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Colombo
a misura di Fo
Chi ruba un piede è fortunato in amore e Isabella, tre caravelle e un
cacciaballe, separati dall'infelice esperienza di Canzonissima (che,
tuttavia, ha fruttato una notorietà di pubblico mai raggiunta prima),
rivelano censure alquanto notevoli sia sul piano testuale sia sul piano
scenico. Se delle prime commedie si era detto trattarsi di farse ampliate
alla dimensione dei tre (o due) atti, il 6 ottobre 1963 - al consueto
esordio del Teatro Odeon - la critica muta atteggiamento. Il giudizio
si inasprisce, ma - forse inconsapevolmente - viene attribuita all'autore
una inconsueta ampiezza e distensione dei tempi teatrali. Nucleo fondante
del testo, la vicenda di Cristoforo Colombo (dal primo incontro con
Isabella di Castiglia alla misera fine del navigatore "preso a calci
nel sedere" da tutti) presenta un personaggio tolto dal piedistallo
della storia e ricondotto all'umanità di individuo furbo e "cacciaballe",
ma nello stesso tempo vittima dei potenti con i quali si era messo alle
prese. Tale umanità è ciò che affascina il drammaturgo, ed è ciò che
- contemporaneamente - causa i maggiori attacchi allo spettacolo: dall'"Avvisatore
Marittimo", per esempio, si promettono al "Signor Fo […] quei certi
umori acquosi che si spremono dalle glandole della bocca, volgarmente
chiamati "sputi". ("Avvisatore Marittimo", Genova, 8 settembre 1963).
D'altro canto, l'operazione compiuta con Isabella, tre caravelle e un
cacciaballe non può considerarsi né isolata (ricorda Roberto Leydi -
"l'Europeo", Milano, 8 settembre 1963 - che esiste una farsa di Maxwell
Anderson in cui il vanitoso Colombo veleggia verso il nuovo continente
mirando a "una piazza di New York intitolala a mio nome, al Columbus
Day, a Columbus, Ohio, alla Colombia, a Columbus Avenue"), né sprovveduta
o poco documentata (l'autore in più occasioni sfoggia un infinito elenco
di libri e documenti da cui ha tratto informazioni). Non tutti concordano
sulla serietà del testo e, mentre lo paragonano al Galileo brechtiano,
presentato lo stesso anno da Strehler al Piccolo Teatro, affermano la
dipendenza del "buffo" Fo dall'"impegnato" Strehler. Ma anche al parallelo
con Brecht - individuato nel didascalismo del testo; nel rovesciamento
del mito; nell'antinaturalismo della rappresentazione; nell'omologo
rapporto istituito dai due autori fra passalo e presente, storia e contemporaneità
- l'autore di Isabella, tre caravelle e un cacciaballe si rifiuta: "quelli
che hanno trovato analogie tra il mio "Colombo" e il "Galileo" di Bertolt
non hanno capito che si tratta di due personaggi opposti. Il mio "cacciaballe"
è un figlio della sua epoca, un uomo di un coraggio incredibile, che
usa con i potenti la stessa loro tecnica, per sopravvivere. Non è uno
che sogna le conquiste scientifiche, ma un marinaio genovese che pensa
alla strada breve per le Indie mirando al sodo". Se la vicenda di Colombo
rappresenta il nucleo principale della pièce, tuttavia essa si trova
incorniciata in un altro testo, rispetto al quale appare solo in un
secondo momento. L'interazione fra le due storie si sposta immediatamente
verso il polo della seconda (Colombo, appunto), mantenendosi però continuamente
presente allo spettatore. Un comico viene condannato a morire con l'accusa
di aver recitalo un'opera proibita di Fernando de Rojas (La Celestina,
probabilmente). Sul patibolo, si offre all'attore la libertà - non richiesta
- di dare un ultimo spettacolo: nell'attesa che giunga la grazia, inizia
la storia di Isabella e Cristoforo. Ma, al termine della rappresentazione,
la grazia (come il famoso messaggio dell'imperatore kafkiano) non e
giunta e il comico beffato può offrire, in pieno Carnevale, quella che
sarà la vera finale performance: la propria decapitazione.
Verso l'America fra due patiboli
II procedimento - non certo inusuale - di teatro-nel-teatro viene sfruttato
dal regista Fo con il predisporre alcuni attori sul palcoscenico in
funzione di spettatori, allorquando si da il via alla seconda rappresentazione.
Fra la scena e i finti spettatori si instaurano brevi dialoghi, a memoria
della non-realtà di ciò cui si assiste (nello stesso modo in cui nei
teatri elisabettiani si creava un continuo, e spesso acceso, dialogo
fra pubblico e recitanti). Dal palcoscenico "secondo" si tenta, inoltre,
un approccio anche con i veri spettatori: "condannato: [...] (ad un
gruppetto che si è seduto nel bel mezzo del proscenio) No, no, per favore,
qui davanti non potete restare, altrimenti quelli di dietro che hanno
pagato non ci vedono (intende gli spettatori, quelli veri, che stanno
in platea)". La finzione dello spettacolo viene sottolineata da più
versanti: le canzoni, per esempio, tornano in misura massiccia e "vengono
ad assumere una funzione di sintesi didascalica, di lontano sapore brechtiano,
autonome rispetto all'azione scenica in corso" (L. Binni. "Dario Fo",
Firenze, La Nuova Italia, 1977, p. 34). Perdendo qualsiasi motivazione
scenica di copertura o momento distraente, le parti musicali sottolineano
i vizi della corte di Isabella: il riferimento e non solo nelle canzoni,
corre dalla Spagna di cinque secoli fa all'Italia contemporanea e alla
Spagna franchista, tanto da attirare denunce per vilipendio delle Forze
armate e disturbi da parte di giovani franchisti. E con una canzone
si conclude la vita dell'attore, che esorta a non mettersi dalla parte
dei potenti perché "il vero furbo è sempre l'uomo onesto, / non l'opportunista.
/ E' l'uom che a tutti i costi / sta sempre e sol dalla parte / dei
poveri cristi, / degli uomini giusti". Altro motivo straniante, gli
attori interpretano più parti, proponendosi con ruoli differenti ora
nel primo ora nel secondo spettacolo e, in quest'ultimo, metacomunicando
sul piacere del recitare: "Accompagnatore: Io voglio fare l'amoroso,
capito? L'amoroso". I giochi fra diversi piani scenici ben si confanno
con l'aspirazione di Fo a distruggere la quarta parete, a creare un
ponte con il pubblico. In questo modo, il regista evoca una tecnica
propria tanto al teatro popolare di ogni tempo quanto al teatro borghese
nel momento della sua decadenza (quando si spezza l'unita d'azione e
la parte diventa un espediente per favorire l'infrazione). La scena
è concepita per poter essere mutala velocemente di fronte agli spettatori:
"con un colpo di gong, il piano rialzato del palcoscenico si trasforma
nella nave di Colombo, come accade nelle rappresentazioni di piazza,
dove basta un colpo di bastone battuto in terra da uno degli attori
perché il pubblico, abituato a queste particolari convenzioni, recepisca
il cambiamento di ambiente nonostante la permanenza degli elementi scenografici"
(M. Laurenti, "Dario Fo", tesi di laurea, a.a. 1977- '78, p-20). Il
pubblico del Teatro Odeon vede rievocare il viaggio delle tre caravelle
tramite continui flash-back - memoria cinematografica - che, come tante
"stazioni", illuminano ed isolano i momenti cruciali dello spettacolo,
inquadrati dall'occhio ora dei marinai ora di Colombo. I costumi, fatti
da Chino Bert e disegnati da Fo, trovano giustificazione storica nell'ispirarsi
a Piero della Francesca, Goya, Ensor e contribuiscono all'arricchimento
scenico dello spettacolo; al contrario, nelle dimostrazioni scientifiche
e stata ravvisata una risposta povera alla messa-in-scena del Galileo:
la rotondità della terra, per esempio, viene evidenziata e dimostrata
su Isabella incinta.
Un attore per due sconfitte.
Molti furono quelli che, approvando o scuotendo la testa, affermarono
essere l'attore Fo sul punto di cedere il posto al drammaturgo e al
regista. Ad avallare l'affermazione, Isabella, tre caravelle e un ciacciaballe
richiedeva un meccanismo più complesso dei precedenti, tanto che Fo
(nella parzialmente duplice parte del condannato e di Colombo) si riservava
il compito di coordinare sulla scena il delicato ingranaggio. Ciò non
toglie che egli non disprezzi affatto il proprio ruolo bifronte: accusato
di aver bistrattato il navigatore genovese, l'attore risponde che la
dimostrazione del contrario è nel fatto che ricopre egli stesso quella
parte. Del personaggio del comico Fo da l'interpretazione di un "povero
cristo" condannato come capro espiatorio da offrire ad una folla carnevalesca,
folla in cui non si sospetta alcuna partecipazione reattiva. Diversamente,
Cristoforo è l'astuto" che, non appartenendo alla categoria dei potenti,
tenta di raggiungerli con le stesse loro armi di furbizia e menzogna,
ma anch'egli resta sconfitto perché non sa - secondo il machiavelliano
consiglio - abbandonarle una volta raggiunto il fine. Se Piero d'Angera
raccontava l'apologo delle pecore che (fingendo di assuefarsi alla prigionia)
convincevano il padrone dell'inutilità di tenere cani e solo così potevano
fuggire, al personaggio "cacciaballe" manca l'aspirazione a riconquistare
quella libertà cui egli preferisce onori e danari. Accanto a Fo, anche
l'interpretazione di Franca Rame si sdoppia in due personaggi antitetici:
bionda, è Isabella, regina illuminata ma accorta che sfrutta l'occasione
offertale da Colombo per accrescere il proprio potere; bruna, è Giovanna
la Pazza, grido inascoltato del fool cui è concessa libertà d'espressione
(ricordiamo, però, che in questo caso la "matta" è anche figlia di re
e che, se può indicare quale follia si annida nelle pieghe del potere,
lascia il dubbio che anche la libertà d'espressione non a tutti sia
concessa, ma solo a chi con tale potere convive).
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