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La lettura di Molto rumore per nulla mi suggerisce un'impressione precisa
(peraltro corroborata da altrettanto precisi dati storici) legata all'esperienza
dei rapporti, interni al teatro, con attori e autori. Tale sensazione
è che questa commedia sia stata scritta espressamente per una compagnia,
ma non nel senso generico per cui tutto il teatro, allora, veniva scritto
esclusivamente per essere rappresentato, ma in una accezione più specifica
in cui le singole parti, oserei dire l'umore di certe battute, sia gioiosamente
riconducibile a modi, caratteristiche, pregi e difetti, teatrali e quotidiani
immediatamente riconoscibili come propri dal gruppo di attori (in parte
noto) che ruotavano intorno a Shakespeare in quel momento. Da qui la
necessità non tanto di una impraticabile ricostruzione di quali personaggi
della vita si nascondessero dietro gli attori chiamati a interpretare
quei personaggi della scena, quanto lo sforzo di intuire, attraverso
il testo, la volontà pretestuale dell'autore di utilizzare gli schemi
della commedia per trascinare ludicamente gli attori ad offrire direttamente
il meglio del proprio repertorio o a costringerli ironicamente ad affrontare
le proprie debolezze sotto gli occhi divertiti dei colleghi. Un gioco
fatto di garbate allusioni interne che si traduce, per gli spettatori,
in quel carattere caustico e affettuoso che illumina trasversalmente
l'intera rappresentazione e fornisce così una chiave di scrittura scenica
equivalente al garbo e allo spirito della scrittura testuale. Per l'attore
di oggi si tratta quindi di un grande gioco esponenziale dove al divertimento
della costruzione del personaggio si aggiunge il piacere di credere
che l'autore abbia pensato proprio a lui, vuoi con l'intenzione di coglierne
con entusiastica efficacia le virtù, vuoi per pubblicizzarne con affettuosa
malizia i vizi più noti. E il regista deve ricomporre i registri della
struttura per permettere al gioco di maturare attraverso il puro e semplice
racconto della vicenda. Tutto questo ben si accorda ad una componente
drammaturgica e di stile propria del tempo: il piacere di rappresentarsi
che di fatto concorre a creare uno schermo ai propri sentimenti e a
riproporli in modo "doppio" con un distacco ironico e immaginario. Il
gusto della simmetria e della speculiarità accompagnavano la riflessione
sulla propria dimensione quotidiana e la trasformavano in materia di
ulteriore teatralità anche all'interno di una rappresentazione teatrale.
Non si tratta di vero e proprio teatro nel Teatro (anche se è da qui
che nasce questo espediente), ma del piacere del rimando continuo che
sulla scena diventa sì un riflesso della natura, ma perso in un gioco
di specchi senza fine. E dove ritrovare oggi il canone per riproporre
gli schemi di quella commedia con lo stesso spirito di allora se non
nel debito che il teatro contemporaneo e il cinema di produzione anglosassone
(Hollywood per tutti) hanno contratto con il teatro di Shakespeare?
Il saccheggio compiuto dai drammi, cosiddetti storici che oscillano
con involontaria comicità tra passato e presente e il saccheggio compiuto
sulle commedie da teatro e dal cinema brillante, sono palesi. Quel linguaggio
mutato dalle formule cortesi di buona conversazione (che trasformavano
appunto ogni atto della vita in rappresentazione) è giunto fino a noi
nel gusto saporito di quei dialoghi scritti con folgorante perfidia
dagli sceneggiatori americani. Quante coppie di innamorati frustrati
per egoistica timidezza e per il piacere sublime della battuta, quanti
innamorati ingenui ingannati dalla loro stessa giovanile cocciutaggine,
e "malin ex machina", e virili rapporti camerateschi al limite dell'omosessualità,
e gustosi conflitti per diversa estrazione sociale tra aristocratici
distaccati e borghesi pragmatici, e servitù fedele o disgraziata, e
quante volte abbiamo visto l'Italia come teatro di un mondo sospeso
tra favola e melò; e infine quanti poliziotti tonti offuscati dalla
sedicente importanza del loro ruolo. Qui il teatro elisabettiano, forte
dei suoi famosi clown, cercava la formula del comico nell'irriverente
repertorio popolare del "buffo" e di conseguenza in quel sistema di
comicità che, a torto o a ragione, si identificava superficialmente
nell'"arte" italiana di cui oggi restano tracce nell'avanspettacolo
e nel cinema della commedia, appunto, cosiddetta all'italiana. Quindi:
sottile piacere nel ripercorrere una storia complessa, deliziosa e ricca
di anticipazioni romantiche, scritta per questo pugno di attori grandi
e/o sciagurati che portano sulle spalle il peso di una tradizione brillante
e ricca di altrettanto romantiche inquietudini, in cui è possibile pescare
a piene mani per il loro e il nostro piacere.
Gigi Dall'Aglio
Come altre commedie di Shakespeare, Molto rumore per nulla intreccia
trame eterogenee. Nella Bisbetica domata, per esempio, quello della
femmina ribelle da ridurre all'obbedienza è un topos tipico della narrativa
medievale, mentre l'altra storia con lo spasimante che scambia gli abiti
col servo per avere accesso alla sua bella viene dal dramma classico.
Nel Sogno di una notte di mezza estate il mondo dell'antichità (gli
innamorati in fuga da Atene) interagisce con quello del folklore celtico
(Oberon, litania e le creature del bosco), e fra i due fanno da tramite,
su di un terzo piano, i buffi filodrammatici popolani. Anche in Molto
rumore per nulla dei goffi e sgrammaticati plebei - qui, appartenenti
alle forze dell'ordine, guidati da un commissario ebbro di gergo paraburocratico
- servono a risolvere l'impasse in cui si sono cacciate le due vicende
principali, ossia quella non certo nuova con una fidanzata ingiustamente
ripudiata alla vigilia delle nozze, e quella, meno sfruttata ma più
esile, di Beatrice e Benedetto che non si possono soffrire e si danno
sulla voce tutte le volte che si incontrano, salvo scoprirsi reciprocamente
innamorati in seguito allo scherzo di amici comuni. Per funzionare davvero
ogni commedia che si rispetti deve presentare in mezzo a ingredienti
risaputi e rassicuranti, qualcosa di sorprendente e di nuovo: una trovata.
In Molto rumore per nulla quasi tutto era ben collaudato già ai suoi
tempi; di suo Shakespeare - lo Shakespeare ancora della fase "ottimistica",
allegra e vitale - ci mise soprattutto il know how, ossia la grazia,
l'equilibrio, la levità, circoscrivendo le storie in una piccola città
occupata da una guarnigione (nel suo film Kenneth Branagh ha compresso
ulteriormente l'unità di luogo, ambientando la storia in una bella villa
toscana, con la conseguenza di rendere perfettamente assurda e anzi
quasi incomprensibile l'esistenza di una ronda di notte). Ma ci mise
anche un elemento quasi del tutto inedito anche se se ne possono indicare
avvisaglie nella surricordata Bisbetica, e anche in Pene d'amor perdute:
un elemento destinato a grande fortuna, anzi, a continuare a riproporsi
nel teatro inglese dei secoli successivi. Parlo dell'avvento di quella
che un tempo gli storici chiamavano, oggi non sarebbe più possibile,
"the gay couple", ossia la coppia di innamorati spiritosi, ironici,
intelligenti: Beatrice e Benedetto, e dopo di loro Rosalinda e (meno)
Orlando in Come vi piace, antecedenti, fra moltissimi altri, di Oriana
e Mirabell (The Wilde Goose Chase, di John Fletcher), di Millamant e
un altro Mirabell (Così va il mondo, di Congreve), e via
dicendo fino ad Amanda e Eliot (Vite private di Noel Coward). Cos'hanno
in comune tutte queste coppie? Innanzitutto,
il wit, ossia la felicità espressiva, il talento, l'umorismo, la prontezza
di spirito. E poi, il fatto di non essere giovanissime: sia lui sia
lei sono rimasti single fino al fatidico incontro, per una scelta motivata
da una scontrosità che può essere autodifensiva, ma che finora ha scoraggiato
i pretendenti, timorosi di essere presi in giro. L'incontro avviene
sul terreno del buonumore; i due si piacciono e scoprono di star bene
insieme perché riescono a farsi ridere a vicenda, anche se, ipercritici
come sono, ci mettono un po' per ammetterlo. Ora, che il riso faccia
parte dell'amore lo hanno sempre saputo tutti; ma il teatro fu lento
a prenderne atto, specie per quanto riguarda le donne. Le innamorate
della commedia classica sono di solito prive di personalità, sono delle
prede e poco più; un po' di vivacità e di brio si affaccia con la commedia
dell'arte, ma di solito vengono attribuiti alle servette, non alle protagoniste.
Forse Shakespeare scoprì che si può far sorridere anche con una storia
d'amore mentre cercava qualcos'altro, ossia il modo di mostrare nella
Bisbetica Caterina che si arrende a Petruccio senza che ciò sancisca
una sopraffazione quale uno spirito moderno non poteva non trovare intollerabile;
la soluzione fu far accettare da Caterina l'umorismo di Petruccio; i
due si alleano quando scoprono di poter ridere, insieme, del resto del
mondo. Con Molto rumore per nulla l'affinità loro malgrado fra i due
motteggiatori diventa motore della storia; e i fuochi d'artificio fra
costoro oltre a collocare nel teatro inglese una tappa obbligata nella
camera di ogni attore e di ogni attrice brillante, vi inaugurarono come
si è accennato sopra un filone destinato ad arrivare gloriosamente fino
ai nostri giorni, fulminando nella commedia hollywoodiana dell'età d'oro,
quando le irresistibili schermaglie di Beatrice e Benedetto furono rinnovate
da Cary Grant e Rosalind Russell, William Powell e Myrna Loy, Katharine
Hepburn e Spencer Tracy...
Masolino D'Amico
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