|
"Le Malade Imaginaire-Meflée
de Musique, & de Dance", questa ormai arcaica scritta appariva sulla
locandina del Teatro Palais Royal, in occasione delle rappresentazioni
dell'ultima commedia di Jean-Baptiste Poquelin (Molière). Era il 1673
e dopo quattro repliche della sua trentatreesima opera teatrale, una
dei più grandi autori della drammaturgia di tutti i tempi, moriva consegnando
al suo illuminato sovrano Luigi XIV, un capolavoro che più esprimeva
il suo odio corrosivo nei confronti dei medici, la diffidenza per il
nascente pensiero scientifico e la sua abilità nel tracciare ritratti
individuali e sociali attraverso un inimitabile gioioso gioco teatrale.
Tanto forte ed emblematico divenne il personaggio di "Argan" nelle rappresentazioni
moderne del "Malato" che molti "mattatori" del teatro (e del cinema)
vollero cimentarsi, nella maturità, in un ruolo di bravura, quasi un
assolo, che sempre più ha allontanato il pubblico da quel "Meflée" originario
di Musica e danza che ora Lorenza Salveti ci restituisce, recuperando
prologo e intermezzi , musiche e maschere, gioco scenico e leggerezza,
per raccontare di "altre" malattie, come il mal d'amore e l'infingimento
di morte (necessità di essere considerati e di ristabilire la verità),
il potere (dottori=cattivi rappresentanti del potere), la "solitudine"
, dalla quale "guarire" con ogni mezzo. E così siamo di Carnevale. Una
pastorella canta il suo mal d'amore: "Nessun medico mi potrà guarire".
Pulcinella dedica una serenata alla sua bella: "D'amore si muore", ed
ecco, infatti, una ronda notturna di spettrali carabinieri che lo uccide
di botte. Un coro di Arlecchini invita a godersi gli anni più belli
della gioventù... e intanto un malato immaginario mangia pillole e vive
solo di clisteri per esorcizzare la paura della morte, dandosi malato
a vita per farsi coccolare come quando era bambino. Ostinarsi a credere
che la medicina compia miracoli è il suo sistema per allungarsi l'esistenza,
per illudersi che la vita non è fatta per morire. Ne approfitta una
compagnia squinternata di medici cialtroni e interessati... poi un'idea:
perché non diventare lui stesso medico? Dottore per se stesso? Uomo
di patere? Ed ecco l'ultima mascherata: tutti diventano dottori per
consegnare a lui la laurea; il malato si trasforma in dottore "immaginario",
tra danze, canti e sarabanda finale: "Vivat, vivat, semper vivat!".
Paura della morte scongiurata?
|