L'albero
presenta

IL MALATO IMMAGINARIO
di Molière
traduzione e adattamento Lorenzo Salveti e Luigi Maria Musati

con
GIGI ANGELILLO
LUDOVICA MODUGNO

regia
Lorenzo Salveti

scene e costumi Lele Luzzati
musiche Fiorenzo Carpi


"Le Malade Imaginaire-Meflée de Musique, & de Dance", questa ormai arcaica scritta appariva sulla locandina del Teatro Palais Royal, in occasione delle rappresentazioni dell'ultima commedia di Jean-Baptiste Poquelin (Molière). Era il 1673 e dopo quattro repliche della sua trentatreesima opera teatrale, una dei più grandi autori della drammaturgia di tutti i tempi, moriva consegnando al suo illuminato sovrano Luigi XIV, un capolavoro che più esprimeva il suo odio corrosivo nei confronti dei medici, la diffidenza per il nascente pensiero scientifico e la sua abilità nel tracciare ritratti individuali e sociali attraverso un inimitabile gioioso gioco teatrale. Tanto forte ed emblematico divenne il personaggio di "Argan" nelle rappresentazioni moderne del "Malato" che molti "mattatori" del teatro (e del cinema) vollero cimentarsi, nella maturità, in un ruolo di bravura, quasi un assolo, che sempre più ha allontanato il pubblico da quel "Meflée" originario di Musica e danza che ora Lorenza Salveti ci restituisce, recuperando prologo e intermezzi , musiche e maschere, gioco scenico e leggerezza, per raccontare di "altre" malattie, come il mal d'amore e l'infingimento di morte (necessità di essere considerati e di ristabilire la verità), il potere (dottori=cattivi rappresentanti del potere), la "solitudine" , dalla quale "guarire" con ogni mezzo. E così siamo di Carnevale. Una pastorella canta il suo mal d'amore: "Nessun medico mi potrà guarire". Pulcinella dedica una serenata alla sua bella: "D'amore si muore", ed ecco, infatti, una ronda notturna di spettrali carabinieri che lo uccide di botte. Un coro di Arlecchini invita a godersi gli anni più belli della gioventù... e intanto un malato immaginario mangia pillole e vive solo di clisteri per esorcizzare la paura della morte, dandosi malato a vita per farsi coccolare come quando era bambino. Ostinarsi a credere che la medicina compia miracoli è il suo sistema per allungarsi l'esistenza, per illudersi che la vita non è fatta per morire. Ne approfitta una compagnia squinternata di medici cialtroni e interessati... poi un'idea: perché non diventare lui stesso medico? Dottore per se stesso? Uomo di patere? Ed ecco l'ultima mascherata: tutti diventano dottori per consegnare a lui la laurea; il malato si trasforma in dottore "immaginario", tra danze, canti e sarabanda finale: "Vivat, vivat, semper vivat!". Paura della morte scongiurata?