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Il Giornale di Vicenza, Giovedì 30 Gennaio 1997
Una favola amara sulla terza età.
Con Bosetti un crepuscolare "Se no i xe mati, no li volemo"
Venezia - Di Gino Rocca il pubblico
delle nostre contrade vede e apprezza ancora - per merito dei teatranti
amatoriali titoli come il proverbiale Sior Tita Paron, o La scorzeta
de limon. Li apprezza per l'inconfondibile sapore che li pervade, per
quella loro sottile carica eversiva che, sotto la patina del sorriso,
lascia giungere a galla una corrente di cattiveria, una impietosa definizione
di figure e ambienti. E qui sarebbe da riaprire un ampio e mai troppo
esplorato capitolo d'indagine su quel repertorio veneto novecentesco
soltanto in apparenza divertente o dedito all'esausta ripetizione di
schemi goldoniani, in realtà capace di graffiare come pochi altri, di
andare a ficcare il naso nelle miserie quotidiane di case, in apparenza,
assai rispettabili. Del resto, il "la" non l'aveva dato proprio, con
certe micidiali scudisciate portate con inarrivabile grazia, il capostipite
Goldoni? Se no i xe mati, no li volemo, però, testo del '26 portato
all'attenzione da Gianfranco Giachetti e poi dal cinema, vanta poche
edizioni anche tra gli amatoriali. Qualcuno semmai ne ricorderà una
trasposizione televisiva parliamo dell'era pleistocenica del bianco
e nero, naturalmente con Cesco Baseggio e Gino Cavalieri, hai detto
niente. Perché tanta difficoltà d'approccio? Perché non è così facile
che una compagine di dilettanti la cui media anagrafica è, generalmente,
giovanile possa disporre di tre interpreti d'una certa età e di non
indifferente bravura. Si, di tre vecchi cui affidare i ruoli di Momi
Tamberlan, Bortolo Cioci e Piero Scavezza, costretti da un bizzarro
destino a fare i goliardi anche negli anni dell'ospizio. Superstite
d'una ghenga di buontemponi detta dei "Nove mati", il trio può campare
usufruendo dei beni lasciati in eredità dall'antico compagno d'avventure
conte Bardonazzi - li avverte un rampante avvocatino, sicuro che non
ci riusciranno solo continuando, vita (poca, ormai) natural durante
a onorare lo statuto dell'estinta combriccola. Ovvero, a combinar scherzi
e metter su baldorie. Eccoli allora costretti a una tragicomica corvée,
a un insostenibile obbligo all'allegria mentre gli acciacchi aumentano,
la voglia non c'è più e magari la seconda moglie - quella di Momi, vedi
caso - ha qualche grillo in capo. Come dire, il Rocca della più bell'acqua,
quello che posa sul volto del suo teatro una sghignazzante maschera
di cartapesta delegata a coprire le fattezze del dramma senza scampo.
Ce li vedete, i tre nonni, tornare a beccare multe per schiamazzi notturni,
a strappare i campanelli delle case, a montare in giostra? Certo che
no. Difatti, Piero ci rimetterà una gamba o poi la pelle; Momi, al veglione
di carnevale scoprirà la consorte assieme all'amante, presunto innamorato
della figlia, e per la vergogna uscirà di senno. Ad accompagnarlo al
"manicomio' - grottesco, è il nome dello stabile della congrega - sarà
Bortolo il brontolone, davvero l'ultimo dei mohicani. Nelle mani di
Giulio Bosetti, che firma la regia di questa meritoria edizione de Se
no i xe mati, no li volemo per lo Stabile del Veneto di cui è direttore
artistico, il copione di Rocca - notevole ancor oggi, specie se guardato
come dolente e non sorpassato apologo sulla terza età - diventa una
favola amara, crepuscolare e rancorosa, percorsa da sprazzi d'un umorismo
nero e improvviso destinati a spezzare la cappa di malinconia, di realistica
"povertà" d'epoca evocata anche grazie alle curatissime scene di Nicola
Rubertelli. Una prova attenta a indagare tra le pieghe della vicenda
e a ricercarne il tono "alto", non strapaesano, e quindi le parentele
con l'atmosfera dei repertori maggiori coevi, rivolgendo un pensierino,
perché no, a certi interni "popolari" di Svevo, a certi stridori "sociali"
della provincia pirandelliana. Lo stesso Bosetti è un Momi ringhioso,
distratto, disperato al momento della scoperta dell'adulterio, Gianni
Bonagura ritaglia un Piero di dignitosa rassegnazione; Antonio Salines
inventa un Bortolo cui sono affidati i rapidi, irresistibili momenti
di stravolta comicità. Accanto a loro, che lodevolmente s'impegnano
in un dialetto per essi "foresto", ecco il desolato Sioria di Franco
Santelli. il risoluto avvocato Giostra di Piergiorgio Fasolo, la tenera
Ginetta di Sandra Franco, la nervosa Irma di Marina Biondi, la ficcante
Nana di Nora Fuser, la sartina di Paola Tonello, Giorgio Bertan nei
panni del bellimbusto professor Rosolillo. Applausi in crescendo all'affollato
debutto dell'altra sera al Goldoni, dove il lavoro rimane sino a domenica
prossima. Poi, via alla tournée con approdo a Bassano.
Antonio Stefani
Il Gazzettino, 30 Gennaio 1997
In scena al Teatro Goldoni
di Venezia la famosa commedia di Gino Rocca "Se no i xe mati no
li volemo" con Antonio Salines e Gianni Bonagura.
Goliardie e vecchi amici.
Il lavoro allestito dallo Stabile del Veneto con Giulio Bosetti.
Aria di festa nonostante i vuoti, 1'altra sera al "Goldoni". Di
scena uno dei testi più riusciti di Gino Rocca, che in tutti questi
anni ha continuato ad essere allestito dagli amatoriali, sempre con
grande successo: "Se no i xe mati, no li volemo". Una commedia di apparente
taglio realistico, che invece è scandita da una sorta d'incrinatura
lirica, con risvolti di matrice addirittura crepuscolare, che proiettano
sulla vicenda una luce bizzarra inquietante. Al punto da indurre più
di uno studioso a definirla il capolavoro drammatico di Rocca, mentre
invece nel suo repertorio esistono altri lavori forse più serrati e
tesi. Anche dal punto di vista linguistico, che in "Se no i xe mati,
no li volemo", al dire di Nando Palmieri ogni tanto indurrebbe a sospettare
il vezzo. Non è certo il caso di approfondire un discorso del genere,
per cui lasciando all'autore della "CorTe de le pignate" la responsabilità
del suo giudizio forse troppo sottile, meglio è raccontare la storia
ambientata in un altro paese dell'alto Veneto, come diceva la gente
fino a ieri nota magari alle generazioni sugli "anta", ma non alle nuove.
Questo sia detto senza nulla togliere al merito degli amatoriali, che
hanno continuato a proporre in regione "Se no i xe mati, no li volemo",
con entusiasmo encomiabile come già si e detto, ricambiato dal favore
del pubblico. Tornando alla commedia in questione, va precisato che
ha per protagonisti tre vecchi amici, ultimi soci d'un club dedito al
culto della goliardia vecchia maniera, soliti a vivere, oppure a trovarsi,
in un palazzo lasciato loro in usufrutto dal conte Bardonazzi, compagno
scomparso da tempo delle più clamorose avventure giovanili. Nonostante
i loro temperamenti indulgenti alle accuse ed ai brontolamenti quotidiani,
la condizione dell'edificio abbandonato a sé stesso, e più ancora la
vecchiaia che incombe, riuscirebbero a tirare avanti, se un bel mattino
non facesse irruzione l'avvocato Giostra, presidente della congregazione
divenuta proprietaria dell'edificio toccato a loro in usufrutto, che
li accusa di non aver più diritto ad occuparlo. II motivo è semplice:
non rispettano più le clausole testamentarie, che impongono una vita
goliardicamente irriverente. Alla nuova i tre decidono di tornare a
fare i matti come in passato, e cominciano a suonare campanelli, beccarsi
multe, dar prova di stravaganza in libertà. Il guaio è che i loro fisici
non resistono alla prova e la farsa di una giovinezza ormai defunta
si trasforma in dramma, quasi m tragedia. Specie quando Momi, recandosi
al veglione in abito da pagliaccio, scopre che la moglie lo tradisce
con il professore che lui sperava fosse intenzionato a sposare la figlia.
Conclusione uno muore ed un altro viene accompagnato al manicomio in
stato confusionale. Nel mettere in scena il lavoro con lo "Stabile del
Veneto" Giulio Bosetti efficacissimo interprete del personaggio di Momi,
ha cercato di dare evidenza a tutti i risvolti della commedia, sul filo
di un ritmo sempre sostenuto. Salvo qualche approssimazione linguistica
è riuscito nel suo intento aiutato da un gruppo di attori molto affiatati,
che meritano il più caldo elogio. Vanno perciò ricordati in blocco,
da Salines a Bonagura a Santelli a Milani a Bertan a Fasolo a Marina
Biondi a Sandra Franzo la straordinaria Eleonora Fuser al giovanissimo
Nicolò Viani. Applausi e chiamate a ripetizione.
G.A. Cibotto
La Nuova Venezia, 1 Febbraio 1997
Convince la commedia di Gino Rocca in scena al Teatro Goldoni di Venezia
con la regia di Bosetti.
Quei tre vecchietti "mati" e malinconici.
La senilità affrontata con piglio grottesco e beffardo.
Spettacolo indovinato, questo "Se no i xe mati, no li volemo" di
Gino Rocca che lo Stabile del Veneto ha appena messo in scena al Goldoni
di Venezia con la regia di Giulio Bosetti: ben ambientato, con una malinconica
atmosfera intonata su grigi cecoviani, e ben recitato da un buon gruppo
di attori, con le dovute pause, i dovuti silenzi, il giusto amalgama
di amaro e comico. Con le repliche si aggiungerà qualche tensione in
più alle calcolate sospensioni, che pur sono necessario a sottolineare
il sottofondo drammatico di situazioni apparentemente solo divertenti.
Del testo abbiamo già scritto su queste stesse colonne. Nel 1926 Rocca
trentacinquenne era intuitivamente immerso nel clima di crisi esistenziali
che la letteratura e il teatro italiani, stavano mettendo a fuoco nel
superamento dei canoni del verismo. L'impianto delle sue commedie è
però ancora verista, e Bosetti ha fatto bene a rispettarne la struttura,
senza sovrapposizioni avanguardistiche: perciò ha ottenuto da Nicola
Rubertelli bene acclimatate scene concrete: nel primo atto una sala
di antico palazzo con mobili che rispecchiano un'antica grandezza ma
anche segni sui muri d'una deteriorizzazione crescente; e, attraverso
le tre porte finestre che danno su un poggiolo, con la neve che cade
fuori a larghi fiocchi, un clima di intirizzito inverno di provincia,
a specchio della realtà intristita è rabbrividente dei tre personaggi
protagonisti. Non a caso il tema centrale della commedia è quello della
senilità, che dal famoso romanzo di Svevo del 1898, e attraverso la
sensibilità crepuscolare, fino alle pagine tarde di Comisso, ha invaso
la nostra letteratura. I tre protagonisti, infatti sono ormai malandati,
soli o delusi negli affetti, in difficoltà economica, e costretti a
recitare beffardamente la parte di giovanotti spericolati per poter
salvare un'eredità. Alla senilità si sovrappone, così, il tema ancora
più moderno della finzione, della maschera da imporre sarcasticamente
al vero volto, come forma grottesca di difesa e di deformazione dell'autentica
verità dell'anima. La commedia è, perciò, tutta percorsa da brividi
di aspra ironia e autoironia; E si diversifica, poi, nei tre ritratti
degli amici vecchi: uno più ruvido e brontolone (Bertolo: un risentito
e scontroso Antonio Salines); uno più morbido e bonaccione (Piero: un
Gianni Bonagura tutto intenerito nel ricordo incancellabile del figlio
morto in guerra); ed uno più complesso per l'aggiunta di una travagliata
vicenda familiare tra la seconda moglie infedele e una sacrificata figlia
di primo letto, con molti echi del "Come le foglie" di Giacosa (Momi:
un Giulio Bosetti tormentato e, nel fìnale, allucinato davanti allo
spettro di una solitudine mortale). Ma, intorno a loro, nella colorita
parlata veneta si muove tutto un contesto intonato con gli spenti costumi
di Santuzza Calì, dal servile e rassegnato cameriere Sioria (un Franco
Santelli che diventa il quarto protagonista per le sottili sfumature),
alla trepida figlia, Ginetta (Saadra Franzo), alla rustica ma materna
serva Nana (Eleonora Fuser). Cui si contrappongono, invece, le figure
volutamente esteriorizzate e ciniche degli uomini di affari e di legge
(Roberto Milani e Piergiorgio Fasolo). la vanitosa superficialità della
moglie di Momi (Marina Biondi) e del suo amante (Giorgio Bertan); e
il piccolo "coro", dalla strada del ragazzo di bottega Nicolò Viani
e della sartina Paola Tonello. Nel secondo atto, la scena ci trasporta
nel tinello di casa di Momi, più raccolto del precedente salone ma non
meno condizionato dalle angustie, con poche lampade rarefatte; e la
luce, nel finale, taglia lo spazio di traverso, da un finestrone laterale
che è foriero di un pallido sole, quasi preludio di agonia. Era opportuno
mettere l'accento su questa aria di fallimento: cui la resistente vitalità
dei tre vecchi finisce per aggiungere un di più di funereo. Rocca, così
raccogliendo il patetico di Giacinto Gallina e l'ironico del "grottesco",
prelude alla durezza di Palmieri verso un teatro diverso dalla tradizione
brillante e inciso dall'unghiata della dissoluzione. Il pubblico ha
decretato un ottimo successo.
Giorgio Pullini
Corriere della Sera, 3 Febbraio 1997
L'amara commedia di Rocca resiste al tempo.
Che tristezza fare i matti quando diventa un mestiere.
A teatro, ce ne rendiamo conto oppure no, siamo tutti un po' veneti.
Merito, certo, di una lingua che fra tutte quelle che si parlano in
Italia è forse la più trasparente e comunicativa; ma merito, soprattutto,
del genio di Goldoni e di una tradizione che da Goldoni s'irradia -
affievolendosi, ma mai smarrendosi del tutto - sin dentro il nostro
secolo. Una tradizione cui appartiene, tipicamente e non senza nobiltà,
Se no i xe mati no li volemo, la mai dimenticata commedia di Gino Rocca
che il Teatro Stabile del Veneto ha riportato in scena a 70 anni della
sua prima rappresentazione. Un'età difficile per un testo: troppo pochi,
salvo eccezioni, per essersi già convertito in un classico, troppi per
riflettere un'attualità ancora riconoscibile. Ma in questo limbo la
commedia di Rocca si situa con una sua specifica singolarità, con una
sua garbata, pungente stramberia che riesce ancora a sorprendere e persino
a mettere un po' in allarme la sensibilità e la coscienza degli spettatori.
Siamo in una sonnolenta cittadina fra Venezia e Padova, in un palazzo
fatiscente che un bizzarro nobiluomo, morendo in giovane età, ha lasciato
con tutto il resto del suo patrimonio a una congregazione di carità,
ma destinandone l'usufrutto, finché saranno in vita, ai nove amici che
hanno condiviso la sua esistenza scioperata e innocentemente trasgressiva
e assieme ai quali ha addirittura fondato una "società dei matti" con
tanto di statuto. Dei nove, all'inizio del racconto soltanto tre sono
ancora in vita e nessuno, ovviamente, ha più ne la forza ne la voglia
di coltivare quell'antica fama. Ed ecco la trovata che fa impennare
la commedia: capo della congregazione di carità arriva un nuovo presidente
il quale scopre che lo statuto della "società dei matti" prevede l'espulsione
automatica e immediata di ogni socio che si sia trasformato in una persona
"normale"... Non è difficile immaginare il seguito: per non perdere
la rendita di cui campano, i tre infelici sono costretti a fingersi
gli scavezzacolli d'un tempo e si mettono, alla loro tenera età, a "dare
scandalo", ubriacandosi in pubblico, strappando via i campanelli dei
portoni, infilandosi (è Carnevale) in grotteschi costumi da pagliacci...
Il meglio della commedia è tutto nell'amarezza di questa trasgressività
coatta, di questa spensieratezza faticosamente, dolorosamente simulata.
Più di maniera, a mio avviso, la trama secondaria, imperniata sul disastro
sentimentale di uno dei tre, Momi Tamberlan, il quale scambia per spasimante
di sua figlia, un giovanotto che ha messo gli occhi, invece) sulla sua
seconda e ancora giovane moglie. Il poveretto ne impazzirà; ma a me
piace pensare che a distruggerlo sia stata, prima ancora, la crudele,
macabra messinscena cui s'è dovuto piegare per non perdere il pane.
Giulio Bosetti, regista dello spettacolo oltre che protagonista nei
panni di Momi, lo ha curato con l'amorosa semplicità e il sobrio rigore
che caratterizzano il suo lavoro. L'allestimento, a cui hanno contribuito
Nicola Rubertelli per le scene e Santuzza Calì per i costumi, aspira
a rendere giustizia a un testo capace di regalarci ancora qualche emozione.
Nessuna pretesa di stilizzazione, nessun intento parodistico; piuttosto
un'asciutta pietà per ciò che il mondo è stato prima di diventare il
feroce guazzabuglio che è diventato. Accanto al misuratissimo Bosetti,
assai efficaci mi sono parsi anche Antonio Salines e Gianni Bonagura
che completano il trio degli ex matti; fra gli altri, da ricordare innanzitutto
il bravo Franco Santelli e poi almeno Sandra Pranzo, Marina Biondi,
Eleonora Fuser.
Giovanni Raboni
Il Giorno, 4 Febbraio 1997
Che fatica fare i matti contro il tempo che fugge.
Venezia - Non abbiamo finito di fare i conti con il nostro Teatro
del 900. Il "ciclone Pirandello" fra le due guerre e, dopo il '45, le
nuove scelte determinate dalla regia critica, dalla scoperta (in ritardo)
delle drammaturgie straniere dall'interesse per le avanguardie europee
hanno gettato nel dimenticatoio, a parte poche eccezioni, autori celebrati
nella prima metà del secolo. Fra questi Gino Rocca, mantovano trapiantato
a Venezia, scrittore poliedrico, Premio Bagutta per la narrativa, poeta
alla Diego Valeri, direttore de "Il Gazzettino", regista, organizzatore
del primo Festival teatrale Venezia. L'aver riproposto "Se no i xe mati
no li volemo" - la più nota fra le sue commedie in dialetto, cavallo
di battaglia di tanti capocomici, due volte portata allo schermo, con
la triade Ruggeri-Falconi-Gandusio nel '41 - è titolo di merito per
lo Stabile diretto da Bosetti, che vi agisce nella doppia veste di regista
e interprete. Un altro merito, connesso, è quello di contribuire a sostenere
la drammaturgia veneta secondo lo statuto dello Stabile, così operando
non soltanto a parole per il ritorno al teatro delle etnie. C'è un altro
motivo ancora che rende interessante questa ripresa, realizzata ad un
alto livello produttivo e festosamente accolta da una Venezia in preda
alle "mattane"' di un carnevale tranquillo. Dal titolo diventato un
proverbio, dall'andamento comico del film del '41 era derivata la convinzione,
decisamente riduttiva, che "Se no i xe mati" fosse quasi una farsa;
mentre ben altri sono i succhi, più agri che dolci, della commedia.
Dove si dice di tre vecchi, scavezzacollo in gioventù, costretti, a
compiere ancora le bricconate d'antan e a simulare una joie de vivre
fuori stagione per continuare a beneficiare di un testamento bizzarro,
stilato da un facoltoso compagno dei bei tempi, il quale aveva lasciato
loro l'usufrutto di un vecchio palazzo nel Veneto a patto che si guardassero
bene dal rinsavire. C'è nel, testo, di Rocca - oltre alla storia delle
disavventure coniugali di uno dei tre, Momi Tamberlan, ch'é il Bosetti
- la descrizione di una provincia nera, pettegola, e incomprensiva;
c'è un linguaggio asciutto, concreto e colorato, il veneto di terraferma,
ben diverso dalla giocondità del Goldoni e c'è in filigrana una pietas
quasi cechoviana, ammantata di una - comicità dolente, contro la crudeltà
del tempo che fugge e della vita che addensa nebbie morali, pene nascoste
e una fatica, di vivere che a me ricorda non poco la vena patetico-crepuspolare
del Bertolazzi. Limpida e onesta, la regia di Bosetti evidenzia queste
innervature stilistiche, ingabbia gli spunti comici senza sopprimerli
e da conto con nitida teatralità della stanchezza, dell'isolamento,
della paura, della morte, dei tre ex-ragazzi costretti a fingersi ancora
mattacchioni tirando palle di neve, suonando di nascosto i campanelli
delle case e inscenando burle carnascialesche per continuare a godersi
l'usufrutto: lo scontroso Bortolo ringhioso contro tutti (Antonio Salines),
il mite Piero (Gianni Bonagura) che nel gioco della giovinezza perduta
si rompe una gamba e ci lascia la pelle, l'architetto screditato Momi
che s'arrovella per mantenere un decoro perduto, assillato dai debiti
e dalla gelosia quando viene a ronzare in casa un professore bellimbusto
che si finge interessato alla figlia (la dimessa Ginetta) per infilarsi
nelle buone grazie della giovane moglie. Recatesi a un veglione vestito
da Pierrot, per ubbidire al diktat testamentario, Momi scopre il tradimento
della moglie; quanto gli restava al mondo gli crolla addosso e, perduta
la ragione, finisce in manicomio. Nella casa buia resta sconsolata Ginetta
(Sandra Franco, intensa e misurata) a invocare il suo papà. Il ritratto
che di Momi ci da Bosetti è umano e toccante, fra rassegnazione e scatti
di ribellione, con la paura e la malinconia sotto la maschera della
spensieratezza. E se, con indosso il costume di carnevale, da tragicomico
rilievo alla propria infelicità di marito tradito, come nei "Pagliacci"
di Leoncavallo, la punta più alta della sua interpretazione è nell'accorato
colloquio con la figlia, fra sollecitudine paterna e smarrimento senile.
Citerò ancora, fra gli interpreti, almeno Marina Biondi, la moglie,
e il Santelli, servitore cechovianamente devoto.
Ugo Ronfani
La Stampa, 9 Febbraio 1997
Le tristi marachelle dei vecchi di Bosetti.
E' stata una buona idea, a Venezia, far coincidere l'allestimento
di Se no i xe mati, no li volerne (120'; ora in giro) con l'inizio del
Carnevale, la cui ostentata allegria riempie le calli di turisti giapponesi
in tricorno e bautta. La commedia di Gino Rocca (1926) è infatti anche
un epicedio per tale sinistra ricorrenza, raccontando - oggi può sembrare
un ultimo capitolo della saga di "Amici miei" - di tre anziani superstiti
di una lieta brigata donde il titolo, i quali, fruendo di un palazzo
e di altre rendite un dì lasciate al bizzarro sodalizio da un ricco
consocio, si vedono ora minacciati in tale usufrutto dall'apparizione
di un legale forte dell'antico regolamento, dove si prevede l'espulsione
a chi dei soci non si ubriachi regolarmente, non venga multato per schiamazzi,
e via dicendo. Con un guizzo di orgoglio e di disperazione, i tre vecchietti
escono allora, per le strade e tentano di commettere marachelle, ma
naturalmente non funziona, e uno addirittura ci resta. A questo punto
la storia sarebbe finita, ma dovendo riempire la serata l'autore aggiunge
ancora un paio di atti in clima crepuscolare, inventando a uno dei trasgressori
una moglie giovane e desiderabile, che appunto durante il Carnevale
egli sorprende con l'amante; e un finale con il mesto ricovero del marito
tradito. Anche questa coda ha un senso, perché ricorda quanto arduo
il teatro di allora trovasse staccarsi dalle convenzioni; e poi la confezione
è ottimale, con squisite scene di Nicola Rubertelli illuminate da Domenico
Maggiotti in chiave di fredda malinconia, ed eccellente interpretazione
di Giulio Bosetti anche regista, Antonio Salines e Gianni Bonagura,
ironici e spigliati in un veneziano di terraferma pur ostico a un orecchio
straniero.
Masolino D'Amico
Famiglia Cristiana, 19 Febbraio 1997
Sono vecchi e malandati ma si danno alle mattane.
Comicità garbata e struggente malinconia sono gli ingredienti
della commedia Se no i xe mati no li volemo, che a settant'anni dal
debutto Giulio Bosetti ha intelligentemente recuperato.
Si continua a dire, falsando la realtà, che nel ventennio tra le
due guerre i teatri dei dialetti, o delle lingue regionali se preferite,
furono, se non proibiti, certo duramente osteggiati. Fu, invece, l'esatto
contrario: basti pensare a quanti grandi attori onorarono la scena italiana,
dai De Filippo a Baseggio, da Musco a Govi, a Viviani; e a quali importanti
autori hanno scritto per loro. I veneti, soprattutto: per dirne uno,
Gino Rocca, oggi vergognosamente dimenticato. Tanto più apprezzabile,
perciò, la scelta di Giulio Bosetti che con la sua Compagnia del Teatro
Stabile del Veneto ha ricuperato, di Rocca, la commedia forse più famosa:
Se no i xe mati no li volemo, accolta oggi con lo stesso favore di pubblico
riservatele al suo primo apparire, ben settant'anni fa. Esagero se dico
che, nel suo genere, si tratta di un piccolo capolavoro? Può darsi,
ma non credo. Ne ammiriamo soprattutto la finezza con cui al garbo di
una franca comicità si mescola una struggente malinconia nel raccontare
la parabola dalla baldanza al declino dei tre vecchi amici, superstiti
- con un quarto però residente in America - d'una allegra brigata di
giovani pazzi, che per conservare il diritto a godere dell'usufrutto
dei beni lasciati in eredità dal più ricco di loro, prematuramente scomparso,
devono riprendere a fare le mattane e a combinare le monellerie della
ormai lontanissima giovinezza. Ma come può sopravvivere la goliardica
consorteria di quei matti, se Pino Scavezza oltre agli acciacchi fisici
ha il cuore angustiato dalla perdita del figlio in guerra, se Bortolo
Cioci non fa che avvolgere la sua solitudine in una rabbia ringhiosa
e intollerante, se Momi Tamberlan è anche afflitto dall'infelicità della
figlia e mortificato dall'oltraggiosa infedeltà della seconda moglie?
E se, soprattutto, dopo aver compiuto, sì, qualche impresa malandrina,
l'età non perdona con la morte di Pino, la decadenza di Bortolo e la
demenza di Momi? Bellissimo spettacolo, nelle scene di Nicola Rubertelli
e con la regia delicatamente ispirata di Bosetti, che si fa applaudire
anche come interprete di Momi Tamberlan, insieme con gli altri due protagonisti:
Gianni Bonagura nel ruolo di Piero Scavezza e lo straordinario Antonio
Salines che "è" Bortolo Cioci. Franco Santelli, Piergiorgio Fasolo,
Marina Biondi e Sandra Pranzo sono alcuni, bravissimi, degli "altri".
Carlo Maria Pensa
L'Avvenire, 2 Febbraio 1997
Convince la rivissitazione di Bosetti di un testo dialettale di Rocca.
Il male di ridere, ritratto di paese.
Sono passati 25 anni dalla scomparsa di Gino Rocca (mantovano di
nascita), che fu giornalista, letterato e -soprattutto - commediografo.
Se fu vera gloria, sembra dirlo, oggi, la ripresa di una delle sue più
famose e significative opere teatrali, quel "Se no i xè mati, no li
volemo", pubblicata anche da Garzanti nel 1941 e rappresentata al Teatro
Filodrammatici di Milano (dove riapparirà in questa stagione al teatro
Manzoni) nel 1926. È dunque il teatro a garantirci la tenuta di un nome
che conobbe un ventennio di fama e che tu di un uomo d'umiltà e di coraggio,
non meno che provvidamente attivo (e fu anche il direttore de "Il Gazzettino"
di Venezia e il primo direttore della Biennale della città), e che fu
uno scrittore eminente in lingua italiana e veneta, molto pubblicato
e rappresentato dalle migliori compagnie del tempo. Un personaggio,
Gino Rocca che, dal punto di vista artistico, visse con idee ed estri
originali il proprio tempo e che, per esempio, in questa commedia dialettale
diede certa prova di originalità, contrastando l'andazzo prevalente
di una drammaturgia pronta all'ovvio e ai sentimenti dimessi. Il materiale
di cui Rocca si di una balzana compagnia di burloni, di gente capace
di cento scherzi e, serve è già un ritratto diverso; in un paese della
fine dell'Ottocento, esistono ancora i tre superstiti per così dire,
legittimata e consacrata dal testamento di un amico, morto giovane,
che assicurò loro un vitalizio perenne. Ma i tempi cambiano, la beneficenza
non è più di moda e loro stessi, invecchiando, non sono più disposti
e in grado di sostenere gli eccessi dei quali andavano famosi. Sono
matti, ormai, solo di nome e anziché le maschere si addice loro la papalina.
Il paese stesso non sa che farsene e la congregazione che provvede alla
loro sussistenza decide di liberarsi del gravoso impegno, assunto nei
loro confronti, tuttavia provvedendoli di un generoso ospizio. L'ultima
mattana, intanto, li ha decimati e uno di loro muore per lo strapazzo,
un altro è - segno dei tempi - abbandonato dalla seconda moglie. L'ironia
di circondare le loro strampalate, ma autentiche figure, si fa grottesco
ritratto di personaggi fuori dalla storia e sul limite della loro vita.
La vicenda è amara, mai comica, perché tratta con fedeltà e asciuttezza
storie di declini e di sofferenze umane collocate in un passato che
non ha debiti con la storia contemporanea. Ma ciò che merita di essere
rivelato, perché è il sapore del testo, è la sua forza incisiva, la
sua novità e pulita ritrattistica nella sobrietà ed essenzialità dei
particolari, nella sincerità del dialogo, sempre legato ad una situazione
morale: nessuna dispersione nel futile, ma un progressivo riflettere
sul reale e reagirvi e inserirvisi e definirvisi. Il titolo allegro
ci porta a un dramma minore sì, ma seriamente trattato, con la ricchezza
di apporti ed un respiro tale da condurre via via il copione al livello
di un capolavoro, cioè di un senso generale della fatica triste di sopravvivere.
La rappresentazione al Goldoni di Venezia, - di cui Giulio Bosetti è
ottimo regista - è di rara ed efficace probità con le belle scene dovute
a Nicola Rubertelli e gli altrettanto validi costumi di Santuzza Calì
e colgiusto tributo da dare ai valori e alla sostanza tematica e a quella
artistica del testo, impreziosito poi dalla interpretazione del Bosetti
stesso, nel terzo atto specialmente, che con i compagni Antonio Salines
e Gianni Bonagura, porta a riferimenti espressionistici; va ricordato
inoltre il bell'impegno reso da Marina Biondi, da Piergiorgio Fascio,
dalla espressiva Sandra Pranzo, da Franco Santelli e da tutti gli altri.
Non si può sottacere che ebbero cura del testo commentatori validi come
fu Nicola Mangini, ultimo di una serie di recensori e di critici di
grande valore scientifico. Ad avvalorare così un testo di autentico
valore universale.
Odoardo Bertani
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