma è chiaro che s'alternano pure citazioni di schermo
patrio, e sentiamo alludere a Nazzari, alla Pampanini, alla Alida Valli
come ideal-tipi. E il segno della scrittura di Chiti, condotto a realizzazione
da una compagine assidua e sodale, quella di Arca Azzurra, si percepisce
nei suoni non sempre dialettali ma impastati di forme chiuse, o sintetiche,
o zonali (ma zonali nell'accezione di spazi divaganti, extra-vaganti
della caratterialità). Ancora di più, comunque, s'insinuano e sono riconoscibili
gli scarti, le turbative nella gente comune, e a dirla lunga è quel
dileggio della festa, della domenica, che per bocca del padre-padrone
serve solo per "santificare il disaccordo". Ma il disagio, l'affanno,
l'anti-climax sarà tutto suo, quando scoprirà in famiglia la sessualità
sdata via dalla figlia e l'eros troppo pigro, ingentilito del figlio.
Non c'è modo per controbattere. La sua è una Finis Italiae dei fronti
popolari, dell'onore di facciata, e come il padre del Bell'Antonio si
decreterà anche lui una fine, magari di cuore e non violenta. Intanto
ogni realtà muta rapidamente, e le officine si convertono in autosaloni.
Già s'intravede un 'dopo', un'Italia senza valori e disvalori, attenta
solo a rappresentare la commedia che fa più comodo, e quando Ugo Chiti
proporrà il terzo tempo della sua parabola, che tratta degli anni Settanta,
verremo implicati senza più album e retrò, già alle nostre radici. Per
il momento, questa provincia "di Jimmy" può apparirci un cinegiornale
tenuto sotto chiave. È anche e molto l'origine di tanti nostri torturanti
week-end.
Rodolfo Di Giammarco
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