Teatro dell'Arca
presenta

I DUE GEMELLI VENEZIANI
di Carlo Goldoni

con
GIAMPIERO PIZZOL, ELEONORA MAZZONI, STEFANO BRASCHI,
ANDREA SOFFIANTINI, RAFFAELLA BETTINI, OTELLO CENCI,
FATIMA MARTINS, STEFANO BACCINI


regia
Franco Branciaroli

scene e costumi Emanuela Pischedda
luci Maurizio Montobbio


Che la vita di Carlo Goldoni sia una grande avventura verso la riforma del Teatro è ben noto e, soprattutto, questa è l'impressione che lo stesso Goldoni ha voluto trasmettere nello scrivere, ormai vecchio drammaturgo emigrato a Parigi, i "Memoires de Monsieur Goldoni pour bien servire l'histoire de sa vie et de son théàtre". Tutto è vagamente romanzesco e la sua opera, centinaia di commedie di successo e qualche "tonfo", un'unica gigantesca marea finalizzata a sommergere il vecchio teatro delle maschere. Una sfacciata lucidità consente a Goldoni di sentirsi al centro esatto del teatro che nella seconda metà del Settecento nasce dalle ceneri della Commedia dell'Arte. Prova ne è il racconto della nascita di una commedia come "I gemelli veneziani": nel 1747 Carlo Goldoni lavora con uno dei più celebri impresari veneziani, Gerolamo Medebach, che proprio in quell'anno prende in gestione una sala altrettanto celebre, il Teatro Sant'Angelo. Primo attore della compagnia un grande Pantalone, Cesare D'Arbes, al quale - per l'occasione e soprattutto per la prima volta - Carlo Goldoni decide di "togliere la maschera": "Per meglio consolidare la sua fama, bisognava farlo brillare a viso scoperto; era quello il mio disegno, il mio principale scopo. Avevo avuto abbastanza tempo e modo per esaminare i vari caratteri personali dei miei attori. In Darbes avevo notato due movimenti opposti e soliti nel suo aspetto e nel suo gioco. A volte era l'uomo di mondo più ridente, brillante e vivace; a volte assumeva l'aria, i tratti, i discorsi di un sempliciotto, d'un balordo; e quei mutamenti accadevano in lui naturalmente, senza che ci pensasse. Tale scoperta mi suggerì l'idea di farlo comparire sotto quei due aspetti nello stesso lavoro. Uno dei due fratelli, chiamato Tonin, era stato mandato a Venezia da suo padre; l'altro, di nome Zanetto, era stato mandato a Bergamo da uno zio. Il primo era allegro, brillante, piacevole; l'altro rozzo e sgarbato". E' il primo, piccolo ma significativo passo verso la riforma: anche se nei "Gemelli" altre maschere ancora restano in scena, Goldoni comincia a cambiare qualcosa in uno schema che da due secoli esatti tentava di sopravvivere a se stesso, ormai cristallizzato e senza futuro. Via le maschere, dentro gli uomini. Non più semplicemente "caratteri", ma persone, in attesa di inserirvi complesse relazioni, interpersonali ("La locandiera") e sociali ("Le baruffe chiozzotte").

Carlo Goldoni ripercorre la trama della commedia, che D'Arbes portò al successo e segnò il punto più alto "della gloria e della gioia" nella sua carriera: "Zanetto doveva sposare Rosaura, figlia di un negoziante di Verona: parte per raggiungere la sua bella. L'altro corre dietro alla sua amante nella stessa città: ecco come i due gemelli si avvicinano senza saperlo. La somiglianza non poteva essere più sorprendente, visto che la stessa persona faceva tutt'e due le parti. In quella commedia c'è un personaggio episodico che fornisce molta azione, prepara e compie la catastrofe. E' un impostore di nome Pancrazio, amico del suocero di Zanetto; egli aspira a conquistare il cuore o la mano di Rosaura, e si nasconde sotto il manto dell'ipocrisia. Quest'astuto uomo si impadronisce della mente dell'ingenuo bergamasco, gli da a intendere che al mondo non c'è nulla di pericoloso come le donne. Zanetto, che per via della sua dabbenaggine non può vantarsi dei favori del sesso, trova che Panrrazio ha ragione, ma è tormentato dalla carne: il birbante gli da una polverina per liberarlo dagli stimoli, il poveretto la trangugia e s'avvelena". Un passo avanti ed uno indietro: Goldoni guarda al futuro del teatro senza rotture: se infatti da una parte toglie la maschera a D'Arbes, dall'altra si ispira ad una trama a intreccio di origine plautina, con emuli praticamente in ogni secolo (come ricorda lo stesso Goldoni nella prefazione dei "Gemelli"), da Trissino a Shakespeare, passando per quell'attore-autore straordinario che fu Giovan Battista Andreini: "Ho voluto farvi questa leggenda, perché veggiate che io so benissimo quanto rancido è l'argomento della mia Commedia presente, e da quante diverse mani è stato trattato. Potete però coll'incontro delle Commedie allegatevi rassicurarvi, che poco mi sono profitatto dell'altrui invenzioni. Io ho creduto di poter innalzare sul fondamento vecchio una fabbrica affatto nuova, e ciò mi venne in mente sull'osservazione da me fatta che in tutte le antiche pariglie i due Gemelli, oltre al doversi supporre somigliantissimi in tutto l'estrinseco della persona, il che è pur nella mia, sono rappresentati eziandio d'un somigliantissimo carattere, o certamente non guari diverso. Mi sono voluto però provare a farli di carattere affatto differenti l'uno dall'altro, e dar loro nomi distinti". Doppia personalità, attori comici in grado di reggere il palcoscenico senza l'artificio della maschera; il ritorno all'uso della lingua veneziana. "I due gemelli veneziani" diventa un grande gioco di destrezza, una commedia piena di intrighi ed equivoci: un passo indietro e due avanti, verso quel Gran Teatro del Mondo che da lì a poco spazzerà via le fiabe di Gozzi e le maschere di due secoli di teatro all'italiana.