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La Repubblica, Lunedì
12 Dicembre 1994
Grande prova d'attore nel musical "Fregoli" di Ugo Chiti,
scritto per la Rancia. La regia di Marconi esalta il ritmo.
Brachetti un uomo solo e sembran cento.
Pesaro - E' un
'gran segno di vitalità per il teatro quando un autore scrive per un
interprete. Perché non necessariamente il dedicare un testo a un interprete
significa soltanto compiacere quest'ultimo, vellicarne la vanità, i
manierismi, e (ove ci fossero) i vizi. Un autore può anche fornire a
colui, o colei, che reciterà il suo testo, una sfida o una serie di
sfide consone alle sue caratteristiche ma non tali da fargli affrontare
quel testo come un percorso già fatto, già visto, già recitato.. Attenzione.
E' esattamente quanto succede in questo Fregoli che Ugo Chiti ha scritto,
provocato dalla Compagnia La Rancia, per Arturo Brachetti. Dire che
Brachetti è un trasformista è insieme un'ovvietà e una limitazione.
Brachetti è un fantastico trasformista, ormai in possesso di un'abilità
tecnica da sbalordirti continuamente ma 1'attore interessa e intriga
molto di più. Da un minuscolo spettacolo nello spettacolo in cui compie
una passeggiata attraverso la storia dì Aida (la storia è, grosso modo,
quella dell'0pera) e, con l'uso di dialetti e di una sorvegliatissima
enfasi caricaturale, trasforma una serie di "numeri" in un'acutissima
(o dovremmo dire una serie di acutissime?) rappresentazione, a momenti
più inquietanti quando l'attore si spoglia (e non solo metaforicamente)
di un'identità per indossarne un'altra e dove l'inquietudine generata
dalla rappresentazione corrisponde in pieno alle inquietudini rappresentate.
Perché insomma questo spettacolo, questo Fregoli, contiene due temi
terribilmente generatori di mozioni: il tema della scadenza (o del tempo)
e il tema del doppio. Il primo è scandito da un unità di tempo: siamo
in prossimità della fine dell'anno, ma anche del secolo (dall'800 al
' 900) e non a caso una serie di orologi sottolineano il momento in
cui l'altro tema, quello del doppio, raggiunge il suo massimo, una sorta
di parossismo, quando il personaggio di Fregoli si moltiplica sotto
i nostri occhi di spettatori e guai a chi voglia sapere quale dei molti
sia proprio Brachetti: Anche perché il tema del doppio è ripetuto in
molte sfaccettature: Fregoli è, come ognun sa, un trasformista, ma stipendia
e si tiene vicino un certo Romolo Crescenzi (si tratta di fatto storico
autentico) perché lo sostituisca di tanto in tanto, dunque Romolo è
a sua volta un trasformista. Non solo sono ambigui i rapporti tra questi
due (che non si vedono mai insieme perché, ovviamente, hanno lo stesso
interprete), ma ambigui quelli di Fregoli con il suo impresario (lo
stesso attore interpreta anche il ruolo del padre di Fregoli negli incubi
di costui), e ancor più ambigui quelli di Fregoli con la moglie. Infine
doppia ambiguità sessuale allo specchio: a Fregoli si minaccia lo scandalo
per certi misteriosi peccati; il suo doppio Romolo lo vediamo nel letto
di una prostituta (con la quale non è riuscito ad accoppiarsi) esigere
che la ragazza indossi abiti da uomo (i suoi) mentre lui si infila negli
abiti da lavoro della ragazza; addirittura la minaccia nel grembo dicendole
"Ti mangio il pisellino". Fregoli è il primo musical italiano appositamente
scritto per la Compagnia che il gruppo de La Rancia mette in scena.
Testo di Ugo Chiti, liriche di Michele Renzullo, musica di Bruno Moretti
che rende più di un affettuoso (e commovente) omaggio al suo maestro
Nino Rota. Per il resto, squadra vincente non si cambia. Le belle scene
sono di Aldo De Lorenzo, i costumi di Zaira De Vincentiis, le coreografie
di Baayork Lee che, ancora una volta, ha inventato alcuni numeri brillantissimi
per i due ballerini, Antimo Verrengia e Mariella Castelli, ma fa poi
partecipare tutti alle sue strutture coreografiche. Molto bene gli attori
tutti, con menzione speciale per Biancamaria Lelli (la moglie di Fregoli)
e Rosato Lombardi (l'Impresario) che interpreta due personaggi fondamentalmente
sgradevoli, e poi Massimo Sarzi Amadè, Franco Bergesio, Sabrina Fabrizi
e Antonio Traversa. Citeremo per ultimo un sorprendente Saverio Marconi,
nel ruolo di un personaggio deforme e pieno di livore che il nostro
solare regista caratterizza in maniera assai brillante. Saverio Marconi
è, ancora una volta, il regista dell'impresa e, ormai, è diventato un
maestro di ritmi veloci, cambiamenti a vista, ritmo strettissimo tra
canto, danza, recitazione.
Alvise Sappori
Il Resto del Carlino
Brachetti nel "Fregoli" di Chiti e della Rancia.
Splendori e miserie del grande Arturo.
Pesaro - Conoscendo
le doti trasformistiche del multiforme Arturo Brachetti, viene quasi
spontaneo associarle a quelle di Leopoldo Fregoli, re del travestimento
sui palcoscenici di varietà di tutto il mondo a cavallo tra i due secoli.
L'analogia funziona infatti da motore per uno spettacolo musicale scritto
da Ugo Chiti, e messo ora in scena da quella Compagnia della Rancia
che si è imposta da qualche stagione meritevolmente nel rilancio del
musical. Brachetti è indiscutibilmente bravo e simpatico: possiede il
dono di un ascendente naturale sulla platea. Ma quanto ai testi da mettere
in scena, la sua carriera artistica ha registrato spesso delusioni e
incontri insoddisfacenti. Come se l'estro fosforico di Arturo fosse
difficile da contenere nei ruoli spesso rigidamente prefissati dalla
nostra scena. Anche in questo caso, con il Fregoli che ha appena debuttato
al Rossini, ci troviamo di fronte ad uno spettacolo non risolto. Chiti,
per sfuggire al rischio della solita biografia drammatizzata o dall'antologia
pura e semplice di "numeri", ha infatti pensato di guardare la figura
del trasformismo da dietro le quinte. Freegoli insomma si vede poco,
anche se parlano sempre di lui e gli ruotano costantemente intorno la
moglie Velia, il suo assistente gobbo Catone, un nobile decaduto, e
l'impresario Montelatici. Siamo a Vienna, allo scadere esatto del secolo.
Durante la tournée Fregoli si ammala di scarlattina, e nel delirio della
febbre gli appaiono fantasmi dell'infanzia, ricordi della sua vocazione
al palcoscenico. Ma l'idea-chiave sarebbe quella di dotare Fregoli di
un sosia, o di un "doppio": quel Remolo Crescenzi che nella vita lo
sostituisce imbrogliando persino gli intimi, e indossando cilindro e
abito da sera o i trucchi di scena. Come dire: ecco il prototipo del
fregolismo, di quella malattia che contaminerà il nuovo secolo sotto
le specie dell'ipocrisia, dell'indifferenza mascherata, della ricerca
d'Identità, della mania di trasformarsi. Messaggio che viene anche mandato
con la canzone finale, e che tuttavia suona forzato, pretestuoso come
non poche cose del testo. Le insistenze di questo su episodi marginali
e poco rivelatori, gli errori di concezione, legano dunque faticosamente
con il professionismo della compagnia, specializzata in un genere che
fa della fluidità espressiva e dell'interpretazione la prima regola.
Ci troviamo quindi di fronte ad una commedia con musiche, non ad un
musical. Il compositore Bruno Moretti ha comunque scritto brani gradevoli,
si assiste a qualche numero di danza ben inserito o appiccicato per
forza (il tango del primo tempo), e anche ad un quadro allegorico sulla
morte, un ballo onirico con orologio, candele e levitazione. Ma mentre
risultano noiose le scene recitate sul tema del sosia e della malattia,
lo spettacolo si regge non a caso quasi esclusivamente su due ambienti
di virtuosismo brachettiano. Il Primo è il teatrino di varietà montato
a Massaua dal caporal maggiore Fregoli per festeggiare il genetliaco
della regina Margherita, durante la guerra di Libia. Ecco il nostro
eroe tra le palme di cartone nei panni di un'Amneris trucidona, di un'Aida
vamp, di un romanesco Radames, di una Sfinge che bofonchia in partenopeo.
Il tutto tra tripudi di coccarde e tricolori. Il secondo momento è II
solito pezzo di bravura del protagonista, che incarnando un Romolo in
toga d'imitazione, sparisce e riappare dalle quintine di un siparietto
come down, cinese, Pierrot, morte, diavolo. Il pubblico qui si diverte
molto, e apprezza alla fine anche l'anima musicale della serata. In
cui, recitano e cantano Bianca Maria Lelli, Saverio Marconi, Massimo
Sarzi Amadé, Rosato Lombardi, con gli altri molto applauditi.
Sergio Colomba
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