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Un letto e un tavolo in proscenio,
fuori del sipario. Precarie assi di palcoscenico, vecchie tele di juta
attraverso le quali traspaiono i muri del teatro, le casse dell'attrezzeria,
i bauli di sartoria, le ceste di trovarobato. E poi oggetti poveri,
utilizzati, dimenticati in un sottopalco, appartenuti forse ad altri
(chissà quali) spettacoli. Oggetti ormai morti. Sapete? Durante le prove
gli attori, sovente, usano questi oggetti in attesa della scenografia
vera. Ma perché quegli oggetti morti, dimenticati, impolverati, richiamati
in vita dall'incantesimo degli attori hanno, quasi sempre, una forza
superiore a qualsiasi oggetto studiato e preparato per una scena compiuta,
elegante, definita? E' possibile che nella "definizione" la scena possa
perdere la vita misteriosa ed evocata? E' possibile che quegli oggetti
poveri vivano di più? Tutto questo ha a che fare con la poesia e il
suo mistero. Per tutta la prima parte il palcoscenico è vuoto, come
in attesa della messa in scena dell'intreccio fantasmatico del grande
drammaturgo-regista Jago. Nella seconda parte, quando l'intreccio di
Jago si attua e diventa lo spettacolo della vita e della tragedia di
Otello e Desdemona, il palcoscenico si affolla via via di mobili, attrezzi,
oggetti precari, come nelle prove di teatro, fino a diventare alla fine
un enorme simulacro in fondo alla scena dove campeggerà soltanto il
letto pieno di morte. Penso ad Otello come ad una tragedia della mente,
del profondo della mente: coi suoi fantasmi, con i suoi simulacri. Tragedia
di anime discriminate, reiette e dannate. Il Negro Otello, discriminato
antropologicamente come razza inferiore, mostruosa, bestiale. Il Negro
Otello, discriminato culturalmente come barbaro. Il Negro Otello, discriminato
metafisicamente come non "eletto", privo di anima, creatura infernale,
diavolo. Il bianco Jago, discriminato socialmente (non ha successo nella
sua vita di militare): culturalmente, socialmente, moralmente represso.
Vittima di un puritanesimo ossessivo, legge il suo insuccesso nella
vita come segno terreno della sua non elezione metafìsica e proietta
nel Moro (causa del suo insuccesso, della sua non "elezione") tutto
il "peggio" che si porta dentro con tormento. Egli intaccherà la felicità
di Otello inoculando nella sua mente il dubbio e, distruggendo le precarie
certezze di straniero acculturato, riporterà il Negro a quel CAOS da
sempre temuto da Otello. La mente di Jago crea fantasmi che Otello prenderà
come se fossero verità e lo spingeranno ad azioni irreparabili che in
Jago erano solo pensieri. E nella trama inventata dall'alfiere tutti
cadranno, ormai ridotti a fantasmi, a grotteschi pupazzi. Tutti cadranno,
Jago compreso. Tragedia dell"Io" diviso, Otello vive con dolore la sua
doppia identità di barbaro e di civilizzato. La sua cultura di origine,
legata al mistero, alla magia, al cupo mondo della notte e del mistero,
di cui il fazzoletto è simbolo e talismano che dovrebbe tenere lontano
il male, collìde con la cultura sovrapposta, occidentale, puritana che
lo ha accettato per convenienza in quel mondo che un giorno lo aveva
fatto schiavo. Il matrimonio con Desdemona è il momento più alto della
sua riuscita nel mondo occidentale, il momento in cui egli crede che
il suo "Io" diviso combaci perfettamente. Ma la felicità della riuscita,
della ritrovata identità è già minata dalla paura di perderla e di tornare
nel CAOS dell'incertezza, della non-identità, della follia. Ma la stessa
scissione dell'"Io" la troviamo in Jago, in Desdemona, in Cassio. Shakespeare
sembra ammonirci che nessuno è immune dall'incertezza dell'essere che
conduce alla follia. Si pensi a come la figura femminile venga anch'essa
divisa in due categorie: divina e demoniaca. Da un lato la donna è santificata,
dall'altro è degradata. "E' un angelo! E' una santa! E' una creatura
celestiale!". Ma per Jago che odia le donne, forse perché potenzialmente
omosessuale, forse perché puritano, represso, frustato, impotente, esse
sono animali lussuriosi, bagasce infernali, eppure anche Jago ama Desdemona:
Ma la ama come santa, non come donna. E anche Otello arriverà a maledire
le voglie delle donne, i loro corpi libidinosi che tradiscono tutti
gli uomini del mondo, e maledirà la "Grande Maledizione" dell'uomo,
"la piaga che si trova in mezzo alla biforcazione delle cosce della
donna e che è la rovina dell'uomo dal primo vagito". Solo Emilia riporterà
la figura femminile sul piano del reale. Il personaggio più umile dirà:
"Le donne sono come gli uomini". "Come gli uomini" quindi neanche loro
immuni dall'incertezza dell'essere che conduce alla follia.
Gabriele Lavia
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