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Che la vita di Carlo Goldoni
sia una grande avventura verso la riforma del Teatro è ben noto e, soprattutto,
questa è l'impressione che lo stesso Goldoni ha voluto trasmettere nello
scrivere, ormai vecchio drammaturgo emigrato a Parigi, i "Memoires de
Monsieur Goldoni pour bien servire l'histoire de sa vie et de son théàtre".
Tutto è vagamente romanzesco e la sua opera, centinaia di commedie di
successo e qualche "tonfo", un'unica gigantesca marea finalizzata a
sommergere il vecchio teatro delle maschere. Una sfacciata lucidità
consente a Goldoni di sentirsi al centro esatto del teatro che nella
seconda metà del Settecento nasce dalle ceneri della Commedia dell'Arte.
Prova ne è il racconto della nascita di una commedia come "I gemelli
veneziani": nel 1747 Carlo Goldoni lavora con uno dei più celebri impresari
veneziani, Gerolamo Medebach, che proprio in quell'anno prende in gestione
una sala altrettanto celebre, il Teatro Sant'Angelo. Primo attore della
compagnia un grande Pantalone, Cesare D'Arbes, al quale - per l'occasione
e soprattutto per la prima volta - Carlo Goldoni decide di "togliere
la maschera": "Per meglio consolidare la sua fama, bisognava farlo brillare
a viso scoperto; era quello il mio disegno, il mio principale scopo.
Avevo avuto abbastanza tempo e modo per esaminare i vari caratteri personali
dei miei attori. In Darbes avevo notato due movimenti opposti e soliti
nel suo aspetto e nel suo gioco. A volte era l'uomo di mondo più ridente,
brillante e vivace; a volte assumeva l'aria, i tratti, i discorsi di
un sempliciotto, d'un balordo; e quei mutamenti accadevano in lui naturalmente,
senza che ci pensasse. Tale scoperta mi suggerì l'idea di farlo comparire
sotto quei due aspetti nello stesso lavoro. Uno dei due fratelli, chiamato
Tonin, era stato mandato a Venezia da suo padre; l'altro, di nome Zanetto,
era stato mandato a Bergamo da uno zio. Il primo era allegro, brillante,
piacevole; l'altro rozzo e sgarbato". E' il primo, piccolo ma significativo
passo verso la riforma: anche se nei "Gemelli" altre maschere ancora
restano in scena, Goldoni comincia a cambiare qualcosa in uno schema
che da due secoli esatti tentava di sopravvivere a se stesso, ormai
cristallizzato e senza futuro. Via le maschere, dentro gli uomini. Non
più semplicemente "caratteri", ma persone, in attesa di inserirvi complesse
relazioni, interpersonali ("La locandiera") e sociali ("Le baruffe chiozzotte").
Carlo Goldoni ripercorre la trama della commedia, che D'Arbes portò
al successo e segnò il punto più alto "della gloria e della gioia" nella
sua carriera: "Zanetto doveva sposare Rosaura, figlia di un negoziante
di Verona: parte per raggiungere la sua bella. L'altro corre dietro
alla sua amante nella stessa città: ecco come i due gemelli si avvicinano
senza saperlo. La somiglianza non poteva essere più sorprendente, visto
che la stessa persona faceva tutt'e due le parti. In quella commedia
c'è un personaggio episodico che fornisce molta azione, prepara e compie
la catastrofe. E' un impostore di nome Pancrazio, amico del suocero
di Zanetto; egli aspira a conquistare il cuore o la mano di Rosaura,
e si nasconde sotto il manto dell'ipocrisia. Quest'astuto uomo si impadronisce
della mente dell'ingenuo bergamasco, gli da a intendere che al mondo
non c'è nulla di pericoloso come le donne. Zanetto, che per via della
sua dabbenaggine non può vantarsi dei favori del sesso, trova che Panrrazio
ha ragione, ma è tormentato dalla carne: il birbante gli da una polverina
per liberarlo dagli stimoli, il poveretto la trangugia e s'avvelena".
Un passo avanti ed uno indietro: Goldoni guarda al futuro del teatro
senza rotture: se infatti da una parte toglie la maschera a D'Arbes,
dall'altra si ispira ad una trama a intreccio di origine plautina, con
emuli praticamente in ogni secolo (come ricorda lo stesso Goldoni nella
prefazione dei "Gemelli"), da Trissino a Shakespeare, passando per quell'attore-autore
straordinario che fu Giovan Battista Andreini: "Ho voluto farvi questa
leggenda, perché veggiate che io so benissimo quanto rancido è l'argomento
della mia Commedia presente, e da quante diverse mani è stato trattato.
Potete però coll'incontro delle Commedie allegatevi rassicurarvi, che
poco mi sono profitatto dell'altrui invenzioni. Io ho creduto di poter
innalzare sul fondamento vecchio una fabbrica affatto nuova, e ciò mi
venne in mente sull'osservazione da me fatta che in tutte le antiche
pariglie i due Gemelli, oltre al doversi supporre somigliantissimi in
tutto l'estrinseco della persona, il che è pur nella mia, sono rappresentati
eziandio d'un somigliantissimo carattere, o certamente non guari diverso.
Mi sono voluto però provare a farli di carattere affatto differenti
l'uno dall'altro, e dar loro nomi distinti". Doppia personalità, attori
comici in grado di reggere il palcoscenico senza l'artificio della maschera;
il ritorno all'uso della lingua veneziana. "I due gemelli veneziani"
diventa un grande gioco di destrezza, una commedia piena di intrighi
ed equivoci: un passo indietro e due avanti, verso quel Gran Teatro
del Mondo che da lì a poco spazzerà via le fiabe di Gozzi e le maschere
di due secoli di teatro all'italiana.
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