Teatro dell'Arca
presenta

LA COMMEDIA DEGLI ERRORI
di William Shakespeare
traduzione di Eugenio Montale

con
GIAMPIERO BARTOLINI, GIAMPIERO PIZZOL, SERGIO CANGINI,
STEFANO BRASCHI,
FRANCO PALMIERI, ANDREA SOFFIANTINI,
ROSARIO TRONNOLONE, ELEONORA MAZZONI,
FATIMA MARTINS,
RAFFAELLA BETTINI


regia
Antonio Sixty

scene e costumi Emanuela Pischedda
luci Maurizio Montobbio


La Commedia degli errori è il terzo testo shakespeariano, che il Teatro dell'Arca affronta, concludendo un primo ciclo di indagine sulla drammaturgia di Shakespeare. Il "Progetto Shakespeare" nasce nell'89 con l'esigenza di sviluppare sempre di più la vocazione teatrale del gruppo, capitalizzando una esperienza ultra decennale vissuta nel mondo del teatro. La regia, che nei precedenti tavoli era stata di Tadeusz Bradecki, è affidata ad Antonio Syxty, regista e autore milanese conosciuto per il suo lavoro al Teatro OUT OFF di Milano e recentemente per la connnedia-scandalo L'Aquila Bambina, messa in scena con grande clamore da Luca Ronconi. L'incontro tra Antonio Syxty e il Teatro dell'Arca, avvenuto al Teatro OUT OFF, è proseguito sotto il segno dell'amicizia comune con Giovanni Testori e si è poi rafforzato nella conoscenza del reciproco lavoro teatrale trovando in Shakespeare un terreno comune su cui confrontarsi: la Commedia degli Errori, in particolare, si è prestata ad essere il campo di questo lavoro. Il testo narra di due coppie di gemelli (due giovani padroni e relativi senvi) che si scontrano senza incontrarsi in una Efeso che sa più di "mercanzia" mediterranea che di civiltà ellenistica, costringendo lo spettatore ad immergersi senza riserve in un clima di straordinari equivoci, in un intreccio dove l'avventura si mescola con una sorta di giocosa circolazione verbale. La regia, che si è valsa di collaborazioni esterne al Teatro dell'Arca, quali Emanuela Pischedda per le scene e i costumi, e Maurizio Montobbio per le luci, ha scelto di calare il divertente gioco drammaturgico di Shakespeare nel regno della fantasia, chiedendo l'aiuto ali all'immaginario cinematografico del film di Spielberg o ai cartoons. I costumi infatti, ma anche la caratterizzazione dei personaggi, sembrano usciti dal bar intergalattico di Guerre Stellari, le scene semplici e allo stesso tempo ricche di colori, effetti e suggestioni sono funzionali alle azioni che si susseguono con ritmo veloce e incalzante sottolineate dalla musica di autori divenuti popolari grazie a Walt Disney.
Roberto Traverso

Le occasioni di un incontro possono essere le più diverse e inopinabili, ma celano quasi sempre un disegno, che il più delle volte è esterno a noi e alle nostre scelte razionali. Alcuni di noi, io in particolare, siamo portati a far in modo che quando ciò avviene, e io ne vengo a conoscenza tramite l'intuizione, faccio sì di seguire quel disegno - che la maggior parte di noi chiama coincidenza - ma che è qualcosa di più della semplice coincidenza. Nel caso specifico l'incontro con il Teatro dell'Arca di Forlì è avvenuto tramite un precedente incontro, a Milano, con Giovanni Testori, in occasione di un convegno-simposio organizzato dal Teatro Out Off di Milano, con il quale ho sempre lavorato e dal quale provengo. L'incontro con Testori dette luogo ad un lungo scambio interpersonale di vedute sul teatro vissuto come ritualità: fino ad arrivare ad alcuni incontri pubblici all'Out Off sulla "parola" in teatro e sulla sua potenza e concretezza; e poco dopo alla rappresentazione di "In Exitu" con Franco Branciaroli e Testori stesso, in scena per oltre un mese al Teatro Out Off. In seguito Testori mi parlò dell'Arca, e io ebbi l'occasione di veder "La vertigine della condizione umana" di Don Giussani, curato e messo in scena dallo stesso Testori: anche questa volta lo spettacolo era ospite al Teatro Out Off. Passò del tempo e gli attori e membri del Teatro dell'Arca videro la messa in scena e la mia regia di "Orgia" di Pasolini, e poi di "Tieste" di Seneca; e poi io vidi il loro "Le allegre comari di Windsor", eccetera, eccetera. Tutto questo per dire che ci siamo più volte incontrati, parlati, intesi, dimostrando - credo in modo reciproco - una volontà di frequentare per una volta la medesima "zona": uno spettacolo da fare insieme. Al di là di questi incontri, e del disegno esterno a noi di cui parlavo prima, (al quale intuitivamente mi sono abbandonato per seguirlo), io credo che negli attori del Teatro dell'Arca ci sia una forza e un'energia emozionale molto viva e bruciante, ed è ciò che in qualche modo ho sempre inseguito negli attori con cui mi sono trovato a lavorare in questi anni, su testi miei o su testi di autori contemporanei e classici. Questa forza, - (che per me è una energia in grado di creare un attore sganciato da ogni psicologismo del personaggio, per diventare un interprete vero e cruento delle visioni feticistiche generate dalla parola in teatro), - io credo di averla intuitivamente avvertita negli attori del Teatro dell'Arca. Quasi certamente questa energia e forza provengono dallo "spirito" con cui essi praticano il teatro, per me, per quanto mi riguarda sono portato a pensare che pur provenendo da percorsi molto diversi ora ci troviamo nella stessa "zona", esattamente come lo Stalker di Tarkovskij. Interpretando questo viaggio vedremo se saremo in grado di attraversare i misteri e le inquietudini che sono propri del paesaggio teatrale contemporaneo. La scelta di un testo come "La commedia degli errori" di William Shakespeare è decisamente legata al percorso fatto dalla compagnia dell'Arca in questi ultimi anni su un autore così importante: da "II sogno di una notte di mezza estate" a "Le allegre comari di Windsor", per arrivare a questa "Commedia degli errori" nella traduzione di Eugenio Montale. Va detto subito che la scelta di un testo come questo, considerato uno Shakespeare "minore", decisamente poco frequentato, si inserisce in una ottica di cambiamento e di sfida, nonché di continuazione di una linea, considerata a buon ragione "popolare" nell'accezione più positiva del termine. Il cambiamento è forse dato dal fatto che il Teatro dell'Arca si ritrova dopo anni di collaborazione con un regista polacco come Bradecki, a lavorare con me, che provengo da tutt'altra formazione; mentre il motivo di sfida è comune, ed è dato dal fatto che questa "commedia" presenta tutte le difficoltà e tutti gli ostacoli di una lingua e di una condizione visionaria così lontane da noi. Personalmente, ed è quello che siamo andati dicendoci durante le prove, reputo la "Commedia degli errori" modernissima nella sua totale assenza di psicologismo, nell'ambientazione decisamente futuribile (caso forse unico in Shakespeare) dove l'ambientazione assume connotazioni astratte, quindi astoriche in qualche modo), nella totale condizione autoreferenziale dei personaggi, su una struttura drammaturgica che ha del formidabile per come è concepita e sviluppata. Trovo che questa commedia, al di là della semplice funzione comica (alla quale sarebbe riduttivo ovviamente ricondurla) costituisca un luogo mentale dove la comunicazione e l'interconnessione fra gli esseri umani è seriamente danneggiata per un caso di euforia del destino e della storia. In fondo, questi gemelli che continuano a non riconoscersi, a scambiarsi di ruolo e di nome, a sostituirsi nelle azioni e nei pensieri, altro non sono che l'ironia e la confusione del linguaggio contemporaneo, dove per una saturazione di informazione, nessuna comunicazione mediata è possibile. Il tema del gemello, come condizione fisica e genetica, in questa messa in scena, viene superato o comunque non accettato come fattore visivo determinante: non è necessario proporre sulla scena un'immagine identica per creare la confusione dei ruoli, delle azioni e dei pensieri; ci pensa la convenzione del linguaggio inteso come unico mezzo per la comunicazione a creare il concetto di "identità". Ed è proprio questo il punto, anche se assume i contorni del gioco di parole: da una commedia di errori basata sull'immagine identica di due (che poi sono quattro) personaggi e dalla confusione dei loro ruoli, ed è possibile risalire al problema di identità del personaggio e quindi dell'attore? Non è per farne un gioco celebrale che mi sono accostato a questa commedia con tali interrogativi, ma per affrontare un tema che mi ha sempre affascinato, in ogni mia messa in scena (che si trattasse di un mio testo o di un testo di altri): il tema del doppio. Un tema sul quale si sono scritti libri, sia per il teatro che per ogni altra forma espressiva. Nel caso specifico questa commedia è per me un'occasione per cercare questo doppio negli attori del Teatro dell'Arca. Ed è appunto questo il carattere che vuole assumere questa messa in scena: un'indagine sul confine fra attore e personaggio fra ironia dell'attore e comicità del personaggio, fra "vita" dell'attore ed euforia del personaggio, fra finzione della situazione e delle parole e verità dei vizi e delle emozioni. La duplicazione e quadruplicazione dei personaggi gemelli sarà solo affidata alle parole, ma i loro visi (quelli degli attori), così diversi fra loro e così visibili, dovranno essere in grado di comunicare ognuno una propria verità, contusa fra le verità di tutti gli altri, che sia in qualche modo interprete dell'euforia insondabile di una identità veramente in bilico - quella della vita di tutti i giorni - che rasenta, a tratti, una comicità che è anche tragedia.
Luglio 1992. Antonio Syxty