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La Repubblica, 28 aprile 1995
Molto rumore per nulla con la regia di Antonio Sixty.
Così Shakespeare andò all'inferno.
Pambieri e Tanzi attori "pirati".
Non è ambientata nella solita villa, ma su un'imprevedibile nave
di pirati la seconda edizione di Molto rumore per nulla (prima in ordine
cronologico, se consideriamo il suo allestimento estivo), che allieta
questa stagione finalmente, anche se non sempre felicemente, dedicata
dal teatro italiano alla riscoperta di Shakespeare. Una simile attenzione
a questo testo è abbastanza singolare: non è infatti il più semplice
a far rivivere, data la cornice affondata nella novellistica italiana
e così legata al suo tempo e la complessità della trama, affollata di
prime parti. Ma quella nave su cui Antonio Syxty imbarca i suoi eroi
vuol essere prima di tutte un luogo della fantasia, affrancato da costrizioni
temporali. Siamo in un passato al di fuori della storia, secondo le
indicazioni scenografiche di Emanuela Pischedda, funzionali al divertimento
coi suoi parapetti che diventano scivoli e la torretta che va e viene,
mentre delle scialuppe-divani scorrono su rotelle in un crescendo rossiniano.
O forse siamo in un futuro che cita e ironizza la fantascienza, come
nel primo Shakespeare del regista (una curiosa "Commedia degli equivoci")?
Ce lo farebbero pensare i costumi da film avveniristico che completano
le truccature da vecchi corsari con bende sull'occhio: ed ecco, come
in "Star Wars", una chiave di lettura manicheista coi cattivi tutti
neri in versione vampiresca, con un'aquila impagliata o un topo in mano,
per u ballo in maschera coperti da teste di animali, nel fumo. Lo consente
questa vicenda di complotti e di equivoci, chiaramente schematizzati,
dove i ruoli e gli intrighi sono sempre rigorosamente doppi. In effetti
sul vascello alla deriva del Carcano, non diversamente da quanto accadeva
nella villa del Teatro di Parma, c'è una compagnia di giovani sfuggiti
alla società per inventarsi delle fantasie; ma qui alla levità aerea
si sostituisce il gusto greve di un sabba un po' infernale e all'eleganza
mondana una licenza crudele che spinge più acremente verso il gioco
gratuito con la morte caro alle ultime generazioni, oggi come nel tardo
Cinquecento inglese. Ma è anche in agguato la grossolanità farsesca
più eccessiva, mischiando i generi. Le donne allora sono in lungo, ma
aperto davanti, e procedono scosciate con movenze da rivista, mentre
anche i duri si fanno il verso. Così la vicenda più famosa, che vede
una coppia di single arrabbiati abbigliata a far dispetti all'esponente
dell'opposto sesso, viene eseguita come un numero da teatro leggero
senza chiaroscuri nelle sue soluzioni sempre univoche. E l'altro amore
tra la coppia più giovane che rimastica un po' di Giulietta e Romeo
con trabocchetti e scambi di persona per ritardarne il lieto fine, figura
come un ptot da teatro, utile per assumere atteggiamenti, ma a cui nessuno
crede. Paradossalmente, questa svalutazione del senso favorisce la plausibilità
del contesto in uno spettacolo volutamente sgangherato e lento ad avviarsi,
che trova un collante nella complicità della troupe. D'altra parte la
corsa al degrado espressivo, mentre smorza a poco a poco gli spunti
della regia, schiacciai oc-chio alla comunicativa popolaresca dei tempi
di Shakespeare; da riguadagnare con libertà di attualizzazioni secondo
la traduzione di Luigi Lunari, dove "l'uomo è mobile qual piuma al vento"
o il poliziotto ignorante rivolge alle autorità il titolo di "sua emittenza".
Scherzando con la guittaggine c'è sempre il rischio di cascarci, come
puntualmente accade allo show che finisce per seppellire le promesse,
perdere le coordinate, e approdare a una farsaccia confusa.
Franco Quadri
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