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Corriere della Sera, Domenica 29 Gennaio 1995
L'intelligente regia di Lavia mette in luce l'aria da "storia di
guarnigione" che aleggia nell'opera di Shakespeare.
Otello: tragedia in caserma.
Grande prestazione di Branciaroli, che trasforma Otello in ufficiale
puerile e retorico, e di Orsini, uno Jago intellettuale e introverso.
Otello è la storia
di un uomo ingenuamente, "barbaricamente" impulsivo che un altro uomo
induce alla gelosia e al delitto, oppure è la storia di un uomo tormentato
dall'odio che induce un altro uomo alla gelosia e al delitto? Non è
un gioco di parole, ma un modo meno brutale per chiedersi chi sia, fra
Otello e Jago, il vero protagonista. E, naturalmente, per suggerire
che alla domanda non si può dare risposta: il fascino di quella che
è, non senza ragione, una delle opere più famose di Shakespeare consiste
in buona parte proprio nella sua perfetta bipolarità, nel suo fatale
strutturarsi attorno a due caratteri o, per dir meglio, a due enigmi
esistenziali tanto diversi quanto complementari. Da un punto di vista
specificamente teatrale, la conseguenza più vistosa di questa bipolarità
è che il primo requisito di una messa in scena di Otello sia di poter
contare, per i due ruoli principali, su due attori di pari autorità
espressiva. Non capita spesso, soprattutto in Italia; e merito non secondario
di Gabriele Lavia, regista del nuovo allestimento della tragedia coprodotto
dal Teatro Eliseo e dal Teatro degli Incamminati con Franco Branciaroli
come Otello e Umberto Orsini come Jago, è di non aver sprecato l'opportunità
offerta dalla presenza di questa formidabile coppia. Ma il regista ha
fatto di più e di meglio che sfruttare l'intelligenza dei due attori;
ha creato una situazione, un impianto figurativo, una metafora ambientale
di grande leggibilità, giocando con molta accortezza quella carta della
"modernizzazione" della vicenda che tante volte risulta del tutto improduttiva
o, peggio, fastidiosamente forviante e che qui si rivela invece decisiva
per la compattezza e la perspicuità del racconto. Collocando l'azione
negli anni fra le due grandi guerre del nostro secolo, e rivestendo
i personaggi maschili con le divise e i lunghi pastrani dell'esercito
inglese dell'epoca, Lavia, assai ben coadiuvato da Paolo Tommasi per
le scene e i costumi, ha infatti accentuato e reso immediatamente, fisicamente
avvertibile il carattere di storia da guarnigione, se non addirittura
da forte assediato, che è implicito, da un certo punto in poi (precisamente
dall'arrivo a Cipro del generale con la giovane moglie e con il seguito)
nei fatti della tragedia, anche se tutte le premesse psicologiche e
"antropologiche" sono state già poste nelle iniziali scene veneziane.
E una trasposizione che, narrativamente parlando, non fa davvero una
grinza, nel senso che aderisce senza scarto o residuo alcuno alla logica
dei singoli episodi, esentandoci, se così si può dire, da qualsiasi
obbligo di retrospettività storica, e verificando nel più lampante dei
modi l'universalità della parabola: esattamente ciò che tutti gli allestimenti
"in abiti moderni" di grandi testi classici si propongono di fare e
ben pochi, alla resa dei conti, riescono a fare. Quanto ai due protagonisti,
basterà dire che la prestazione di entrambi è degna delle loro straordinarie
qualità. Branciaroli disegna magistralmente gli entusiasmi un po' puerili
e un po' senili, l'automatica, pupazzesca solennità militare, i laceranti
scoppi di irrazionalità di un Moro (anzi di un Negro, come si dice nella
precisa traduzione di Angelo Dallagiacoma) di inquietante ma non astrusa,
non preconcetta originalità; e Orsini non gli è da meno nel fare di
Jago un intellettuale malinconico e occhialuto, quasi, a tratti, un
vecchio studente cecoviano, arruolato per errore o disgrazia e abitato
da un demone tanto più devastante quanto più invisibile. Qualche eccesso
di enfasi motoria nei momenti di più incontenibile pathos, qualche sottolineatura
simbolica di troppo (per esempio la tendenza di Otello a manifestare
i propri attacchi di regressione nascondendosi sotto il letto) passano
quasi inosservati in un contesto di lodevole linearità e di schietta,
robusta ispirazione. E complessivamente assai bene, accanto ai due imponenti
ma non invadenti mattatori, si muovono Valeria Milillo che è una Desdemona
di toccante buona fede infantile, Susanna Marcomeni (Emilia), Luca Lazzareschi
(Cassie), Giorgina Cantalini (Bianca) e tutti gli altri.
Giovanni Raboni
La Stampa, Domenica 29 Gennaio 1995
Successo incandescente per l'estroso "Otello" di Lavia.
Branciaroli Moro rasato.
Orsini, l'onesto Jago.
Novara - Di che
colore era Otello? Il protagonista della novella italiana da cui Shakespeare
ricavò la storia è un moro, vale a dire etnicamente un arabo, mercenario
al soldo della Repubblica di Venezia. Non ingiustificatamente dunque
molti hanno adottato in passato trucco e abbigliamenti da guerriero
mediorientale, con turbante, sciabola ricurva e make-up caffellatte
chiaro. E può darsi che anche Shakespeare, malgrado i frequenti accenni
nel testo a carnagione nera, petto fuligginoso, ecc., avesse in mente
più un moro di questo tipo che un vero africano color melanzana, certo
raro nella Londra dei suoi tempi. D'altro canto nella tragedia molto
più che nella novella il colore della pelle del grande condottiero al
servizio della Serenissima è fondamentale, Shakespeare attribuisce infatti
a costui un fondo segreto di insicurezza dovuto proprio alla propria
qualità di alieno, insicurezza su cui il diabolico Iago fa leva per
scardinarne l'apparente invulnerabilità. E' dunque lecito che per rendere
questo conflitto evidente in termini attuali si faccia oggi di Otello
un negro nero come i vu' cumprà osteggiati dai neofascisti, ancorché
circondato dal fragile prestigio sociale di un Muhammad Ali o di un
O.J. Simpson. Il primo a fondare la sua interpretazione su tale negritudine
fu Laurence Olivier, a qualcuno dei cui tratti - passo molleggiato,
scatti felini, voce a tratti gutturale, labbro inferiore proteso e talvolta
lingua penzoloni - si è ispirato il superbo Franco Branciaroli visto
a Novara (l'altra sera, al debutto, c'era anche il presidente della
Camera Irene Pivetti), di suo mettendoci fra l'altro un cranio rasato
che insieme alla divisa militare novecentesca lo fa sembrare un Eric
Von Stroheim fotografato al negativo, nonché una dizione melodiosa,
in carattere col poetico affabulatore venuto da Paesi esotici e misteriosi.
La regia di Gabriele Lavia colloca questo spettacolo avvincente, malgrado
le sue quattro ore intervallo compreso (peraltro destinate a contrarsi
con le repliche grazie a qualche ventilato taglietto), in uno spazio
nero e vagamente minaccioso - scene e costumi di Paolo Tommasi - dove
l'evocazione di Venezia nell'antefatto è affidata soltanto a certe basse
passerelle percorribili precariamente, un po' simili a quelle allestite
quando c'è l'acqua alta. Cipro è invece una austera guarnigione militare
occupante un paese i cui indigeni non vediamo mai. Dallo scuro fondale
emergono successivamente una camerata con brande dove i soldati brindano
alle nozze del generale, un nido spartano quanto disordinato per gli
sposi con letto di ferro a rotelle contro la ringhiera del quale Otello
spezzerà il fragile collo della presunta fedifraga, una ritirata piuttosto
realistica per una delle manipolazioni di Iago nei confronti del suo
accecato comandante. Gli abiti sono contemporanei dei nostri nonni,
grigioverde per i molti uomini d'arme, redingote per il Doge e altri
funzionari, cloche e blusette pervinca per Desdemona, minigonna con
boa per la sgualdrinella Bianca, e una palandrana tribale per Otello
quando frastornato dalla collera e dal dolore ridiventa barbaro e picchia
con le palme su di un grande tam tam. Iago - l'onesto, affidabile Iago,
il buon soldato dalla rassicurante mediocrità - è Umberto Orsini, nato
per recitare questa parte. Come per sottolinearne la qualità di motore
dell'azione, lo spettacolo comincia con lui che arriva dalla sala in
occhiali da vista e cappottone d'ordinanza, suonando assorto un'armonica
a bocca; e salito in un ambiente buio e piovoso che grazie a lui si
anima, si accinge subito a manovrare il gonzo Roderigo. Uso com'è a
lavorare su di sé senza mai contentarsi, Orsini registrerà presto il
tono in certi rapporti con personaggi minori, ai quali inizialmente
presenta un aspetto forse troppo ostentatamente innocuo, con vocina
da finto innocente; ma nei faccia a faccia con Branciaroli - l'alchimia
fra i due splendidi atleti della scena così diversi e complementari,
il genio e il metodo, il braccio e la mente, è naturalmente il punto
di forza della serata risulta già al meglio, l'implacabile banderillero
che trafigge al momento giusto. Assai interessante la Desdemona di Valeria
Milillo, giovane e giocosa e spensieratamente innamorata del suo omone
nero, ma con lo spessore sufficiente a capire per un momento l'immensità
e l'orrore di quanto sta avvenendo. Fra gli altri, un po' penalizzati
da luci basse ai limiti della visibilità, spiccano Susanna Marcomeni
(una valida Emilia), Giorgina Cantalini (una Bianca sculettante e caricaturale),
Luca Lazzareschi (un Cassio fragile e febbricitante), Alkis Zanis (un
querulo, angosciato Roderigo). Nell'insieme, intelligente, estrosa edizione
di un capolavoro che non cessa di meravigliare a ogni riascolto, stavolta
in una recitabile versione di Angelo Dallagiacoma alternante disinvoltura
e letteralità. Incandescente successo.
Masolino D'Amico
La Repubblica, Domenica 29 Gennaio 1995
Franco Branciaroli, Umberto Orsini e Valeria Milillo in scena a Novara.
L'Otello "negro" di Lavia.
Shakespeare col chepì.
Novara - Otello,
se non è la più persuasiva tragedia di Shakespeare, offre due grandissime
parti di attori, scambiabili anche alternandosi sera per sera, come
l'avevano un tempo Gassman e Randone. Ed è festa, quando sono in campo
due cavalli di razza: lo si vede ora, nella coproduzione del Teatro
Eliseo e degli Incamminati, dove si fronteggiano Umberto Orsini e Franco
Branciaroli, diretti da un altro attore, Gabriele Lavia, che quasi vent'anni
fa aveva firmato per questo testo la sua prima messinscena. Il principio
di partenza è lo stesso d'allora, con la diversità razziale protagonista;
e difatti viene usata la stessa traduzione di Angelo Dallagiacoma, spigliata
nell'introdursi nel linguaggio corrente, con la sua insistenza denigratoria
nel servirsi con disprezzo del termine "negro". Ma in un contesto spoglio
che da spazio all'individualità dei corpi, lo spettacolo va molto più
in profondità nello scavare i comportamenti dei due personaggi, con
una ricerca psicologica esasperata e affetti naturalistici. Otello appare
vulnerabile, perché ha ricoperto con una vernice razionale di serena
e civile tolleranza l'instintualità delle sue origini; sotto c'è il
barbaro con le sue reazioni primordiali e le oscure credenze ataviche:
una concezione un po' facile, ma che esprime le diffidenze arroganti
dei tempi di Shakespeare nei riguardi degli stranieri; lo prova quel
ritorno al caos che il Moro adombra come inevitabile conseguenza della
fine del suo amore. Questa scissione dell'io si riflette nelle figure
intorno a lui, che lasciano intravedere sdoppiamenti allarmanti d'immagine,
non appena la solitudine le lascia indifese. In particolare Jago, che
rovista e scoperchia le angosce del suo capo, è un fallito in grado
di distruggere ma non di realizzarsi, spettatore impotente degli altrui
successi, represso e sessualmente ambiguo con tendenze sadiche. Questo
sadismo sconfina nella violenza fisica nel rapporto di Otello con Desdemona,
vista felicemente come una bambina, e compisce costantemente la donna,
trattata da cosa e sotto messa a ogni sopraffazione. Ci troviamo in
una riserva di maschi e lo accentua il grigioverde delle uniformi nostre
contemporanee anche se un po' rétro, coi loro chepì, gli stivali, i
fucili, i cappottoni con medaglie appuntate, lo ribadiscono il ritualismo
un po' manieristico del loro manifestarsi, l'invadenza delle esercitazioni
e la rissosità sempre incombente. II negativo degrado e rivelatore di
quest'ambiente è Jago, mai visto così scoperto nelle sue intenzioni.
Da quando arriva dalla platea all'inizio, a sipario ancora chiuso, con
l'inseparabile armonica in bocca, infarcisce subito il piano ancora
informale delle sue trame di dichiarazioni d'odio verso il suo superiore.
Enuncia così le sue "note di regia" perché è uno spettacolo quello che
allestisce, riversando addosso alla sua vittima i propri fantasmi. E
li fa vivere popolando la scena di arredi, che consistono in semplice
attrezzeria. In primo piano, sui due lati, restano a lungo solo un pesante
tavolo e un letto di ferro, nella geniale disposizione di Paolo Tommasi,
davanti allo sfondo nero. E via via, a ogni intervallo, accompagnato
dalle ariette che Giorgio Camini sembra risucchiare dal cinema francese
del dopoguerra, si determinano provvisori ambienti tra i due eroi, e
il punto di riferimento letto cambia continuamente posizione e rilevanza
tra le masserizie e i mobili che s'accatastano qua e là, come in un
incubo. Il trasformismo, passione dei grandi attori, contagia anche
protagonisti di Beaucher di Sotho Strauss. Franco Branciaroli, al vertice
delle sue enormi possibilità, inventa un portamento e un'immagine al
suo Otello negrissimo dal cranio rasato, di spettacolare imponenza,
capace di reggere tutta la prima parte con un basso registro profondo
che conferisce alla sua voce il segno di un'autorità distante e ragionevole,
finché dalla grande scena della tentazione, con Jago a ridosso a fargli
da suggeritore, eccolo rivelare il gioco dei falsetti, una camminata
animale da dottor Cordelier di Barrault. mentre con gli occhi ispeziona
la giungla, con le mani percuote il tamburo e s'aggrappano alle sbarre
del letto come un orango alle liane; e nella disperazione si fa anche
pagliaccio prima di recuperare la compostezza per uccidere con pietà.
Un'interpretazione impressionante alla quale Umberto Orsini risponde
prima di tutto rifacendosi le sembianze con i capelli corti da nazista,
gli occhialetti per vivisezionare meticolosamente ogni particolare,
i movimenti esageratamente controllati, i fulminei irrigidimenti delle
contro scene. È lui a dare ogni input alla controparte, attaccato alla
sua preda come un angelo custode dalla presenza implacabile, arrivando
ad accudirlo fisicamente in modo di legittimare la sua morbosità, mentre
al di fuori del raptus, quando teorizza la sua genialità malefica in
piena libertà, non riesce a nascondere la malinconia di un vuoto esistenziale.
Valeria Milillo è una sorprendente Desdemona, impostata da ingenua e
realizzata con un po' d'ingenuità, autenticamente toccante nelle scene
più disperate. Susanna Marcomeni è una diligente Emilia, mentre sono
indirizzati al macchiattismo Luca Lazzareschi e Giorgina Cantulini e
si notano Alkis Zania, Lucio Rosato, Roberto Alinghieri, Fabrizio Russotto,
Claudio Calafioro. Quattro ore, densissime. Molti applausi a scena aperta
e ovazione finale alla serata per la critica che ospitava molti politici,
guidati da Irene Pivetti.
Franco Quadri
L'Unità, Domenica 29 Gennaio 1995
A Novara l'allestimento di Gabriele Lavia. Con Branciaroli e Orsini.
Iago contro Otello. Due perdenti alla Serenissima.
Novara - Vent'anni
dopo, o quasi (era la stagione '75-'76), Gabriele Lavia, allora esordiente
come regista, ha ripreso in mano l'Otello, e adottando la stessa, calzante
traduzione di Angelo Dallagiacoma, qua e là, oggi, ritoccata. Nel frattempo,
con questa grande opera di Shakespeare (del resto, presente spesso sulle
nostre ribalte, a partire dall'Ottocento) si sono confrontati esponenti
illustri della scena italiana, da Gassman a Carmelo Bene, per ricordare
appena i casi più memorabili. Ma Lavia, per l'attuale allestimento,
sembra richiamarsi soprattutto alla propria esperienza: si rinvengono
qui, infatti, tracce, variamente sviluppate, della precedente edizione
(realizzata comunque con una compagnia tutta diversa, Massimo Foschi
e Roberto Herlitzka nei ruoli di spicco), a cominciare dall'accentuato,
tetro clima "di caserma" in cui la vicenda tende a calarsi. Non tanto
o solo perché i principali personaggi maschili indossano divise militari,
alla moda di ieri o dell'altro ieri (gli abiti femminili paiono datarsi
agli anni Venti, quelli "civili" dei notabili veneziani anche più indietro),
quanto, piuttosto, per una sottolineata angustia del contenzioso che
fornisce la materia prima del dramma. In breve: il generale Otello,
al culmine d'una brillante camera, ha eletto a luogotenente Michele
Cassio, scavalcando il più anziano e competente Iago, l'Alfiere, che
pur gli rimane fedele e devoto, in apparenza, mentre trama la più perfida
delle vendette. Ed ecco l'idea centrale della regia: sia Otello sia
Iago sono, nel fondo, due "marginali", il primo in quanto Negro, caro
alla Serenissima finché le sue doti guerresche le saranno utili, ma
in definitiva un estraneo, un barbaro (nonostante abbia sposato, ma,
non dimentichiamolo, di frodo, la figlia d'un maggiorente della Repubblica)
e, in un periodo che si prospetta di pace, a rischio di pensionamento
anticipato; il secondo frustrato nelle sue ambizioni, ridotto a incombenze
servili, con poche o nulle speranze di salire di grado. Condizioni differenti,
ma affini (anche per via dell'età, che si sa o s'intuisce non più verde,
per nessuno dei due), che potrebbero avvicinarli, renderli solidali
o almeno reciprocamente comprensivi. E invece, come succede, chi si
somiglia non si piglia. Più in penombra risulta un altro, dichiarato
motivo ispiratore del lavoro di Lavia: una certa "teatralità" al quadrato,
con Iago in veste di drammaturgo-regista-critico, che entra ed esce
dall'azione, da lui stesso ordinata, ma destinata a sfuggire al suo
controllo (un pizzico di Pirandello non guasta mai). A ogni modo, la
scenografia (di Paolo Tommasi, al pari dei costumi) ci si mostra volutamente
in fieri, con materiali e attrezzerie, ancora informi, allo scoperto,
e un solo elemento costante, simbolico e pratico insieme, il letto coniugale,
dove si consuma la fase suprema della tragedia. Pure, dallo svolgersi
della storia, è singolarmente assente, o si avverte a fatica, una carica
erotica. Franco Branciaroli è Otello, Umberto Orsini è Iago. Qualcunp
avrebbe forse potuto immaginare il contrario. Ma Branciaroli, qui, risulta
trasformato: il cranio rasato a zero, viso e membra dipinti di scuro,
e ingagliarditi: una vera effigie di africano, e una proclamata esuberanza,
vocale e gestuale, di buon selvaggio, che poi, nel momento della disgrazia,
si converte con efficacia in un progressivo corrompimento dell'eloquio,
corrispettivo allo sgretolarsi del ben dell'intelletto. Umberto Orsini
esprime al meglio la diabolica mediocrità (da "demonio meschino", appunto)
dell'Alfiere, ma, tenendosi su toni medio-bassi, è a tratti soverchiato,
oltre misura, dalla fonica eccitata del suo avversario. L'impegno di
Lavia deve essersi, comunque, concentrato sui due interpreti maggiori,
oltre che sull'orchestrazione complessiva della compagnia (impeccabili
i frequenti esercizi soldateschi). Ma il Cassio di Luca Lazzareschi,
il Roderigo di Alkis Zanis, il Brabanzio di Lucio Rosato, ecc. sono
abbandonati, diremmo, a loro stessi. Temiamo, invece, che rientri nel
disegno di Lavia l'impostazione bamboleggiante della figura di Desdemona.
Ma Valeria Milillo ci aggiunge di suo l'evidente debolezza e piattezza
della dizione (lampante in quel pezzo forte che è sempre stata la "Canzone
del salice", e che qui arriva sì e no alle prime file di platea), coinvolgendo
in parte nella piccola catastrofe Susanna Marcomeni, un'Emilia di onesto
ma modesto risalto. La presenza breve e laterale di Bianca, prostituta
di tenero cuore, assume per contro, nell'interpretazione della vistosa
Giorgina Cantalini, un rilievo esorbitante. Applausi, comunque, lunghi
e generosi per tutti, nell'affollatissima sala del restaurato Teatro
Coccia di Novara. Produttori dello spettacolo (quattro ore, intervallo
incluso) l'Eliseo di Roma e "Gli Incamminati" di Milano.
Aggeo Savioli
Il Messaggero, Domenica 29 Gennaio 1995
"Prima" nazionale della tragedia di Shakespeare a Novara:
Branciaroli è il Moro, Orsini è Iago.
Otello, magnifico cornuto.
Gabriele Lavia regista di emozioni e dei segreti della psiche.
L'opera, senza perdere nulla, diventa dramma novecentesco, fra soldati
in grigioverde, donne in abiti fluenti e una Desdemona bambina.
Novara - Otello
è un nero sontuoso, roboante, scimmiesco, un maschio accuratamente calvo
che sta fra Yul Brinner, Bokassa l'imperatore antropofago e la citazione
ironica di un Eric von Stroheim colorato da africano. Jago incarna invece
la somma dei disagi contemporanei del sesso forte, quella esorcizzata
dai film di Woody Allen e Quentin Tarantino: impotenza, omosessualità
latente, misoginia, competitività frustrata. Desdemona, infine, la moglie
del Moro, e l'ancella Emilia, consorte di Jago, sono specchio dell'eterno
mistero al femminile, senza scosse isteriche ma con molto dolore: donne
e demoni, monache e puttane, sante e tramiti, quasi inconsapevoli, del
vizio. Il quadrangolo risulta esagerato e infernale, affonda nei segreti
della psiche mettendo a nudo scontri e contraddizioni, paure, baratri
della libido e tensioni alla catarsi. La messinscena dell'Otello di
Shakespeare firmata da Gabriele Lavia ("prima" nazionale l'altra sera,
al teatro "Coccia" di Novara) sceglie la via dell'emozione psicanalitica,
i coraggi della visceralità, le evidenze, sempre funzionali, della patologia.
E versa il magma di una materia così scioccante nel contenitore, per
contrasto, rarefatto, esoreico e allusivo di un palcoscenico semivuoto,
il retrobottega di un rigattiere amante del teatro che presta il proprio
spazio, così com'è, ingombro di carabattole, alle prove degli attori
di un Carro di Tespi. Scritta nei primi dieci anni del Seicento, Otello
è una tragedia di grande impatto, priva di complicazioni, che sviluppa
magistralmente il tema e le catastrofi della gelosia, fino al vibrante
epilogo di morte. E' il dramma del "mostro dagli occhi verdi" che corrode
il cervello del Moro, generale della Serenissima Repubblica cui viene
affidato il governo di Cipro. Il Moro che si innamora, riamato, della
giovane e aristocratica Desdemona, e la sposa, scatenando le ire del
padre di lei e l'odio dei pretendenti delusi. Poi, spinta dalla rivalità
nei confronti di Cassio, che Otello nomina suo luogotenente, ecco la
trama di Jago, capace di insinuare nel Moro il diavolo della gelosia,
il sospetto delle corna, l'idea corrosiva della propria moglie posseduta
dal bianco e aggraziato Cassio, scomodo termine di confronto per il
generale. Proprio le corna sono il filo conduttore della lettura di
Lavia. Il quale sottomette ad esse (c'è addirittura, a un certo punto,
una citazione gestuale del "Berretto a sonagli" di Pirandello, con gli
indici delle mani di Otello protesi a segnalare le appendici più scomode
per la fronte di un uomo) lo svolgersi e il galoppare conclusivo dell'azione.
Non a caso, forse, il musicista Giorgio Camini "ruba" a propria volta
l'idea dell'adulterio a Ruggiero Leoncavallo, appropriandosi delle prime
note del "Ridi pagliaccio" per il leit-motiv dello spettacolo. In una
simile costruzione, di commedia novecentesca che non perde il carisma
tragico, e dunque l'universalità di argomenti e personaggi, il regista
vuole Otello e i suoi soldati in divisa grigioverde anni Venti, scarponi
da esercitazione militare, berretti, gradi e cappottoni. Le femmine,
per contro, ondeggiano in vestitucci dimessi e fluenti dai colori pastello,
o terrei come i sentimenti che le attraversano. Così, se la marmaglia
serve a Lavia per comunicare odor di latrina e volgarità sessuali, nonché
momentanee liberazioni di istinti repressi (Jago che sculetta come una
bagascia durante un'orgia con i camerati), le ombre chiare dei cappellini
e delle sciarpe di Desdemona, la sua camicia da notte da vergine, offrono
allo spettatore il coté improduttivo e sacrificale della vittima. Servono
a meraviglia il disegno complessivo i due protagonisti. Da una parte
Franco Branciaroli, un Otello bon sauvage tutto da godere, che saltella
e gesticola come un orango, o sporge il profilo, disperato e severo,
dalle sbarre del letto matrimoniale, King Kong shakespeariano dal cuore
nobile. Gran prova d'attore all'antica italiana. Dall'altra, il nevrotico,
misurato, cattivissimo Jago di Umberto Orsini, che par tolto, lo si
diceva prima, da un film americano di ieri l'altro o di dopodomani.
Da rifinire, soprattutto vocalmente, la Desdemona bambina di Valeria
Milillo, che prende quota nella scena della morte. Susanna Marcomeni
fa assai bene Emilia, ruolo non facile, fra disillusione di femmina
non amata e combattuta lealtà. Luca Lazzareschi è buon Cassio; registratissima
la truppa dei restanti. Scene e costumi di Paolo Tommasi. Traduzione
di Angelo Dallagiacoma.
Rita Sala
Avvenire, Domenica 29 Gennaio 1995
Successo per l'opera di Shakespeare con la regia di Gabriele Lavia e
interpretata da Branciaroli e Orsini.
Ma la fede di Otello si chiama Desdemona.
Novara - L'Amleto
di Besson e quello di De Capitani, il Timone d'Atene di Pagliaro e l'Otello,
stupendo, di Lavia e presto il Lecer di Ronconi con il contorno dell'Edoardo
II di Cobelli e di La sposa di campagna di Wycherley messa in scena
da Sandro Sequi; il teatro inglese mi sembra assai ben rappresentato
in questa stagione. Ho scritto "stupendo" e riaffermo l'eccellenza,
per virtù registica e attorale della messinscena che ha esordito - col
patronato del teatro Eliseo di Roma e del Teatro degli Incamminati -
al bel teatro Coccia. La memoria cita a sé stessa un allestimento di
qualità quale fu - a ruoli intercambiabili - quello di Gassman e Randone;
ma questo, con Umberto Orsini (Jago) e Franco Branciaroli (Otello),
che non perde una sillaba in quattro ore piene di tesa rappresentazione,
si pone sullo stesso livello. Tutto dovuto anche alla regia di Gabriele
Lavia per l'assiduo movimento, il dinamismo anelante e incisivo, la
fragranza perspicua e mirata dei toni, la significanza matura della
impostazione dei caratteri, la naturalezza calda dell'esposizione e
delle trovate. Benissimo ha fatto, ad esempio, il regista, nel definire
la concretezza militaresca dei veneziani a Cipro, infagottandoli in
divise e dando loro un vivace piglio soldatesco, in una lettura penetrante
e serrata. Senza "deformare" o pretestuosamente (vale a dire: intellettualisticamente)
intervenire Lavia ci ha dato un "Otello" calato con tutta ragione e
con esemplare naturalezza nell'immaginario popolare. O meglio, la tragedia
non si riduce al tema volgare della gelosia. Essa - in questo spettacolo
- coinvolge con evidenza altri e più complessi significati. È una tragedia
in cui crollano degli assoluti e si danno smentite totali. Ciò avviene
per il costruirsi di un falso sistema di comunicazioni artefatte, di
informazioni dosate ad arte. L'assoluto in cui Otello crede è l'amore.
La fede di Otello è come quella di un credente: Desdemona è per lui
come una divinità. Il crollo per un uomo della sua civiltà (che è quella
magica) è rovinoso e porta con sé la decisione necessaria di distruggere
l'immagine adorata (cioè la donna pensata senza peccato possibile).
Essa deve essere pura, non poteva quindi essere nemmeno sporcata dal
pensiero. Il vero "attentato" di Jago è alla figura della donna cui
Otello ha affidato la propria idea del mondo e la propria ragione d'amore.
Ad essere negato è il suo sistema logico e di valori. La regia di Lavia
è stata grande nella acutezza delle intuizioni e nello spessore pure
dato alla parola shakespeariana. I quattordici attori son stati tutti
in grado di assolvere al meglio a loro compito. Se Valeria Milillo,
entrando via via in parte, è stata una Desdemona che ha limpidamente
conquistato la sua disperata infelicità, con accenti di rotta tragicità,
un Roderigo di primaria presenza è risultato Alkis Zanis e un'Emilia
di forte drammaticità è stata scolpita da Susanna Marcomeni, mentre
un bel Cassio è stato tratteggiato da Luca Lazzareschi. Assai appropriati
sono apparsi tutti i loro compagni. Ma il Branciaroli e l'Orsini hanno
creato due capolavori di competitiva interpretazione. L'uno ha dato
ad Otello una negritudine spoglia e scoperta, nutrita di grandezza e
di dignità. Possente di animo e di corpo, Branciaroli ha percorso la
via crucis della propria stupefatta distruzione con peculiare ricchezza
vocale e fertilità di sogni e di nuove inflessioni, dando corpo e peso
al suo farsi vittima della propria situazione psicologica, sconfitta
anche dalla civiltà i cui schemi mentali non poteva aver assorbito.
Quanto ad Orsini, egli è stato, mirabilmente il Male. Il tortuoso Jago
ha ricevuto da lui un fraseggio di assidua e sottile intelligenza, di
ingabbianti invenzioni, di seduzioni e di nerissima malvagità giocata
con soffice indifferenza. Il duello verbale tra Otello e Jago è stato
un saggio d'altissima scuola di dialettica. Si capirà come, fondato
altresì sulla traduzione fiammante e carnosa di Angelo Dallagiacoma
e sulle scene e sui costumi, liberi ed estrosi insieme, di Paolo Tommasi,
lo spettacolo sia pervenuto, dopo i frequenti applausi a scena aperta,
al trionfo finale.
Odoardo Bertani
Il Giornale, Lunedì 30 Gennaio 1995
Lavia riscrive Shakespeare: sentimenti di sempre e problematiche attuali
Otello, un generale perseguitato.
C'era anche la Pivetti ad applaudire Branciaroli al teatro Coccia di
Novara.
A vent'anni di
distanza da un "Otello" che aveva sollecitato una delle sue prime esperienze
registiche, Gabriele Lavia ha riallestito il capolavoro shakespeariano
con il concorso interpretativo di Franco Branciaroli e di Umberto Orsini,
ovvero di due tra gli alfieri della cosiddetta seconda generazione teatrale,
cresciuta all'ombra dei Randone, Carraro, Tieri, Gassman, De Lullo,
Valli. Rinunciando anche stavolta a salire in palcoscenico Lavia regi
sta ha imposto divise militari di oggi al generale negro e ai suoi soldati,
in contrasto con gli abiti primo Novecento del versante muliebre e con
le tube e le redingote dei senatori veneziani. Tenuto a battesimo al
recuperato Coccia di Novara (stasera ultima replica, poi a Torino e
a Roma), madrina bene augurante il presidente della Camera Irene Pivetti,
l'"0tello" di Lavia-Branciaroli-Orsini ha incatenato per quattro intense
ore un pubblico generoso di applausi a scena aperta. L'esplicito riferimento
registico al teatro nel teatro si avverte già all'alzarsi del sipario
quando il vuoto palcoscenico appare popolato soltanto di lignee passerelle,
ancor oggi in uso a Venezia in occasione delle ricorrenti "acque alte",
mentre Jago guadagna la ribalta dalla platea al suono di un'armonica
a bocca nel vago ruolo di un cantastorie. Il discorso metateatrale cede
ben presto il campo all'incalzare delle più storie in una, a cominciare
alla non corrisposta accensione per la bella Desdemona del giovane e
ingenuo Roderigo, coinvolto dal demoniaco Jago nella sua atroce trama
di vendetta contro il Moro che gli ha preferito il più brillante Cassio
nell'ambito ruolo di luogotenente. Il matrimonio del generale negro
con l'innocente Desdemona di alabastro spinge alla tessitura di una
trama repugnante "l'onesto Jago" cui Orsini da sottile risvolto tartufesco,
occhialuto e freddo ragioniere di una mortale parti ta doppia, giocata
con le arti sottili di una capziosità suadente, tesa a risvegliare il
selvaggio che convive nel Moro, accendendolo della fiamma della gelosia,
tanto più inestinguibile quanto infondata. Per contro Branciaroli, sapientemente
truccato da negro che più negro non si può, il lucido cranio brunito
a esaltarne la potenza fisica e la notoria vocalità inconfondibile,
assurge a prototipo dell'uomo di colore arrivato ai vertici della gerarchia
militare per i suoi meriti in guerra, ma ancora sostanzialmente discriminato
in una società di bianchi. Al vuoto palcoscenico dell'avvio, che la
regia concepisce come una sorta di prologo alla tragedia vera e propria,
subentra nel secondo tempo un trovarobato pittoresco cui lo scenografo
e costumista Paolo Tommasi conferisce una vaga atmosfera onirica. In
primo piano è ora il fatale talamo in cui lo sconvolto Otello strangolerà
la dolce sposa, convinto della sua infedeltà dal famoso fazzoletto che
Jago sottrae alla moglie Emilia per lasciar cadere nelle mani di Cassie,
presunto amante di Desdemona, cui Valeria Milillo da accentuati accenti
adolescenziali in linea con una dizione bamboleggiante. La fluente traduzione
di Angelo Dallagiacoma, particolarmente felice nei ricorrenti squarci
lirici dove maggiormente si spiega la sublime poesia dell'elisabettiano,
facilita il compito agli agguerriti comprimari, tra cui emerge Susanna
Marcomeni nel determinante ruolo di Emilia, maliziosa ancella di Desdemona
è sventurata moglie del "cane spartano, più perverso dell'angoscia,
della fame e della tempesta" cui ha là debolezza di consegnare il fatale
fazzoletto. Meritorio è l'impegno di Luca Lazzareschi (Cassio), Alkis
Zanis (Roderigo), Lucio Rosato (Brabanzio), Roberto Alinghieri (il doge)
e della Bianca "vamp" di Giorgina Cantalini ma la platea s'accende soprattutto
per i furori di Branciaroli-Otello e per il gioco perverso di Jago-Orsini,
riservando in particolare a loro le interminabili ovazioni conclusive.
Gastone Geron
Il Giorno, Martedì 31 Gennaio 1995
Lavia catapulta il Moro nel Deserto dei Tartari.
Novara - "Otello",
ovvero molto rumore per nulla. Questa storia di un fazzoletto perduto
che ingenera onore e morte è - diceva Flaiano - esagerata. Poco credibile
- aggiungo - nell'era dei Kleenex. La grande abilità di Shakespeare
è consistita nell'avere occultato la fragilità dell'aneddoto in una
macbettiana foresta di passioni, quelle del condottiero negro che le
virtù militari hanno sollevato dal caos primigenio fino alla gloria,
e il suo amore razzista e frustrato, destinato al tradimento. Ma alla
maledizione del fazzoletto lo spettatore d'oggi non può più credere,
tanto meno un regista scaltrito come Lavia. E allora Lavia che fa? Anziché
minimizzare l'aneddoto lo dilata fino al parossismo, con scene in cui
la ricerca del fazzoletto perduto sconfina nell'assurdo, proditorio
ingigantimento degli oggetti come in Ionesco. Una seconda osservazione
è che questo "Otello" di quattro ore, con dilatazioni narrativo-cinematografiche,
accolto prima con un po' di sconcerto e poi con molti applausi, indica
che la nostra scena sta forse tornando, dopo l'era della cosiddetta
regia critica, al teatro dell'attore, se non del mattatore. Siamo infatti
a un "duello" Branciaroli-Orsini. Terza osservazione (scontata per chi
conosca Lavia) è l'astoricità dell'allestimento o, meglio, la sua dislocazione
- del resto plausibile - al tramonto del colonialismo. Questo "Otello"
da guarnigione militare, fra il "Deserto dei tartari" di Buzzati e "I
paraventi" di Genet, immerso nella precarietà (efficacissima) di un'attrezzeria
da caserma, avvolto nella coltre musicale di una ballata alla Mac Orlan,
costellato di manovre e parate di parà mercenari che fungono da coro
maschile e maschilista (e qui consiglierei a Lavia di farsi meno condizionare
da una visualità cinematografica un po' fine a se stessa); questo Otello
che ha la divisa e l'indole di un capo da repubblica centrafricana,
mentre Jago è un avventuriero con sordidi sogni di gloria, s'inquadra
alla fine in una cornice teatralmente efficace, e ideologicamente stimolante,
proprio anche per il suo cotè Guignol: che è quella della rovina risibile
degli umani sentimenti nella fornace della guerra. Sarajevo, insomma,
qui è alle porte. Gli interpreti. Per Otello e Jago, Shakespeare aveva
stabilito la "par condicio"; i due poli del fatale evolvere della tragedia,
la coppia antagonista legata fino all'ultimo respiro. Il lavoro di costruzione
dei loro personaggi che fanno Branciaroli e Orsini è enorme. L'Otello
di Branciaroli - cranio rasato nuca alla Von Stroheim, labbra tumide
- è statuario, quasi totemico nelle scene di comando, e vocalmente alterna
toni maestosi a impennate selvagge nei trasporti amorosi. La sua gelosia
si sfoga nei furori atavici del tam-tam, si rintana sotto il letto,
precipita nella crisi epilettica; plagiato da Jago riesce nel difficile
esercizio di rendere la fragile patetica credulità del "diverso". Lo
Jago di Orsini - occhialuto, attaccato alla fisarmonica a bocca e ricalcato
su una SS, misogino e forse omosessuale - è un groviglio di strazianti
contraddizioni: Dostoevskij e Stanislavskij sono i modelli di questa
interpretazione segmentata, tormentatissima.
Ugo Ronfani
Il Resto del Carlino, Domenica 5 Febbraio 1995
L'"Otello" di Lavia, tragedia in caserma.
Sullo sfondo opprimente di un'ambientazione militare si muovono gli
straordinari protagonisti: il moro di Venezia di Branciaroli e il grande
Jago di Orsini.
Modena - Otello,
il negro di Venezia. Una ventina d'anni fa Gabriele Lavia ai suoi esordi
di regista aveva visto così il protagonista della tragedia scespiriana:
sottolineandone spregiativamente il connotato razziale e la relativa
marginalità, evidenziandone l'esplodere degli istinti barbarici e primordiali
sotto la patina sottile di cultura veneziana (infatti l'uccisione di
Desdemona avveniva come animalesco scatenamento al rullo dei tamburi).
La linea interpretativa di fondo non si scosta molto in questa nuova
edizione di Otello, prodotta dall'Eliseo e dal Teatro De Gli Incamminati,
che Lavia ha messo in scena con Umberto Orsini e Franco Branciaroli;
tant'è vero che la sua spina verbale è ancora la traduzione incalzante
e aspra di Angelo Dallagiacoma. Ma il regista, al suo secondo tentativo
dopo una prova che fu comunque notevole, cala gli assi della maturità
e di un'encomiabile rinuncia agli effettacci. Con un'idea centrale di
grande presa, una metafora ambientale : che avvolge l'azione e che offre
sinistro, plastico risalto alla gelosia folle del Moro come alle macchinazioni
di Jago. Lo sfondo claustrofobico ed esistenziale è quello della vita
militare, anzi della caserma. Le brande e, le baracche, le latrine e
il posto di guardia. E' il mondo che traduce visivamente la frustrazione
diversa dei due protagonisti: chiuso e ripetitivo come i suoi riti.
Che con il suo spoglio contesto influisce velenosamente nello spaesamento
interiore, della repressione, nel fallimento, nella dissociazione psichica,
nella mancata realizzazione. Così lo spettacolo (visto allo lo Storchi
di Modena) svolge le sue quattro ore con compatta aggressività propositiva.
Spira dalla scena una forza avvolgente e a sinistra, un cupore ineludibile.
Il sadomasochismo militare e i fantasmi della recita montata da Jago
si sprigionano in un soffocante microcosmo maschile, tra chepì e fucili,
stivaloni e pastrani, sbattere di tacchi e cori sguaiati della guarnigione,
risse e codici di gerarchia. Da questa piattezza disperata emerge appunto
conseguente il regista Jago, che un Orsini in uniforme, capelli cortissimi
a spazzola e occhialini incarna con qualcosa del medico militare nazista
o del graduato esistenzialista da film del naturalismo francese: comunque
con un che di freddo e i di scientifico nella costruzione del suo metateatro
passionale. Vale la pena di dire chiaramente che i due attori principali
offrono una grande prova di intelligenza, di perizia, di scavo interpretativo;
portando a pieno compimento la complementarità e l'interdipendenza bipolare
dei rispettivi ruoli. Orsini, che appare a sipario chiuso con la sua
armonica a bocca da solitario al fronte (una branda da una parte della
scena, un tavolo dall'altra; e all'organetto fa eco la fisarmonica di
Giorgio Camini) sconvolge per la melliflua minuzia con cui monta castelli
di parole insinuanti. Pronto ad effettuare la fisicità rude del generale
come ai finti ripensamenti, quando ritorna con una corsetta marziale
al cospetto del comandante-vittima. E debolissimo in fondo, negli accessi
di pianto isterico ed abbandonato quando contempla il proprio fallimento
esistenziale. Branciaroli risponde con un'immagine fisica impressionante.
Testa rasata, cerone nero spalmato ovunque, bianco degli occhi roteanti,
eloquio fondo e solenne, dai toni scuri, quando è ancora il ponderato
e civile eroe della Serenissima. Una metamorfosi sorprendente dall'inizio,
come appare con l'aspetto di qualche generale africano in parata, e
semina poco alla volta i segnali tipici di un annunciato ritorno al
caos. Cui lo conducono con evidenza il prevalere dei gesti scimmieschi,
i balzi convulsi e scoordinati, il falsetto strozzato o gli acuti sofferti
dell'ex buon selvaggio che con l'eloquio rotto si riscopre eccitato
dai tamburi e dal sangue. Sono in scena anche Valeria Milillo, Desdemona
infantile poco sicura nella dizione cui supplisce con prevalenza emotiva,
Susanna Marcomeni precisa in Emilia, Luca Lazzareschi che è un Cassio
alpino-cipriota, con tutti gli altri che vengono alla fine molto festeggiati.
Sergio Colomba
La Sicilia, Giovedì 9 Marzo 1995
Gran duello tra Branciaroli e Orsini nel dramma di Shakespeare diretto
da Lavia.
Ma questo Otello è un reduce della seconda guerra mondiale.
Roma - Ancora
un classico d'altri tempi che diventa dramma moderno. Dopo Re Lear diretto
da Luca Ronconi, e Così fan tutte diretto da Jonathan Miller, che abbiamo
visto nelle ultime settimane, tocca a Otello di William Shakespeare
(in "prima", l'altra sera, all'Eliseo di Roma), la cui vicenda è stata
trasferita in un Novecento fra le due guerre mondiali. C'è da chiedersi
se si tratta di esigenza o vezzo, forse tutte e due le cose. Certo un
modo per percorrere nuove strade con capolavori forse fin troppo risaputi
ma che proprio in virtù della loro forza e universalità si collocano
fuori dal tempo. Nel caso del lavoro odierno (La via ha ripreso in forme
più spettacolari un suo "Otello" di molti anni ta) gli attori, secondo
le scelte del costumista Paolo Tomasi, indossano abiti contemporanei
dei nostri nonni, non stonano, mostrano colori intonati, si muovono
con comportamenti adeguati al dramma. Pure la scena, sempre di Paolo
Tornasi, è quella di una guarnigione, spazio in cui tra oggetti inutilizzati,
si affolla la marmaglia. Nella seconda parte ci sono mobili e attrezzi
vari, simulacri simboli di precarietà, e naturalmente il letto matrimoniale
e sacrificale di Desdemona. Ha ragione Angelo Dallagiacoma, autore della
traduzione resa in termini attuali (ovviamente diversa da quelle più
togate di Salvatore Quasimodo e Alfredo Orbetello), a dire che la trama
è estremamente semplice. Infatti la si può riassumere in pochissime
righe. Un alfiere (Jago), aspettandosi di essere promosso al posto vacante
di luogotenente, è esasperato dal fatto che il, suo generale (Otello)
gli antepone un altro (Cassio). Decide di vendicarsi del generale e
di assicurarsi la destituzione del suo rivale. Con una serie di mosse
intelligenti, tempestive e fortunate convince il generale che la moglie
(Desdemona) lo tradisce con il luogotenente. Ne consegue che il generale
uccide prima la moglie e poi se stesso, ma a fallire è anche l'alfiere
perché il suo piano viene scoperto e quindi è costretto a subire un
processo e la tortura per tradimento. E' il dramma della gelosia per
eccellenza che dura circa quattro ore, sviscerato nei contrasti e nelle
corrosioni che soltanto il démone del sospetto sa scatenare. Lavia (che
è un cultore di Shakespeare: si ricordino le sue interpretazioni di
Amleto, un onirico Macbeth) punta molto sulla psicoanalisi, sulla follia
che rode i tormenti dei protagonisti. I personaggi è come se vivessero
un'altra storia, alle prese con i fantasmi del dubbio, all'inseguimento
di un loro "io" capovolto. L'accento più vistoso dell'allestimento sta
nella "negritudine" di Otello, non più un moro medio-orientale nella
Venezia dei traffici levantini, come voleva la novella italiana che
è alla fonte dell'ispirazione shakesperiana, ma un nero africano forte
e marcato, segno di irruenza e di incertezze, espressione del grande
condottiero fragile in amore. Un'originalità in parte perché ci aveva
già pensato in un suo film Laurence Olivier, e ci aveva pensato molto
tempo prima il nostro Tommaso Salvini che con malinconia aveva puntato
sul lato selvaggio del personaggio. Franco Branciaroli è superbo, un
Otello corposo, minaccioso, maestoso, soprattutto naif, che suscita
simpatia. Umberto Orsini, dal suo canto, è un antagonista che deve impegnarsi
a fondo per mantenersi all'altezza, contorto nelle sue nevrosi (la regia
le sottolinea in linea con la modernità del disegno generale). Fra i
due attori è un bel duello, come al tempo in cui il teatro si nutriva
di grandi "scontri" interpretativi. Fa una certa fatica a inserirsi
fra l'uno e l'altro. Valeria Milillo, una Desdemona scarsamente incisiva
almeno fino ai momenti che precedono la morte che Lavia giostra da par
suo con il senso melodrammatico del teatro che gli è proprio. Una scena
fra le più belle dello spettacolo di fronte alla quale si ha l'impressione
di ascoltare anche la musica di Verdi. Un bel successo per tutti, con
il pubblico in piedi ad applaudirlo.
Ettore Zocaro
Il Giornale d'Italia, Giovedì 9 Marzo 1995
Lavia rilegge "Otello".
La tragedia di Shakespeare diventa il dramma dell'emarginazione raziale.
E' in scena fino
al 2 aprile al teatro Eliseo la tragedia "Otello" di Shakespeare. La
versione, presentata da Gabriele Lavia nella traduzione di Angelo Dallagiacoma,
si avvale di un cast di alto livello dove spiccano Umberto Orsini nella
parte di Jago e Franco Branciaroli in quella del Moro. "Otello" fa parte
del ciclo delle "grandi stagioni" (assieme a "Giulio Cesare", "Amleto",
"Re Lear" e "Macbeth"), con opere di argomento storico. La fonte letteraria,
problema sempre aperto in Shakespeare, è una novella di Cinthio: ben
presto però il poeta inglese si allontana dall'originale. "Otello" è
la tragedia di più difficile interpretazione sul piano della struttura
tragica. E' l'alternarsi di dramma pubblico (Venezia contro i Turchi)
ed individuale (Otello tradito) che ha alimentato nel tempo polemiche
sulla non unità aristotelica del testo. La presenza di scene da commedia
dell'arte ha supportato nel tempo questa tesi: il lavoro inizia infatti
con Rodrigo e Jago che annunciano, gridando davanti alla casa del Brabanzio,
la fuga di sua figlia Desdemona. Jago stesso si muove, per tutta la
tragedia, in un clima da commedia: quando, parlando a Cassio di Bianca,
fa credere ad Otello che l'argomento è invece Desdemona o quando Emilia,
sua moglie, inveisce contro la "canaglia" che ha scatenato il Moro senza
sapere che sta parlando di suo marito. Gabriele Lavia, con grande maestria,
presenta una scena già drammatica fin dall'inizio: uno sfondo nero,
presente per tutta l'opera, non rallenta mai la tensione dello spettatore.
È la catarsi finale il punto nevralgico dell'opera e niente perciò deve
distogliere da questo. È riuscita, sia nelle scene che nei costumi,
la trasposizione temporale dell'opera, dal 1600 ai nostri anni '30:
ne trae beneficio proprio la figura del Moro. A scatenare la furia del
condottiero è la gelosia: ma quale gelosia? In questo momento storico,
non è più un sentimento così violento da provocare una simile reazione.
E infatti non è gelosia solo per Desdemona: Otello sente la differenza
di status tra lui, nero, e Cassio, bianco. Vede nell'atto di Venezia
di degradarlo una sorta di ingratitudine razziale. Gabriele Lavia non
lascia nulla all'improvvisazione. Tutto è studiato ed eseguito nei minimi
dettagli, persino le regole della marcia militare ed il presentat-arm.
L'impianto scenico è valido, funziona, sorretto anche da grandi attori.
In particolare Franco Branciaroli-Otello è bravissimo. Sembra in alcuni
momenti calcare il tono della voce, la gestualità. Sono atteggiamenti
però volutamente forzati: c'è in lui differenza di cultura, di educazione
(quella di Otello è militare). Splendido anche Umberto Orsini: impersona
uno Jago che si dimostra vero personaggio cardine dell'opera. Si muove
in situazioni da commedia; architetta la sua trama non in chiave tragica,
ma in chiave di azione, ne vuole la catastrofe finale. E' bravissimo
ad inculcare il dubbio in Otello, e poi, una volta scoperto l'inganno,
a chiudersi nel mutismo più severo ("io non parlo più"). Desdemona non
è il personaggio femminile più riuscito di Shakespeare, eppure Valeria
Milillo è convincente, acquista forza e spazio pian piano. Infine Giorgina
Cantalini, Bianca: piena di vis drammatica è la sua denuncia finale,
riscattando la lealtà ed onestà di Desdemona.
Pasquale Avino
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