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La Commedia degli errori
è il terzo testo shakespeariano, che il Teatro dell'Arca affronta, concludendo
un primo ciclo di indagine sulla drammaturgia di Shakespeare. Il "Progetto
Shakespeare" nasce nell'89 con l'esigenza di sviluppare sempre di più
la vocazione teatrale del gruppo, capitalizzando una esperienza ultra
decennale vissuta nel mondo del teatro. La regia, che nei precedenti
tavoli era stata di Tadeusz Bradecki, è affidata ad Antonio Syxty, regista
e autore milanese conosciuto per il suo lavoro al Teatro OUT OFF di
Milano e recentemente per la connnedia-scandalo L'Aquila Bambina, messa
in scena con grande clamore da Luca Ronconi. L'incontro tra Antonio
Syxty e il Teatro dell'Arca, avvenuto al Teatro OUT OFF, è proseguito
sotto il segno dell'amicizia comune con Giovanni Testori e si è poi
rafforzato nella conoscenza del reciproco lavoro teatrale trovando in
Shakespeare un terreno comune su cui confrontarsi: la Commedia degli
Errori, in particolare, si è prestata ad essere il campo di questo lavoro.
Il testo narra di due coppie di gemelli (due giovani padroni e relativi
senvi) che si scontrano senza incontrarsi in una Efeso che sa più di
"mercanzia" mediterranea che di civiltà ellenistica, costringendo lo
spettatore ad immergersi senza riserve in un clima di straordinari equivoci,
in un intreccio dove l'avventura si mescola con una sorta di giocosa
circolazione verbale. La regia, che si è valsa di collaborazioni esterne
al Teatro dell'Arca, quali Emanuela Pischedda per le scene e i costumi,
e Maurizio Montobbio per le luci, ha scelto di calare il divertente
gioco drammaturgico di Shakespeare nel regno della fantasia, chiedendo
l'aiuto ali all'immaginario cinematografico del film di Spielberg o
ai cartoons. I costumi infatti, ma anche la caratterizzazione dei personaggi,
sembrano usciti dal bar intergalattico di Guerre Stellari, le scene
semplici e allo stesso tempo ricche di colori, effetti e suggestioni
sono funzionali alle azioni che si susseguono con ritmo veloce e incalzante
sottolineate dalla musica di autori divenuti popolari grazie a Walt
Disney.
Roberto Traverso
Le occasioni di un incontro possono essere le più diverse e inopinabili,
ma celano quasi sempre un disegno, che il più delle volte è esterno
a noi e alle nostre scelte razionali. Alcuni di noi, io in particolare,
siamo portati a far in modo che quando ciò avviene, e io ne vengo a
conoscenza tramite l'intuizione, faccio sì di seguire quel disegno -
che la maggior parte di noi chiama coincidenza - ma che è qualcosa di
più della semplice coincidenza. Nel caso specifico l'incontro con il
Teatro dell'Arca di Forlì è avvenuto tramite un precedente incontro,
a Milano, con Giovanni Testori, in occasione di un convegno-simposio
organizzato dal Teatro Out Off di Milano, con il quale ho sempre lavorato
e dal quale provengo. L'incontro con Testori dette luogo ad un lungo
scambio interpersonale di vedute sul teatro vissuto come ritualità:
fino ad arrivare ad alcuni incontri pubblici all'Out Off sulla "parola"
in teatro e sulla sua potenza e concretezza; e poco dopo alla rappresentazione
di "In Exitu" con Franco Branciaroli e Testori stesso, in scena per
oltre un mese al Teatro Out Off. In seguito Testori mi parlò dell'Arca,
e io ebbi l'occasione di veder "La vertigine della condizione umana"
di Don Giussani, curato e messo in scena dallo stesso Testori: anche
questa volta lo spettacolo era ospite al Teatro Out Off. Passò del tempo
e gli attori e membri del Teatro dell'Arca videro la messa in scena
e la mia regia di "Orgia" di Pasolini, e poi di "Tieste" di Seneca;
e poi io vidi il loro "Le allegre comari di Windsor", eccetera, eccetera.
Tutto questo per dire che ci siamo più volte incontrati, parlati, intesi,
dimostrando - credo in modo reciproco - una volontà di frequentare per
una volta la medesima "zona": uno spettacolo da fare insieme. Al di
là di questi incontri, e del disegno esterno a noi di cui parlavo prima,
(al quale intuitivamente mi sono abbandonato per seguirlo), io credo
che negli attori del Teatro dell'Arca ci sia una forza e un'energia
emozionale molto viva e bruciante, ed è ciò che in qualche modo ho sempre
inseguito negli attori con cui mi sono trovato a lavorare in questi
anni, su testi miei o su testi di autori contemporanei e classici. Questa
forza, - (che per me è una energia in grado di creare un attore sganciato
da ogni psicologismo del personaggio, per diventare un interprete vero
e cruento delle visioni feticistiche generate dalla parola in teatro),
- io credo di averla intuitivamente avvertita negli attori del Teatro
dell'Arca. Quasi certamente questa energia e forza provengono dallo
"spirito" con cui essi praticano il teatro, per me, per quanto mi riguarda
sono portato a pensare che pur provenendo da percorsi molto diversi
ora ci troviamo nella stessa "zona", esattamente come lo Stalker di
Tarkovskij. Interpretando questo viaggio vedremo se saremo in grado
di attraversare i misteri e le inquietudini che sono propri del paesaggio
teatrale contemporaneo. La scelta di un testo come "La commedia degli
errori" di William Shakespeare è decisamente legata al percorso fatto
dalla compagnia dell'Arca in questi ultimi anni su un autore così importante:
da "II sogno di una notte di mezza estate" a "Le allegre comari di Windsor",
per arrivare a questa "Commedia degli errori" nella traduzione di Eugenio
Montale. Va detto subito che la scelta di un testo come questo, considerato
uno Shakespeare "minore", decisamente poco frequentato, si inserisce
in una ottica di cambiamento e di sfida, nonché di continuazione di
una linea, considerata a buon ragione "popolare" nell'accezione più
positiva del termine. Il cambiamento è forse dato dal fatto che il Teatro
dell'Arca si ritrova dopo anni di collaborazione con un regista polacco
come Bradecki, a lavorare con me, che provengo da tutt'altra formazione;
mentre il motivo di sfida è comune, ed è dato dal fatto che questa "commedia"
presenta tutte le difficoltà e tutti gli ostacoli di una lingua e di
una condizione visionaria così lontane da noi. Personalmente, ed è quello
che siamo andati dicendoci durante le prove, reputo la "Commedia degli
errori" modernissima nella sua totale assenza di psicologismo, nell'ambientazione
decisamente futuribile (caso forse unico in Shakespeare) dove l'ambientazione
assume connotazioni astratte, quindi astoriche in qualche modo), nella
totale condizione autoreferenziale dei personaggi, su una struttura
drammaturgica che ha del formidabile per come è concepita e sviluppata.
Trovo che questa commedia, al di là della semplice funzione comica (alla
quale sarebbe riduttivo ovviamente ricondurla) costituisca un luogo
mentale dove la comunicazione e l'interconnessione fra gli esseri umani
è seriamente danneggiata per un caso di euforia del destino e della
storia. In fondo, questi gemelli che continuano a non riconoscersi,
a scambiarsi di ruolo e di nome, a sostituirsi nelle azioni e nei pensieri,
altro non sono che l'ironia e la confusione del linguaggio contemporaneo,
dove per una saturazione di informazione, nessuna comunicazione mediata
è possibile. Il tema del gemello, come condizione fisica e genetica,
in questa messa in scena, viene superato o comunque non accettato come
fattore visivo determinante: non è necessario proporre sulla scena un'immagine
identica per creare la confusione dei ruoli, delle azioni e dei pensieri;
ci pensa la convenzione del linguaggio inteso come unico mezzo per la
comunicazione a creare il concetto di "identità". Ed è proprio questo
il punto, anche se assume i contorni del gioco di parole: da una commedia
di errori basata sull'immagine identica di due (che poi sono quattro)
personaggi e dalla confusione dei loro ruoli, ed è possibile risalire
al problema di identità del personaggio e quindi dell'attore? Non è
per farne un gioco celebrale che mi sono accostato a questa commedia
con tali interrogativi, ma per affrontare un tema che mi ha sempre affascinato,
in ogni mia messa in scena (che si trattasse di un mio testo o di un
testo di altri): il tema del doppio. Un tema sul quale si sono scritti
libri, sia per il teatro che per ogni altra forma espressiva. Nel caso
specifico questa commedia è per me un'occasione per cercare questo doppio
negli attori del Teatro dell'Arca. Ed è appunto questo il carattere
che vuole assumere questa messa in scena: un'indagine sul confine fra
attore e personaggio fra ironia dell'attore e comicità del personaggio,
fra "vita" dell'attore ed euforia del personaggio, fra finzione della
situazione e delle parole e verità dei vizi e delle emozioni. La duplicazione
e quadruplicazione dei personaggi gemelli sarà solo affidata alle parole,
ma i loro visi (quelli degli attori), così diversi fra loro e così visibili,
dovranno essere in grado di comunicare ognuno una propria verità, contusa
fra le verità di tutti gli altri, che sia in qualche modo interprete
dell'euforia insondabile di una identità veramente in bilico - quella
della vita di tutti i giorni - che rasenta, a tratti, una comicità che
è anche tragedia.
Luglio 1992. Antonio Syxty
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